Stefania Auci.
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I LEONI DI SICILIA.
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LA SAGA DEI FLORIO. 1.
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Parte 1.
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2019. Casa Editrice Nord, MILANO.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol.
ISBN 978-88-429-3153-9.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Presentazione.
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Dal momento in cui sbarcano a Palermo da
Bagnara Calabra, nel 1799, Paolo e Ignazio
Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi,
decisi ad arrivare pi in alto di tutti. A essere
i pi ricchi, i pi potenti. E ci riescono: in
breve tempo, i fratelli rendono la loro bottega
di spezie la migliore della citt, poi avviano il
commercio di zolfo, acquistano case e terreni
dagli spiantati nobili palermitani, creano una
loro compagnia di navigazione...
E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in
mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile:
nelle cantine Florio, un vino da poveri
- il marsala - viene trasformato in un nettare
degno della tavola di un re; a Favignana,
un metodo rivoluzionario per conservare il
tonno - sott'olio e in lattina - ne rilancia il
consumo... In tutto ci, Palermo osserva con
stupore l'espansione dei Florio, ma l'orgoglio
si stempera nell'invidia e nel disprezzo: quegli
uomini di successo rimangono comunque
stranieri, facchini il cui sangue puzza di
sudore. Non sa, Palermo, che proprio un
bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla
base dell'ambizione dei Florio e segna nel bene
e nel male la loro vita; che gli uomini della
famiglia sono individui eccezionali ma anche
fragili e - sebbene non lo possano ammettere -
hanno bisogno di avere accanto donne
altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la
moglie di Paolo, che sacrifica tutto - compreso
l'amore - per la stabilit della famiglia, oppure
Giulia, la giovane milanese che entra come
un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa
il porto sicuro, la roccia inattaccabile.
Intrecciando il percorso dell'ascesa commerciale
e sociale dei Florio con le loro tumultuose
vicende private, sullo sfondo degli anni
pi inquieti della storia italiana - dai moti del 1818
allo sbarco di Garibaldi in Sicilia -,
Stefania Auci dipana una saga familiare di incredibile
forza, cos viva e pulsante da sembrare contemporanea.
...
L'autrice.

Trapanese di nascita e palermitana d'adozione,
Stefania Auci ha con Palermo un rapporto
d'amore intenzo e ossessivo, che si rispecchia
nelle appassionate ricerche da lei condotte
per scrivere la storia dei Florio.
Con determinazione e slancio, ha setacciato
le biblioteche, ma anche le cronache giornalistiche
dell'epoca, ha esplorato tutti i possedimenti dei Florio
ed ha raccolto con puntiglio i fili della storia
che si dipanano tra abiti, canzoni, lettere, bottiglie,
gioielli, barche, statue...
Il risultato  un racconto che disperde la nebbia
del tempo e rid - finalmente - ai Florio tutta
la loro straordinaria, contradditoria trascinante
vitalit. Ancora prima della pubblicazione,
I leoni di Sicilia  stato venduto negli
Stati Uniti, in Germania, in Francia,
in Spagna e in Olanda ed  stato opzionato
per una serie televisiva.
...
Valutazione.

Da tempo non leggevo un romanzo cos:
grande storia e grande letteratura.
Le vicende ed i sentimenti umani
sono sorretti da una scrittura solida,
matura, piena di passione e di grazia.
Stefania Auci ha scritto un romanzo
meraviglioso, indimenticabile.

NADIA TERRANOVA.
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I LEONI DI SICILIA

LA SAGA DEI FLORIO - 1

A Federico ed Eleonora:
al coraggio, all'incoscienza, alla paura e alla follia
che abbiamo condiviso in giorni perduti e ritrovati.
...
Citazione.

Perduto  il campo, e sia: perduto il tutto
Dunque sar? Quell'invincibil, fermo
Voler ci resta ancor, quel di vendetta
Fero desio, quell'immortal rancore
E quel coraggio che non mai s'abbatte,
Che mai non si sommette.

John Milton*

* John Milton, Il paradiso perduto, trad. it. di Lazzaro Papi, Tipografia
della speranza, Firenze, 1836.
...
PROLOGO. Bagnara Calabra, 16 ottobre 1799.

Cu riesci, arrinesci.
Chi esce, rinasce.
PROVERBIO SICILIANO.

Il terremoto  un sibilo che nasce dal mare, s'incunea nella
notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera
il silenzio.
Nelle case, la gente dorme. Alcuni si svegliano con il tintinnio
delle stoviglie; altri quando le porte iniziano a sbattere.
Tutti, per, sono in piedi quando le pareti tremano.
Muggiti, abbaiare di cani, preghiere, imprecazioni. Le montagne
si scrollano di dosso roccia e fango, il mondo si capovolge.
La scossa arriva a contrada Pietraliscia, afferra le fondamenta
di una casa, le scuote con violenza.
Ignazio apre gli occhi, strappato al sonno da quel tremore
che squassa le pareti. Sopra di lui, un soffitto basso che sembra
cadrgli addosso.
Non  un sogno.  la peggiore delle realt.
Davanti a lui, il letto di Vittoria, la nipotina, ondeggia tra la
parete ed il centro della stanza. Sulla panca, il cofanetto di metallo traballa, cade sul pavimento insieme con il pettine ed il
rasoio.
Nella casa risuonano grida di donna. Aiuto, aiuto! Il
terremoto!
Quell'urlo lo fa scattare in piedi. Ma non scappa, Ignazio.
Deve prima mettere al riparo Vittoria: ha solo nove anni,  cos
spaventata. La trascina sotto il letto, al riparo dai calcinacci.
Resta qui, hai capito? le dice. Non ti muovere.
Lei annuisce. Il terrore le impedisce persino di parlare.
Paolo. Vincenzo. Giuseppina.
Ignazio corre fuori dalla stanza. Il corridoio gli sembra interminabile, eppure sono pochi passi. Sente la parete che viene
via dal palmo, riesce a toccarla di nuovo, ma  mobile, come
una cosa viva.
Arriva alla camera da letto di suo fratello Paolo. Dalle imposte
trapela una lama di luce. Giuseppina, sua cognata,  saltata
gi dal letto. L'istinto di madre l'ha avvertita che una minaccia
incombe su Vincenzo, il figlio di pochi mesi, svegliandola. Cerca
di prendere il neonato che dorme nella culla legata alle travi
del soffitto, ma la cesta di vimini  in balia delle onde sismiche.
La donna piange in preda alla disperazione, tende le braccia,
mentre la culla dondola freneticamente.
Lo scialle che indossa cade, le lascia le spalle nude. Figghiema!
Cc vene, Maronna mia, aiutateci!
Giuseppina riesce ad afferrare il neonato. Vincenzo spalanca
gli occhi, scoppia a piangere.
Nel caos, Ignazio scorge un'ombra. Suo fratello Paolo. Salta
gi dal materasso, prende la moglie, la spinge nel corridoio.
Fuori!
Ignazio torna indietro. Aspetta! Vittoria! grida. Nel nero
sotto il letto, ritrova Vittoria, raggomitolata con le mani sulla
testa. La solleva di peso, corre via. Pezzi d'intonaco si staccano
dalle pareti mentre il terremoto ulula ancora.
Sente la piccola che cerca riparo mentre si aggrappa alla sua
camicia fino a torcerne la stoffa. Lo sta graffiando, tanta  la
paura.
Paolo li spintona oltre la soglia, gi per le scale. Qua,
venite.
Corrono al centro del cortile mentre la scossa raggiunge l'apice.
Si stringono in un abbraccio, le teste che si toccano, le palpebre
serrate. Sono cinque. Ci sono tutti.
Prega e trema, Ignazio, e spera. Sta finendo. Deve finire.
Il tempo si polverizza in milioni d'istanti.
Poi, cos com'era nato, il rombo si placa, fino a spegnersi del
tutto.
Per un istante, c' solo la notte.
Ma Ignazio sa che quella pace  una sensazione bugiarda. 
una lezione, quella del terremoto, che  stato costretto a imparare
presto.
Alza la testa. Sente il panico di Vittoria attraverso la camicia,
le sue unghie che si aggrappano alla pelle, il suo tremore.
Legge la paura sul volto della cognata, il sollievo in quello
del fratello; vede il gesto di Giuseppina che cerca il braccio del
marito, e Paolo che si divincola per avvicinarsi all'edificio.
Grazie a Dio, la casa  ancora in piedi. Domani con la luce
del giorno vedremo quali sono i danni e...
Vincenzo sceglie quel momento per scoppiare in un pianto
dirotto. Giuseppina lo culla. Buono, vita mia, statti buono,
lo consola. Nel frattempo, si avvicina a lui e Vittoria.  ancora
terrorizzata, Giuseppina: Ignazio se ne accorge dal respiro affrettato, dall'odore di sudore, paura che si mescola al profumo
di sapone della camicia da notte.
Vitto', come sei? Stai bene? chiede Ignazio.
La nipote fa cenno di s, ma non lascia la presa sulla camicia
dello zio, anzi. Ignazio le stacca la manina a forza. Capisce la
sua paura: la bambina  orfana, figlia di suo fratello Francesco.
Lui e la moglie sono morti pochi anni prima, lasciando quella
bambina alle cure di Paolo e di Giuseppina, gli unici che potessero
offrirle una famiglia e un tetto.
Qui sono. Stai tranquilla.
Vittoria lo fissa, muta, poi si aggrappa a Giuseppina, cos
come aveva fatto con lui fino a un istante prima, come una
naufraga.
Vittoria vive con Giuseppina e Paolo da quando loro si sono
sposati, poco meno di tre anni prima. Ha la stessa natura dello
zio Paolo:  taciturna, orgogliosa, riservata. Eppure, in quel
momento,  solo una bambina atterrita.
Ma la paura ha molte maschere. Ignazio sa che suo fratello,
per esempio, non star fermo a piangere. Gi adesso, con le
mani sui fianchi e l'espressione torva, contempla il cortile e
le montagne che racchiudono il vallone. Vergine Santa, ma
quant' durato?
La sua domanda cade nel silenzio. Poi Ignazio risponde:
Non lo so. Assai. Cerca di calmare il tremito che lo fa vibrare
da dentro. Ha il volto teso per lo spavento, la mascella spruzzata
da una barba chiara, ispida e mani sottili, nervose.  pi giovane
di Paolo, che pure dimostra pi anni della sua et.
La tensione si sta liquefacendo in una sorta di spossatezza,
lasciando il posto a sensazioni fisiche: l'umidit, la nausea, il
fastidio delle pietre sotto i piedi. Ignazio  scalzo, in camicia
da notte, praticamente nudo. Si toglie i capelli dalla fronte, osserva il fratello, poi la cognata.
Decidere  un momento.
Si dirige verso la casa. Paolo lo insegue, lo strattona per un
braccio. Dove credi di andare?
Hanno bisogno di coperte. Con la testa, Ignazio indica
Vittoria e Giuseppina, che culla il neonato. Resta con tua moglie.
Vado io.
Non aspetta una replica. Con fretta e cautela insieme sale i
gradini. Si ferma nell'ingresso per dar modo alla vista di abituarsi
alla penombra.
Piatti, suppellettili, sedie: tutto  caduto a terra. Vicino alla
madia, una nuvola di farina aleggia ancora sul pavimento.
Prova una stretta al cuore: quella  l'abitazione che Giuseppina
ha portato in dote a suo fratello Paolo.  la loro casa,  vero,
ma  anche un luogo caldo, in cui lui pu sentirsi accolto. 
sgomento nel vederla cos.
Esita. Sa cosa pu accadere se dovesse arrivare un'altra
scossa.
Ma  un istante. Entra, strappa via le coltri dai letti.
Raggiunge la sua camera. Trova la bisaccia in cui tiene gli
attrezzi da lavoro, la raccoglie. Infine trova lo scrigno di ferro.
Lo apre. La fede nuziale di sua madre che riluce nel buio sembra
volerlo confortare.
Infila la scatola nella sacca.
 nel corridoio che scorge a terra lo scialle di Giuseppina: la
cognata deve averlo perduto durante la fuga. Non se ne separa
mai: lo indossa sin dal primo giorno in cui  entrata nella loro
famiglia.
Lo afferra, torna all'uscita, fa un segno di croce verso il crocifisso sullo stipite.
Un istante dopo, la terra ricomincia a tremare.
Questa  stata pi breve, grazie a Dio. Ignazio divide le coperte con il fratello; ne d una a Vittoria. Infine, lo scialle.
Quando glielo restituisce, Giuseppina si tasta la camicia da
notte, trova la pelle nuda. Ma...
L'ho trovato per terra, spiega Ignazio, abbassando gli
occhi.
Lei mormora un: Grazie. Si raggomitola nella stoffa alla
ricerca di un conforto che riesca a toglierle quel freddo anomalo.
Un brivido fatto di angoscia e ricordi.
 inutile restare all'addiaccio. Paolo spalanca la porta
della stalla. La vacca lancia un debole suono di protesta mentre
lui la trascina per la cavezza per legarla alla parete opposta.
Poi accende una lanterna con l'acciarino. Dispone mucchi di
fieno contro le pareti. Vittoria, Giuseppina, sedetevi.
 un gesto di cura, il suo, Ignazio lo sa, ma il tono  quello di
un ordine. Le donne hanno sguardi stralunati, che fissano il
cielo e la strada. Starebbero in cortile per tutta la notte se qualcuno non dicesse loro cosa fare.  il compito di un capofamiglia.
Essere forte, proteggere: questo fa un uomo, soprattutto
un uomo come Paolo.
Vittoria e Giuseppina si lasciano cadere su un mucchio di
paglia. La bambina si raggomitola con le mani strette a pugno
davanti al viso.
Giuseppina la guarda. La guarda e non vuole ricordare, ma
la memoria  subdola,  bastarda, le risale dentro, l'afferra alla
gola e la risucchia nel passato.
La sua infanzia. I suoi genitori, morti.
La donna serra le palpebre, scaccia il ricordo con un respiro
profondo. O almeno ci prova. Stringe Vincenzo, poi abbassa la
camicia da notte e subito il bambino si attacca al capezzolo. Le
manine afferrano la pelle sottile, le unghie la graffiano intorno
all'areola.
Lei  viva, suo figlio  vivo. Non rester orfano.
Ignazio, invece,  fermo sulla soglia. Studia il profilo della
casa. Nell'oscurit, cerca comunque segni di cedimento, una
crepa, un muro sbrecciato e non ne trova.  incredulo, quasi
non osa sperare che questa volta non accadr nulla.
Il ricordo di sua madre  una folata di vento nella notte. Sua
madre che rideva, che gli tendeva le braccia, e lui piccolo che le
correva incontro. La scatola nella bisaccia sembra d'un tratto
pesantissima. Ignazio la prende, tira fuori l'anello di oro battuto.
Lo stringe, la mano sul cuore.
Mam.
Lo dice a fior di labbra.  una preghiera, forse la ricerca di
una consolazione. Di un abbraccio che gli manca da quando
aveva sette anni. Da quando sua madre Rosa  morta. Era il
1783, l'anno del castigo di Dio, l'anno in cui la terra aveva tremato finch di Bagnara non erano rimaste che macerie. Quel
terremoto devastante che aveva colpito Calabria e Sicilia, causando
migliaia di morti, si era portato via decine di persone in
una notte nella sola Bagnara.
Anche allora lui e Giuseppina erano stati vicini.
Ignazio la ricorda bene. Una bimbetta secca e pallida, stretta
tra il fratello e la sorella, che fissava due cumuli di terra segnati con una croce sola: i suoi genitori, morti nel sonno, schiacciati dalle macerie della loro camera.
Lui, invece, era accanto a suo padre ed a sua sorella; Paolo,
un po' indietro, le mani strette a pugno e uno sguardo cupo
sulla faccia di adolescente. In quei giorni, nessuno aveva pianto
solo i propri morti: il funerale dei genitori di Giuseppina,
Giovanna e Vincenzo Saffiotti, si era svolto nella stessa data
di quello di sua madre, Rosa Bellantoni, e con loro, erano stati
seppelliti molti altri bagnaroti. I cognomi erano sempre gli
stessi: Barbaro, Spoliti, Di Maio, Sergi, Florio.
Ignazio abbassa lo sguardo sulla cognata. Nel momento in
cui Giuseppina alza gli occhi e incontra i suoi, il giovane capisce
che pure lei  braccata dai ricordi.
Parlano un'unica lingua, abitano lo stesso dolore, si portano
dentro la medesima solitudine.
Dovremmo andare a vedere cos' successo agli altri. Ignazio
indica la collina oltre l'abitato di Bagnara. Nel buio, luci segnalano la presenza di case e uomini. Che fa, non vuoi sapere
se stanno bene, Mattia e Paolo Barbaro?
Ha una leggera esitazione nella voce. A ventitr anni  un
uomo fatto, eppure i suoi gesti ricordano a Paolo quelli del
bambino che si nascondeva dietro la casa di famiglia, oltre la
fucina del padre, quando la loro vera madre lo rimproverava.
Dopo, con quell'altra, la nuova moglie di suo padre, Ignazio
non aveva mai pianto. Si limitava a fissarla con un odio rancoroso,
e a tacere.
Paolo scrolla le spalle. Non ce n' bisogno. Se le case sono
in piedi, a loro non sar successo nulla. E poi  notte ed  buio,
e la Pagliara  distante.
Ma Ignazio sbircia ansiosamente la strada, e poi oltre, verso
le alture che circondano il paese. No. Io vado a vedere che 
successo. E imbocca il sentiero per il centro di Bagnara, seguito
da un improperio del fratello.
Torna indietro, gli grida, ma lui alza la mano e gli fa cenno
che no, andr avanti.
 scalzo, in camicia da notte, ma non gli importa: vuol sapere
come sta la sorella. Scende dall'altura dove si trova Pietraliscia,
in pochi passi arriva al paese. Qua e l calcinacci, pezzi di
tetto, tegole spaccate.
Intravede un uomo che corre, ha una ferita sulla testa. Il
sangue brilla alla luce della torcia con cui illumina il vicolo.
Ignazio oltrepassa la piazza, s'infila tra le stradine ingombre
di galline, capre, cani in fuga. Troppa  la confusione.
Nei cortili, donne e bambini recitano il rosario, o si chiamano
per avere notizie. Gli uomini, invece, cercano vanghe e zappe,
raccolgono le bisacce con gli attrezzi da lavoro, unica cosa
che potr garantire loro di sostentarsi, pi preziosi del cibo o
dei vestiti.
Lui s'inerpica per il sentiero che porta a contrada Granaro,
dove si trova l'abitazione dei Barbaro.
L, sul bordo della strada, ci sono baracche di pietra e legno.
Una volta, erano vere case: lui era piccolo, ma se le ricorda
bene. Poi il terremoto del 1783 le aveva distrutte. Chi aveva potuto, le aveva ricostruite alla meglio con ci che era riuscito a
salvare. Altri avevano usato i ruderi per creare case pi grandi
e ricche, cos come aveva fatto suo cognato, Paolo Barbaro, il
marito di Mattia Florio, sua sorella.
La prima persona che vede  proprio lei, Mattia, seduta su
una panca, a piedi nudi. Occhi scuri, sguardo severo, con la figlia
Anna attaccata alla camicia da notte e Raffaele addormentato
in braccio.
In quel momento, Ignazio rivede sua madre in lei, i suoi colori
scuri. Le va incontro, l'abbraccia senza dire una parola. La
tensione smette di mordergli il cuore.
Come state? Paolo, Vincenzo? E Vittoria? Gli prende il
viso tra le mani, lo bacia sugli occhi. Nella voce, una nota di
pianto. Giuseppina, come sta? Se lo abbraccia di nuovo, e
il fratello sente un odore di pane e frutta, un profumo di casa,
di dolcezza.
Tutti salvi, grazie a Dio. Paolo ha sistemato lei e i bambini
nella stalla. Io sono venuto per sapere come stai... come state
voi.
Dal retro dell'abitazione, spunta Paolo Barbaro. Suo cognato.
Conduce un asino per la cavezza.
Mattia s'irrigidisce, Ignazio la lascia andare.
Ah, bene. Stavo venendo a cercare te e tuo fratello. Attacca
l'animale al carretto. Dobbiamo andare al porto a controllare
la barca. Fa niente che ci sei solo tu.
Ignazio apre le braccia, lascia cadere la coperta. Cos? Sono
mezzo nudo.
Che fa, ti vergogni?
Paolo  basso e tarchiato. Il cognato, invece,  asciutto, ha un
corpo nervoso, giovane. Mattia si fa avanti, arrancando con i
bambini che le si stringono addosso.
Ci sono dei vestiti nel cassettone. Pu mettersi...
Il marito la zittisce: Che t'ho chiesto qualche cosa a te, perch
t'ha sempre immiscari! E tu, svelto, sali. Con quello che 
successo, nessuno bader a com' combinato.
Mattia stava cercando di aiutarmi, prova a difenderla
Ignazio. Non sopporta di vedere la sorella a testa bassa, con
le guance arrossate dalla mortificazione.
Il cognato salta sul carretto. Mia moglie parla sempre assai.
Ora andiamo.
Sta per ribattere, Ignazio, ma Mattia lo ferma con un'occhiata
di supplica. Lo sa bene, lui, che Barbaro non ha rispetto per
nessuno.
Il mare  vischioso, ha il colore dell'inchiostro, si confonde con
la notte. Ignazio salta gi dal carretto non appena arrivano al
porto.
Davanti a lui, la baia spazzata dal vento, racchiusa da una
massicciata di scogli e sabbia, protetta dalla mole aguzza delle
montagne e di capo Marturano.
Intorno alle barche, uomini gridano, controllano il carico,
stringono corde.
Sembra mezzogiorno, tanto  il fermento.
Andiamo. Barbaro si dirige verso la torre di Re Ruggero,
dove il mare  profondo. L sono ormeggiate le imbarcazioni
pi grandi.
Arrivano davanti a una barca dalla chiglia piatta.  il San
Francesco di Paola, lo schifazzo che  dei Florio e di Barbaro. L'albero maestro oscilla al ritmo delle onde, il bompresso si tende
verso il mare. Le vele sono piegate, il sartiame  in ordine.
Una lama di luce si fa largo nel boccaporto. Barbaro si protende
in avanti, ascolta i cigoli con un'espressione che oscilla
tra il sorpreso e l'indispettito. Cognato, sei tu?
La testa di Paolo Florio compare dal boccaporto. Chi doveva
essere?
E che ne so? Con quello che  successo stanotte...
Ma Paolo Florio non lo ascolta pi. Ora guarda Ignazio. E
tu, poi! Non mi hai fatto sapere pi niente. Hai preso e sei sparito.
Ora sali, muoviti. Poi scompare nel ventre della barca e
anche il fratello salta a bordo. Il cognato resta sul ponte per
controllare la murata di sinistra che ha sbattuto contro il molo.
Ignazio s'incunea nella stiva, tra cassette e sacchi di tela che
dalla Calabria arriveranno fino a Palermo.
 questo il loro lavoro: il commercio, soprattutto per mare.
Pochi mesi prima c'erano stati grandi sconvolgimenti nel Regno
di Napoli: il re era stato cacciato e i rivoltosi avevano fondato
la Repubblica Napoletana. Era stato un gruppo di nobili e
di intellettuali a diffondere idee di democrazia e libert,
proprio com'era avvenuto in Francia, durante la rivoluzione che
aveva visto cadere le teste di Luigi XVI e di Maria Antonietta.
Ferdinando e Maria Carolina, per, erano stati pi accorti e se
ne erano scappati in tempo, aiutati da quella parte dell'esercito
rimasta fedele agli inglesi, storici nemici della Francia, prima
che i lazzari, i popolani, li travolgessero con il loro furore.
Ma l, tra i monti calabresi, era arrivata solo l'ultima onda di
quella rivoluzione. Si erano verificati omicidi, i soldati non sapevano pi a chi obbedire ed i briganti che da sempre infestavano
le montagne avevano iniziato a depredare anche i commercianti
sulla costa. Tra briganti e rivoluzionari, le strade erano
pericolose e, anche se il mare non aveva n chiese n taverne,
di certo offriva pi sicurezza delle vie del regno dei Borbone.
L'interno della piccola stiva  soffocante. Cedri in ceste di
vimini, richiesti dai profumieri; pesce, soprattutto pesce stocco
e aringhe salate. Pi in fondo, pezze di cuoio, pronte per esser
portate a Messina.
Paolo ispeziona i sacchi di merce. Nella stiva si diffonde l'odore
del pesce salato insieme con quello lievemente acido del
cuoio.
Le spezie, per, non sono nella stiva. Quelle le tengono in
casa fino alla partenza. L'umidit e il salmastro del mare potrebbero danneggiarle, e vanno conservate con riguardo. Hanno
nomi esotici che acquistano sapore sulla lingua ed evocano
immagini di sole e calore: pepe, citrino, chiodi di garofano, tormentilla, cannella. Sono la vera ricchezza.
Ignazio, d'un tratto, capisce che Paolo  nervoso. Lo vede
dai gesti, lo avverte nelle parole, soffocate dallo sciabordio
contro il fasciame. Cosa c'? gli chiede. Teme che abbia litigato
con Giuseppina. Sua cognata  tutt'altro che remissiva come
dovrebbe essere una moglie. Per lo meno, una moglie adatta
a Paolo. Ma non  questo ci che lo turba, lo sente. Che
c'? ripete.
Voglio andarmene da Bagnara.
La frase cade nel fugace momento di pausa tra un'onda e
l'altra.
Ignazio spera di non aver capito. Ma sa che altre volte Paolo
ha espresso questo desiderio. Dove? chiede, pi accorato
che sorpreso. Ha paura. Una paura improvvisa, antica, una bestia
che ha il fiato acido dell'abbandono.
Mattia e Paolo lo hanno sempre sorretto. Ora Mattia ha una
famiglia sua e Paolo vuol andar via. Lasciarlo solo.
Suo fratello abbassa la voce.  quasi un sussurro. In realt
ci sto pensando da tempo. La scossa di stanotte mi ha convinto
che  la cosa giusta. Non voglio che Vincenzo cresca qui, con il
rischio di vedersi cadere addosso la casa. E poi... Lo guarda.
Voglio di pi, Igna'. Questo paese non mi basta pi. Questa
vita non mi basta pi. Voglio andare a Palermo.
Ignazio apre la bocca per rispondere, la richiude.  disorientato,
sente le parole diventare cenere.
Ma certo, Palermo  una scelta ovvia: Barbaro e Florio, come
li chiamano a Bagnara, hanno una puta, un negozio di spezie,
laggi.
Ricorda, Ignazio. Tutto era iniziato circa due anni prima
con un magazzino, un piccolo fondaco dove stivare le merci
che acquistavano lungo la costa per rivenderle nell'isola. All'inizio,
era stata una necessit; subito dopo, per, suo fratello
Paolo aveva intuito che poteva trasformarsi in un'occasione
favorevole per loro: potevano aumentare le vendite su Palermo
che, in quel momento, era uno dei maggiori porti del Mediterraneo.
Cos quel magazzino si era trasformato in un emporio.
Oltretutto, a Palermo, c' una grossa comunit di bagnaroti,
riflette Ignazio.  una piazza vivace, ricca, piena di opportunit,
soprattutto dopo l'arrivo dei Borbone scappati per la
rivoluzione.
Fa un cenno con la testa e indica il ponte sopra di lui, dove
schioccano i passi del cognato.
No, Barbaro ancora non lo sa. Paolo gli fa cenno di tacere.
Per Ignazio, la solitudine  una stretta alla gola.
Il ritorno a casa  silenzioso. Bagnara  prigioniera di un tempo
sospeso, in attesa del giorno. Quando arrivano a Pietraliscia, i
due fratelli entrano nella stalla. Vittoria dorme, cos pure Vincenzo.
Giuseppina, invece,  sveglia.
Paolo si siede accanto alla moglie, che rimane rigida, in
allerta.
Ignazio cerca un posto sulla paglia e lo trova accucciandosi
accanto a Vittoria. La bambina emette un sospiro. D'istinto, lui
la abbraccia, ma non riesce a prendere sonno.
La notizia  dura da accettare. Come far, da solo, lui che
solo non  mai stato?
L'alba trafigge il buio attraverso le fessure della porta. Una luce dorata, che parla di un autunno incombente. Ignazio rabbrividisce per il freddo: schiena e collo sono rattrappiti, i capelli sono pieni di stoppie. Scuote dolcemente Vittoria.
Paolo  gi in piedi. Sbuffa, mentre Giuseppina culla il piccolo
che ha ricominciato a lamentarsi.
Bisogna rientrare a casa, dichiara lei, bellicosa. Vincenzo
deve essere cambiato e io, comunque, non posso stare cos.
Non  dignitoso.
Paolo sbuffa, spalanca la porta: il sole dilaga nella stalla. La
casa  ancora in piedi e ora, nella luce dell'alba, si scorgono alcuni calcinacci e delle tegole rotte. Ma nessuna crepa, nessuna
lesione. Lei mormora una benedizione. Possono rientrare.
Ignazio entra in casa subito dopo Paolo. Alle sue spalle,
Giuseppina. Ne sente i passi esitanti, l'aspetta, pronto ad
aiutarla.
Superano la soglia. La cucina  piena di suppellettili rotte.
Santa Madre di Dio, che disastro. Giuseppina tiene stretto
il neonato che si lamenta in maniera ormai incontrollabile.
Dal piccolo arriva un odore simile al latte andato a male.
Vittoria, aiutami! Metti in ordine, non posso fare tutto io. Sbrgati!
La bambina, rimasta indietro, entra. Cerca lo sguardo della
zia, non lo trova. Con le labbra strette si china, inizia a raccogliere i cocci. Non pianger, non deve.
Giuseppina s'inoltra nel corridoio su cui si aprono le stanze
da letto. Ogni suo passo  un lamento, una stretta al cuore. La
sua casa, il suo orgoglio,  piena di calcinacci e di oggetti rotti.
Ci vorranno giorni per rimettere tutto in ordine.
Quando arriva in camera, la prima cosa che fa  lavare Vincenzo.
Lo deposita sul materasso per potersi lavare a sua volta.
Il bimbo sgambetta, cercando di afferrarsi un piedino, e se ne
esce con una risata acuta.
Amore mio, gli dice lei. Vita mia.
Vincenzo  la sua puddara, la sua stella polare. Colui che
ama pi di chiunque altro.
Alla fine, indossa l'abito da casa. Sulle spalle, lo scialle, che
appunta dietro la schiena.
Mentre rimette il figlio nella culla, Paolo entra nella stanza.
L'uomo spalanca la finestra. L'aria di ottobre invade la stanza,
insieme con il fruscio dei faggi che hanno iniziato a rosseggiare
verso la montagna. Una gazza ladra cicaleccia a poca distanza
dall'orto che Giuseppina accudisce personalmente. Non possiamo
restare a Pietraliscia.
La donna si blocca con le mani sul guanciale che sta sprimacciando.
Perch? Ci sono danni? Dove?
Il tetto  pericolante, ma no, non sono solo i danni. Ce ne
andiamo noi da qui. Da Bagnara.
Giuseppina  incredula. Il cuscino le scivola dalle mani.
Perch?
Perch s. La voce non lascia dubbi: c' una decisione irremovibile dietro quell'annuncio.
Lo fissa. Ma che dici? Via da casa mia?
Da casa nostra.
Da casa nostra? sta per chiedergli lei. Lo fronteggia, stringe i
denti. Questa  la mia casa, pensa la donna con rancore. Mia,
quella che ho portato in dote mentre tu e tuo padre volevate ancora
soldi e sempre di pi, e non vi bastavano mai... Perch se lo ricorda bene, Giuseppina, il tira e molla che c'era stato per ottenere la dote che i Florio volevano, e quanto c'era voluto per accontentarli, mentre lei, invece, non avrebbe voluto sposarsi. E ora lui vorrebbe andarsene? Perch?
Anzi no, non vuole saperlo. Va in corridoio, scappa via dalla
stanza e da quella discussione.
Paolo la insegue. Ci sono crepe sui muri interni, sono cadute
tegole. Al prossimo terremoto, ci accopper in testa.
Arrivano in cucina. Ignazio capisce in fretta. Conosce i segnali
di una tempesta e l ci sono tutti. Fa cenno a Vittoria di
andar via e lei si dilegua verso le scale, all'aperto. Lui arretra
verso il corridoio, ma rimane appena oltre la soglia: teme le
reazioni di Paolo e la collera della cognata.
Non ne verr nulla di buono, da quella lite. Non  mai venuto
nulla di buono tra loro.
La donna afferra una ramazza per scopare via la farina dal
pavimento. Aggiustalo: sei tu il capofamiglia. Oppure chiama
degli operai.
Non posso stare qui a controllare i muratori e non ho tempo
di farlo io. Se io non parto, noi non mangiamo. Io navigo da
Napoli a Palermo, ma non voglio continuare a essere u' bagnaroto.
Voglio di pi, per me e per mio figlio.
Lei emette un verso a met strada tra il disprezzo e la risata
sguaiata. Ma tu si' e resterai u' bagnaroto, anche se te ne vai
alla corte dei Borbone. Non si pu cancellare quello che uno
, per quanto profumo di soldi si butta addosso. E tu sei
uno che vende cose con uno schifazzo comprato in societ
con un cognato che continua a trattarlo da servo. Giuseppina
comincia a trafficare con le stoviglie nell'acquaio.
Ignazio sente il rumore dei piatti che cozzano l'uno con l'altro,
ne immagina i gesti nervosi. Intravede la sua schiena muoversi
a scatti, curva sulla tinozza.
Sa come deve sentirsi: in collera, confusa, spaventata.
Angosciata.
Le stesse cose che prova lui sin dalla notte precedente.
Andremo via nei prossimi giorni.  bene che tu avvisi tua
nonna che...
Un piatto finisce scagliato a terra. Io da casa mia non me
ne vado! Scrdatelo!
Casa tua! Paolo soffoca una bestemmia. Casa tua! Non
fai altro che rinfacciarmelo da quando ci siamo sposati. Tu, e i
tuoi parenti, e i tuoi soldi! Sono io che ti permetto di viverci, io, con il mio lavoro.
S.  mia,  quella che mi hanno lasciato i miei genitori. Tu
te la potevi solo sognare una casa del genere. Vivevi nel pagliaio
di tuo cognato, ricordi? Hai avuto ducati da mio zio e
da mio padre, e ora decidi che te ne vuoi andare da qui?
Afferra una pentola di rame, la scaglia a terra con violenza. Io
non me ne vado! Questa  casa mia! Il tetto  rotto? Si aggiusta!
Tu tanto qui non ci stai mai, te ne parti ogni mese. Vttene,
vttene tu dove vuoi. Io e mio figlio non ci muoviamo da
Bagnara.
No. Tu sei mia moglie. Il figlio  mio. Tu farai quello che ti
dico io. Paolo  gelido.
Il viso di Giuseppina perde colore.
Si copre la faccia con il grembiule, si colpisce la fronte con i
pugni con una rabbia cruda, che chiede solo di uscire.
Ignazio vorrebbe intervenire, placare lei e il fratello, ma non
pu e deve distogliere lo sguardo per impedirsi di farlo.
Disgraziato, ma veramente tutto mi vuoi togliere?
singhiozza Giuseppina. Qua ho mia zia, mia nonna, le tombe
di mio padre e mia madre. E tu, per i soldi, vuoi farmi abbandonare
tutto? Ma che razza di marito sei?
Finiscila!
Lei non lo ascolta nemmeno. No, mi dici? No? E poi dove,
dove vorresti andare, maledizione?
Paolo osserva i frammenti di terracotta del piatto, ne scosta
uno con la punta della scarpa. Aspetta alcuni istanti che i suoi
singhiozzi si plachino prima di rispondere. A Palermo, dove
io e Barbaro abbiamo aperto l'aromateria. Per ora  una citt
ricchissima, altro che Bagnara! Si avvicina, le accarezza un
braccio. E poi, al porto vivono alcuni nostri conterranei.
Non saresti sola.  un gesto impacciato, un po' rude, ma di
gentilezza.
Giuseppina si scrolla di dosso la mano del marito. No,
ringhia. Non ci vengo.
Allora gli occhi chiari di Paolo s'induriscono. No, lo dico
io. Sono tuo marito e tu verrai con me a Palermo, anche a costo
di tirarti per i capelli da qui fino alla torre di Re Ruggero.
Comincia a raccogliere le tue cose. Partiamo entro la prossima
settimana.
...
SPEZIE. novembre 1799 - maggio 1807.

Cu mana 'un pina.
Chi si d da fare non patisce.
PROVERBIO SICILIANO.

Gi dal 1796 sull'Italia spirano venti di rivoluzione, portati dalle truppe comandate da un giovane ed ambizioso generale: Napoleone Bonaparte.
Nel 1799, i giacobini del Regno di Napoli si ribellano alla monarchia borbonica, istituendo la Repubblica Napoletana. Ferdinando
IV di Napoli e Maria Carolina d'Asburgo sono costretti a rifugiarsi a Palermo. Tornano a Napoli solo nel 1802; l'esperienza della repubblica si conclude con una repressione feroce.
Nel 1798, per contrastare la presenza dilagante dei francesi,
vari Stati, tra cui Gran Bretagna, Austria, Russia e il Regno di
Napoli, si coalizzano contro la Francia. Ma, gi dopo la sconftta
a Marengo (14 giugno 1800), gli austriaci firmano il trattato
di Lunville (9 febbraio 1801) e, un anno dopo, con il trattato di
Amiens (25 marzo 1802), anche la Gran Bretagna arriva alla
pace con i francesi, riuscendo se non altro a salvaguardare i propri
possedimenti coloniali. La marina inglese rafforza cos la
propria presenza nel Mediterraneo, e in Sicilia in particolare.
Il 2 dicembre 1804, Napoleone si autoproclama imperatore
dei francesi e, dopo la decisiva vittoria di Austerlitz (2 dicembre
1805), dichiara la fine della dinastia borbonica e invia a Napoli
il generale Andr Massna con l'incarico di mettere sul trono il
fratello dello stesso Napoleone, Giuseppe, che diventa cos re di
Napoli. Ferdinando  di nuovo costretto a fuggire a Palermo,
sotto la tutela degli inglesi, anche se continua a regnare sulla
Sicilia.

Cannella, pepe, cumino, anice, coriandolo, zafferano,
sommacco, cassia...
No, non servono solo per cucinare, le spezie. Sono
farmaci, sono cosmetici, sono veleni, sono profumi e memorie
di terre lontane che in pochi hanno visto.
Per raggiungere il bancone di una rivendita, una stecca di
cannella o una radice di zenzero deve passare per decine di mani,
viaggiare a dorso di mulo o di cammello su lunghe carovane,
attraversare l'oceano, raggiungere i porti europei.
Ovviamente i costi lievitano a ogni passaggio.
Ricco  chi pu acquistarle, ricco  chi riesce a venderle. Le
spezie per la cucina - e ancor di pi quelle per le cure mediche
e per i profumi - sono cosa per pochi eletti.
Venezia ha fondato la sua ricchezza sul commercio delle
spezie e sui dazi doganali. Ora, all'inizio del diciannovesimo secolo, a commerciarle, sono gli inglesi e i francesi. Dalle loro colonie d'oltremare, arrivano navi cariche non solo di erbe medicinali, ma anche di zucchero, e t, e caff, e cioccolato.
Il prezzo scende, il mercato si diversifica, i porti si aprono,
la quantit di spezie aumenta. Non solo Napoli, o Livorno, o
Genova. A Palermo gli aromatari fondano una corporazione.
Hanno persino una loro chiesa, Sant'Andrea degli Amalfitani.
E cresce anche il numero di coloro che possono permettersi
di venderle.
Ignazio trattiene il fiato.
 sempre cos.
Ogni volta che lo schifazzo arriva in vista del porto di Palermo,
sente una morsa allo stomaco, proprio come un innamorato.
Sorride, stringe il braccio di Paolo e suo fratello ricambia il
gesto.
No, non lo ha lasciato a Bagnara. Lo ha voluto con s.
Contento? chiede. Lui annuisce, gli occhi che brillano e il
petto che si lascia invadere dalla bellezza di quella citt. Si aggrappa alle cime, si protende verso il bompresso.
Ha lasciato la Calabria, la sua famiglia o quel che ne resta.
Ma ora, con gli occhi pieni di cielo e di mare, non ha pi timore
per il futuro. Il terrore della solitudine  un fantasma.
Il respiro si ferma davanti al sovrapporsi di sfumature diverse
di un medesimo azzurro su cui spiccano le mura che racchiudono
il porto, immerse nel pomeriggio. Con gli occhi fissi
sulle montagne, Ignazio accarezza l'anello nuziale della madre,
che indossa all'anulare destro. L'ha messo al dito per
non rischiare pi di perderlo. In realt, quando lo tocca, ha
la sensazione di avere ancora la madre vicino, di poterne sentire
la voce. Lo chiamava, l'ha ascoltato.
Davanti a lui, la citt si svela. Prende forma.
Cupole di maiolica, torri merlate, tegole. Ecco la Cala, affollata
di feluche, brigantini, schooner, un'insenatura a forma di
cuore, stretta tra due lingue di terra. Attraverso la selva di alberi di navi, s'intravedono le porte, incastonate dentro palazzi,
letteralmente costruiti sopra di esse: porta Doganella, porta
Calcina, porta Carbone. Case abbarbicate, affastellate, come a
cercare di farsi spazio per trovare un po' di vista sul mare. A
sinistra, seminascosto dai tetti, il campanile della chiesa di
Santa Maria di Porto Salvo; poco oltre, s'intravedono la chiesa
di San Mamiliano e la torre stretta della chiesa dell'Annunziata,
e poi ancora, quasi a ridosso delle mura, la cupola ottagonale
di San Giorgio dei Genovesi. A destra, un'altra chiesa, piccola
e tozza, Santa Maria di Piedigrotta, e la sagoma imponente
del Castello a Mare circondato da un fossato; poco oltre, su
una lingua di terra che s'inoltra in mare, il lazzaretto per la
quarantena dei marinai malati.
Su ogni cosa incombe il monte Pellegrino. Dietro, una cintura
di montagne coperte di boschi.
C' un profumo che arriva dalla terra e aleggia sull'acqua:
un misto di sale, frutta, legna bruciata, alghe, sabbia. Paolo dice
che  l'odore della terraferma. Ignazio, invece, pensa sia il
profumo di questa citt.
Arrivano i rumori di un porto in piena attivit. L'aroma del
mare viene soppiantato da un tanfo acre: letame, sudore e pece,
insieme con quello dell'acqua morta.
N Paolo n Ignazio si accorgono che Giuseppina ha ancora
gli occhi fissi sul mare aperto, quasi potesse ancora vedere
Bagnara.
Non sanno che lei ricorda l'abbraccio di Mattia. Quella donna,
per lei, non  solo una cognata:  amica,  certezza, la voce
che l'ha guidata nei primi difficili mesi del matrimonio con
Paolo.
Giuseppina aveva sperato che pure Barbaro e Mattia potessero
seguirli a Palermo, ma era stata una speranza morta presto.
Paolo Barbaro aveva dichiarato che lui sarebbe restato a
Bagnara e avrebbe fatto avanti e indietro da Palermo: per commerciare con il Settentrione ed avere un altro porto sicuro. E che aveva bisogno di una femmina che gli curasse la casa e i figli.
Giuseppina, in verit, sospettava che lui volesse allontanare la
moglie dai fratelli: Barbaro non amava molto la loro vicinanza,
soprattutto il legame tra Ignazio e Mattia.
Una lacrima solitaria cade dalla guancia, s'infrange sullo
scialle. Giuseppina ricorda il fruscio degli alberi che dalle
montagne arrivano quasi al mare, le corse per le strade di Bagnara
fino alla torre di Re Ruggero, con il sole che si rifrangeva
tra l'acqua e i ciottoli della spiaggia.
L, sul molo sotto la torre, Mattia le aveva dato un bacio sulla
guancia. Non devi pensare di essere sola. Io chieder allo
scrivano di mandarti le lettere e tu farai la stessa cosa. Ora non
piangere pi cos, ti prego.
Non  giusto! Giuseppina aveva stretto i pugni. Non
voglio!
L'altra l'aveva abbracciata. Cori meu, questo . Noi siamo
dei nostri mariti, non abbiamo potere. Fatti forza.
Giuseppina aveva fatto cenno di no con la testa, perch per
lei non era possibile essere sradicata cos dalla sua terra. S, le
donne erano dei mariti, erano loro a comandare. Ma i mariti
spesso non capivano come tenersi strette le proprie femmine.
Cos era per lei con Paolo.
Poi Mattia aveva cambiato espressione. Aveva lasciato l'abbraccio
di Giuseppina per andare incontro a Ignazio. Sapevo che sarebbe arrivato questo giorno. Questione di tempo era.
L'aveva baciato sulla fronte. Lu Signuri v'aiuta e a' Maronna
v'accumpagna, lo aveva benedetto.
Amen, aveva replicato lui.
Mattia aveva teso la mano e poi aveva unito in un solo abbraccio
Giuseppina e Ignazio. Stai attento a nostro fratello Paolo.  troppo duro con tutti, specie con lei. Digli di essere pi paziente. Tu puoi farlo, sei suo fratello e sei maschio. A me non mi ascolta, aveva detto. A ripensarci, Giuseppina sente un nodo allo stomaco. Aveva soffocato lacrime di tenerezza sulla spalla della cognata, strofinando il viso sulla stoffa ruvida del mantello.
Grazie, cori di lu me cori.
La risposta era stata una carezza.
A quelle parole, Ignazio si era rabbuiato. Si era voltato indietro
a guardare Paolo Barbaro. E tuo marito, Mattia? Tuo marito  paziente, ti rispetta? Aveva sbuffato piano. Non sai che pena ho di lasciarti qui da sola con lui.
La sorella aveva abbassato lo sguardo. Quello . Si comporta
come deve comportarsi. Una frase. Un sibilo, simile a quello di paglia che brucia.
E Giuseppina aveva letto in quel gesto ci che gi sapeva.
Che Barbaro era manesco con lei, che la trattava con asprezza.
Il loro matrimonio era stato combinato dalle famiglie per motivi
di soldi, com'era avvenuto per lei e Paolo.
Non lo possono capire, gli uomini, che loro due hanno in comune
il cuore spezzato.
Vittoria la chiama: Zia, guardate! Stiamo arrivando!  felice,
entusiasta. Il pensiero di una citt nuova, lontana da Bagnara,
l'ha riempita di gioia sin dall'inizio. Sar bellissimo,
zi', aveva detto a Giuseppina il giorno prima della partenza.
La zia aveva replicato con una smorfia: Sei troppo piccola
per capire. Non  come qui in paese...
Appunto. Vittoria non si era fatta scoraggiare. Una citt,
una citt vera.
Giuseppina aveva scosso la testa mentre pena, rancore e
rabbia le rosicchiavano lo stomaco.
La bambina salta in piedi, indica qualcosa. Paolo annuisce,
Ignazio si sbraccia.
Dalla massa d'imbarcazioni si stacca una lancia che li guida
all'attracco. Al momento dell'approdo, si  gi radunata una
piccola folla di curiosi. Barbaro allunga un braccio per prendere
la cima e assicurarla alla bitta. Un uomo si fa avanti, li
accoglie.
Emiddio!
Paolo e Barbaro saltano a terra, lo salutano con confidenza e
rispetto. Ignazio li vede confabulare mentre allunga la passerella
per far sbarcare la cognata. Giuseppina, ferma sulla tolda,
stringe il bambino come se volesse difenderlo da una minaccia.
Allora lui, con gentilezza, l'aiuta a scendere a terra e spiega:
Quello  Emiddio Barbaro, un cugino di Paolo.  lui che ci
ha aiutato a comprare l'aromateria.
Vittoria salta a terra, corre da Paolo. Lui, brusco, le fa cenno
di tacere.
Giuseppina legge sul viso del marito una tensione strana,
come una vibrazione profonda, una crepa in quell'atteggiamento
sicuro che cos spesso le fa soffocare un grido di rabbia.
Ma  un istante: il viso di Paolo torna spigoloso. L'espressione
 dura, le occhiate guardinghe. Se Paolo ha paura, sa nasconderlo
bene.
Lei scrolla le spalle. Non le interessa. Torna a rivolgersi a
Ignazio e lo fa a bassa voce, perch nessuno possa udirli.
Lo conosco. Tornava a Bagnara fino a due anni fa, quando
sua madre era ancora viva. Poi il tono le si addolcisce. Grazie,
mormora, e inclina la testa regalandogli uno sguardo su
un lembo di pelle tra il collo e la clavicola.
Ignazio rallenta, poi la segue.
Poggia il piede sulla banchina di pietra.
Dagli occhi, Palermo gli arriva allo stomaco.
Adesso lui  nella citt.
 una sensazione di meraviglia e calore, che gli scivola dentro
e che ricorder con malinconia quando, da l a pochi anni,
l'avrebbe conosciuta davvero.
Paolo chiama Ignazio perch l'aiuti a scaricare le loro cose sul
carretto che Emiddio Barbaro si  procurato.
Vi ho sistemato vicino a tanti compari bagnaroti che vivono
qui a Palermo. Vi troverete bene.
 una casa grande? Paolo getta una cesta di vimini piena
di terraglie sul carro. Uno scricchiolio annuncia la distruzione
di almeno un piatto. Subito dopo, due facchini mettono sul carro la corrila, la cassa del corredo di Giuseppina.
Una smorfia. Tre stanze a piano terra. Certo, non sono spaziose
come quelle della vostra casa nelle Calabrie.  stato un nostro conterraneo a segnalarmela, dopo che suo cugino se ne  tornato a Scilla. Soprattutto,  a pochi passi dalla vostra puta.
Giuseppina non pu altro che fissare la pietra del molo e
tacere.
Tutto  deciso.
La rabbia monta, le ruggisce dentro. S'incolla ai frammenti
del cuore, li rimette insieme, ma alla rinfusa, e quei cocci le si
piantano tra le costole e la gola, facendole male.
Ovunque vorrebbe essere. Pure all'inferno. Ma non l.
Paolo e Barbaro restano a scaricare merci sulla banchina.
Emiddio guida lei e Ignazio attraverso porta Calcina.
Lungo il tragitto, le voci della citt la aggrediscono, suonano
brutali, sgraziate.
L, l'aria  marcia. Tutta la citt  sporca, se n' accorta con
una sola occhiata. Palermo  un posto miserabile.
Davanti a lei, la nipotina ride rumorosamente, fa una piroetta.
Cos'ha da essere felice? pensa con astio, mentre strascica i piedi
sul selciato fangoso. Per  vero: niente aveva e niente ha perso.
Pu solo guadagnarci, Vittoria.
E infatti la bambina immagina il suo futuro e sogna, sogna di
non essere pi solo un'orfana accolta per carit. Immagina di
avere qualche soldo, magari un marito che non sia un suo parente.
Pi libert rispetto a ci cui era destinata in quel paese
stretto tra le montagne ed il mare.
Invece Giuseppina si sente povera e pazza.
Oltre la porta, la strada s'incunea tra botteghe e magazzini
che si aprono su vicoli, fianco a fianco ad abitazioni simili a tuguri.
Riconosce alcuni volti. Non ricambia i loro saluti.
Prova vergogna.
Li conosce, li conosce bene, quelli.  gente che ha lasciato
Bagnara anni prima. Pezzenti, li aveva giudicati sua nonna.
Morti di fame che non volevano restare in paese, aveva aggiunto
suo zio, preferendo una vita di espedienti in terra straniera,
o costringendo le mogli a fare le sguattere in casa d'altri.
Perch la Sicilia  un'altra terra, un mondo a parte che non ha
nulla a che fare con il Continente.
E la sua collera cresce perch lei, Giuseppina Saffiotti, non 
una miserabile che deve emigrare per trovare il pane. Ha un
terreno, ha un corredo, ha una dote.
Pi la strada si stringe, pi il suo cuore si fa pesante. Non
riesce a tenere il passo degli altri. Non vuole.
Arrivano a uno slargo. Sulla sinistra, una chiesa con un porticato
chiuso da colonne. Questa  Santa Maria la Nova,
spiega Emiddio, indicandola a Giuseppina. Quell'altra, invece,
 San Giacomo. Non vi mancheranno luoghi per le devozioni,
aggiunge, conciliante.
Lei lo ringrazia, si fa il segno della croce, ma non  alle preghiere che pensa in quel momento. Ricorda, piuttosto, ci che 
stata costretta a lasciare. Guarda il basolato dove resti di frutta
e verdura affogano in pozze di fango. Non c' vento che possa
spazzare via l'odore di morte e di letame.
Alla fine, si fermano su un lato della piazza. Qualcuno rallenta,
lancia occhiate furtive; altri, pi sfacciati, salutano Emiddio
e nel frattempo guardano le loro cose, soppesano gli abiti, i
gesti, frugano con gli sguardi nella vita dei nuovi arrivati.
Andate via tutti! vorrebbe urlare Giuseppina. Sparite!
Eccoci, annuncia Emiddio.
Una porta di legno. Ceste di frutta, verdure e patate sono
appoggiate ai battenti.
Emiddio si avvicina, d un calcio a una gerla. Mette le mani
sui fianchi e parla con il tono di chi fa un annuncio. Mastro
Filippo, che fa, le levate queste cose? Sono arrivati i nuovi affittuari da Bagnara.
Il venditore  un vecchio con la schiena piegata e un occhio
acquoso. Arriva dal fondo del magazzino sorreggendosi alle
pareti. Bbono... ca' sugnu! Solleva la testa e rivela un altro occhio, ben pi sveglio, che scruta subito Ignazio e si sofferma su
Giuseppina.
Eh, alla buon'ora. L'avia ditto di livari 'sta robba gi stamatina, commenta Emiddio.
L'anziano si trascina fino alle ceste e ne tira gi una. Ignazio
fa per aiutarlo. Emiddio gli mette la mano sul braccio. Mastro
Filippo  pi forte di me e di te insieme.
Ma c' altro in quelle parole.
E questa  la prima lezione che Ignazio impara: a Palermo,
mezza frase pu valere pi di un discorso intero.
Tra un ansito e un sospiro, il negoziante libera il passaggio.
Rimangono foglie, bucce d'arancia.
Basta uno sguardo di Emiddio perch vengano ramazzate via.
Finalmente possono entrare.
Giuseppina si guarda intorno. Subito intuisce che la casa 
disabitata da ben pi di due mesi. Il focolare per cucinare  l,
quasi sulla soglia. La canna fumaria funziona male: il muro 
annerito, le maioliche sono sbreccate, sporche di fuliggine. C'
solo un tavolo; nessuna sedia, solo uno sgabello. Alcuni stipi
incassati nei muri, chiusi da sportelli di legno gonfio e spaccato.
Le travi sono coperte di ragnatele; per terra, vermi di umidit.
Il pavimento scricchiola sotto i piedi.
 buia.
Buia.
La collera diventa repulsione, risale per lo stomaco, si fa fiele.
 cos potente che la donna prova un conato di nausea.
Una casa, questa? Casa mia?
Oltrepassa la soglia della camera da letto, l dove si trovano
Emiddio e Ignazio. La stanza  stretta, sembra quasi un corridoio:
la luce malata arriva da una finestra che si affaccia sul
cortile interno, protetta da sbarre. Dall'esterno giunge lo scroscio
di una fontana.
Le altre due stanze: poco pi che ripostigli. Non ci sono porte,
solo tende.
Giuseppina si stringe al petto Vincenzo, continua a guardarsi
intorno e ancora non riesce a credere a ci che vede.
Eppure  tutto reale. Quella sporcizia. Quella miseria.
Vincenzo si sveglia. Ha fame.
Lei torna in cucina. Ora  sola: Ignazio ed Emiddio sono
fuori, oltre la soglia. Sente le gambe cederle, e si lascia cadere
sullo sgabello prima di crollare a terra.
Il sole sta tramontando e presto il buio caler su Palermo e
su quella catapecchia, rendendola una tomba.
 cos che Ignazio la trova quando rientra. Affranta, con il
bambino che frigna.
Allora inizia a trafficare con i bagagli. Ti aiuto? le chiede.
Tra poco, arriver Paolo con le altre ceste e la corrila. Vuole
cancellare l'espressione di orrore di Giuseppina. Vuole distrarla,
vuole...
Frmati. La sua voce  spezzata. Alza la testa. Non potevamo
permetterci niente di meglio di questa miseria? chiede lei in un soffio, senza rabbia, senza forze.
Non qui a Palermo. La citt...  una citt, ecco.  cara. Non
 un paese come il nostro, prova a spiegare Ignazio, ma capisce
che queste parole non le basteranno mai.
Lei ha lo sguardo vacuo. Questo  un tugurio. Un catojo.
Dove mi ha portato tuo fratello?

 l'alba. Nessuno o quasi su piano San Giacomo, la piazza su
cui si affaccia la puta di Florio e Barbaro.
La porta dell'aromateria cigola. Paolo entra nel negozio. Un
fetore di muffa lo aggredisce.
Ignazio, dietro di lui, si lascia scappare un sospiro affannato.
Il bancone  gonfio per l'umidit. Balsamari e vasi sono
scompagnati.
Lo scoramento passa dall'uno all'altro, li avvolge, si accomoda
tra il petto e la gola.
Nuddu ni rissi chi vinivate a stari cc, prova a giustificarsi il garzone che gli ha consegnato le chiavi. Don Bottari poi  allitticato, u' sapite... Non si alza dal letto da settimane.
Ignazio pensa che, pi che non star bene, Bottari si  proprio
disinteressato del negozio. Quella desolazione non  cosa di
pochi giorni.
Paolo non commenta. Dammi la scopa, dice invece. Va'
a prendere secchi d'acqua. Afferra la ramazza, comincia a
spazzare il pavimento. Lo fa con rabbia controllata. Non  cos
che ha visto la puta, l'ultima volta che  venuto a Palermo.
Ignazio esita, poi si dirige verso la stanza che s'intravede attraverso una tenda.
Sporcizia. Disordine. Carte accatastate ovunque. Vecchie sedie,
pestelli sbreccati.
La sensazione di aver sbagliato tutto, di aver rischiato e perso,
s'impossessa di lui. Avverte nel suono ritmico della ramazza
che anche Paolo sta provando la stessa sensazione.
Frush, frush.
Ogni colpo  uno schiaffo. Niente  andato come si erano
aspettati. Niente.
Inizia a raccogliere le carte, svuota un sacco di iuta per raccogliere la spazzatura. Una grossa blatta gli cade sui piedi.
Frush, frush.
Il cuore  una pietra piccola che si pu stringere tra le dita.
Allontana l'insetto con un calcio.
Quando suona mezzogiorno, hanno finito di pulire. Sulla soglia,
Paolo - a piedi nudi, le maniche della camicia arrotolate -
si asciuga il viso accaldato.
Ora l'aromateria profuma di sapone. Il garzone sta spolverando
balsamari e albarelli e li mette in ordine seguendo le sue
indicazioni.
Ah. Vero . Quindi ha riaperto.
Paolo si volta.
A parlare  stato un uomo di mezza et con occhi di un azzurro
cos chiaro da sembrare slavato. Una stempiatura gli disegna
una macchia chiara sulla fronte.  vestito di panno e
porta un plastron con un fermacravatta d'oro.
Dietro di lui, una ragazza con una mantella bordata di raso
e orecchini di perle, al braccio di un giovane.
Domenico Bottari che ha fatto? L'ha affittata? chiede il
secondo uomo.
Paolo sposta gli occhi su di lui.  pi giovane dell'altro, ha
una voce forte, venata da un profondo accento, e il viso macchiato
di efelidi. Sono io il proprietario, con mio fratello e mio
cognato. Si asciuga la mano umida sul pantalone rivoltato
sulle caviglie e la tende per salutare.
Vuautri site u' patrune? Il viso del giovane si accartoccia
in una risata. Site tanto patrune chi manco vi putiti fari lavari
n'terra?
Un altro calabrese! esclama la ragazza. Ma quanti ce ne
sono? Quando parlano questi, pare che cantano!
E cosa farete, commercerete sempre con le spezie? L'uomo
pi anziano ha ignorato la battuta della giovane. Forse  la
figlia? Potrebbe, pensa Paolo, visto che gli somiglia, e tanto.
L'altro gli si avvicina, lo squadra con attenzione. O farete
compravendita di autri cosi? Dove vi rifornirete?
Di certo avrete contatti con gli altri calabresi e con i napoletani.
Saranno loro a vendervi le spezie? chiede ancora l'anziano.
Io... noi... Paolo vorrebbe fermare quel fuoco di fila di domande.
Protende le mani in avanti, cerca Ignazio, ma  andato
dal falegname per trovare delle assi per riparare vari scaffali e
le sedie sbilenche.
Scorge il garzone in un angolo, a poca distanza dalla puta.
Ha un secchio in mano e guarda quei due con riverenza. Gli fa
cenno di avvicinarsi, ma capisce che quello no, non verr.
L'uomo pi anziano si avvicina alla porta. Permettete?
Entra nel negozio senza attendere risposta. Con Bottari questa
puta filava, ma ora  un pezzo che... Un'occhiata gli basta.
Ne avrete da lavorare prima di poter vendere qualcosa senza
fari malefire. Si sfrega le mani. Se non sapete da chi comprare
e come vendere, rischiate di rimanere aperti da Natale a
Santo Stefano.
Paolo appoggia la ramazza contro il muro, rassetta le maniche
arrotolate. Ora la sua voce non  pi cordiale. Vero . Ma
non ci mancano risorse e volont.
Avrete bisogno pure di molta fortuna. L'uomo pi giovane
ha seguito il vecchio. Vluta gli scaffali, conta gli albarelli,
legge le scritte sui balsamari. Sembra stia dando un prezzo a
tutto ci che vede. Con questa roba non  che potete andare
lontano. Mica siete in Calabria. Qui siete a Palermo, la capitale
della Sicilia, e non  posto per morti di fame. Prende un balsamario, ne segue la crepa con un dito. Non penserete di andare
avanti con i vasi scheggiati?
Abbiamo chi ci vende le robbe. Siamo commercianti di spezie,
abbiamo un nostro schifazzo. Mio cognato ci porter la
merce ogni mese. Tempo di sistemarci noi e sistemeremo tutto.
Paolo sta sulla difensiva anche se non vorrebbe, ma quell'uomo
lo incalza, lo deride, lo mette in difficolt.
Ah! Siete venditori allora. Non aromatari.
Il giovane d di gomito all'altro. Non si cura nemmeno di
parlare a bassa voce. Che vi dissi? Mi sembrava strano... Al
Collegio degli aromatari non era arrivata nessuna richiesta, e
manco a quello dei farmacisti. Putiri sunnu.
Quello gli risponde con un: Raggiuni hai.
Paolo vorrebbe sbatterli fuori: sono venuti a farsi i fatti suoi,
gli hanno fatto i conti in tasca e ora lo sfottono pure... Ora, se
non vi dispiace, devo continuare a lavorare. Indica la porta.
Buona giornata.
Il vecchio dondola sui talloni. Gli riserva un'occhiata di
scherno, poi batte i tacchi, quasi obbedisse a un invito e lascia
il negozio senza un saluto.
L'altro, invece, si ferma ancora a guardare gli scaffali. Due
mesi vi do, prima di trovarvi a chiedere l'elemosina. Tempo
due mesi e chiudete di nuovo.

Quando Ignazio torna, trova Paolo con il viso tirato e le mani
che tremano. Sposta vasi e albarelli, li osserva, scuote la testa.
Che fu? chiede subito. Perch qualcosa dev'essere successo.
Suo fratello  sconvolto.
Poco fa mi sono venuti a trovare tre cristiani. Due uomini e
una femmina. Non si sapeva pi che cosa mi dovevano domandare.
Chi siete, che fate, come commerciate...
Gente curiosa, insomma. Ignazio solleva alcune delle assi
di legno che ha preso dal mastru d'ascia per riparare sedie e
scaffali. Prende un chiodo, lo fissa, inizia a martellare. E che
volevano?
Non solo che volevano. Chi erano.
 a quel punto che Ignazio si ferma. Il fastidio nella voce del
fratello non  solo antipatia:  disagio, forse anche timore.
Aggrotta la fronte. Paolo, chi erano? Che volevano da noi?
Me l'ha detto il picciutteddu che ci ha mandato Bottari.
Tanta paura aveva che manco s' voluto avvicinare. Il fratello gli
mette una mano sul braccio. Era Canzoneri, 'Gnaz. Canzoneri
e il suo genero, Carmelo Saguto, che non ti dico come si 
comportato.
Ignazio poggia il martello sul piano del bancone. Quel
Canzoneri? Il grossista di spezie che vende pure all'esercito
regio?
E a tutti i nobili. S, lui.
E che  venuto a fare?
Paolo indica l'aromateria. Tra le braccia aperte, si crea il
vuoto, s'insinua la penombra del pomeriggio di quell'autunno
stanco. A dirci che non andremo lontano, a sentire lui. E
nella voce ha un sentore di scoraggiamento, di rassegnazione
che raggiunge Ignazio nel profondo. E che lui non pu
sopportare.
Prende il mazzuolo, afferra un chiodo. Lascialo parlare.
Una martellata.
 come se gli restituisse il pensiero che lui gli aveva svelato
a Bagnara, quando gli aveva detto che voleva andar via.
Lasciali parlare tutti, Paolo. Non siamo venuti qui a fare la fame
o scapparcene in Calabria di notte come mendicanti. La sua
voce  dura, non nasconde la collera, l'indignazione, l'orgoglio.
Un altro chiodo, un altro colpo. Siamo venuti qui e ci
resteremo.

Dopo Canzoneri, anche altri aromatari sono venuti a curiosare.
Hanno girato intorno al negozio, sbirciato attraverso i vetri,
mandato i loro garzoni a dare una tediata.
Le facce sono ostili, di scherno o di commiserazione. Uno di
loro, un tale Gul, ha detto a entrambi, amichevolmente, di non
sentirsi troppo scaltri, perch Palermo  difficile.
Palermo se li studia, i Florio. Se li studia bene. E non fa sconti.
Clienti, pochi.
E dire che ora le spezie ci sono, e di prima scelta.
Perci, quando sentono il cigolio della porta, alcune settimane
dopo, quasi non credono ai loro occhi.
Una donna. Ha un fazzoletto in testa e un grembiule sui
fianchi. In mano, ha un pezzo di carta. Tende il foglio a Paolo,
il pi vicino. Non lo so cosa c' scritto, spiega. Mio marito
ha mal di pancia e febbre forte. Mi hanno detto di comprare
queste cose, ma non ho molti soldi e in farmacia non ci posso
andare, sono andata da Gul e mi ha detto che con quello che
ho non ci compro niente. Vuautri me le potete vendere?
Un'occhiata tra i due fratelli.
Paolo legge. Medicamenti per la costipazione di stomaco.
Vediamo cosa possiamo fare. Elenca le erbe: Ruta, fiori di
malva...
Ignazio si arrampica su per gli scaffali, prende i vasi. Le erbe
finiscono nel mortaio, mentre Paolo ascolta la donna.
Sunnu quattru jorna ca' me maritu avi dulura e 'un si fira a susirisi
du' letto. Sbircia ansiosa verso Ignazio, che lavora di pestello.
Queste lo faranno guarire? Picch i 'un haiu unni iri. Ho
dovuto impegnarmi gli orecchini per chiamare u' dutturi, perch
u' varveri unni capiu nenti.
Paolo si massaggia il mento. Febbre? Forte?
Si vota nt 'o letto e 'un avi risettu.
Non trova pace, pover'uomo... Certo, se la febbre  forte...
Ignazio gli indica un grosso vaso dietro di lui. Paolo capisce.
Un cucchiaio di corteccia scura finisce nel mortaio.
Lei sbircia con sospetto Ignazio. Soccu  'sta cosa?
Si chiama cortice.  una corteccia di un albero del Per,
l'albero della china, e serve per togliere la febbre, spiega Paolo
con pazienza.
Ma la donna  preoccupata, infila le mani in tasca. Ignazio
sente il tintinnio dei grani e dei tar* che vengono contati.
* Il grano, il tar e l'onza erano le monete siciliane dell'epoca.
Il grano era in rame ed era la ventesima parte di un tar. Il tar
era solitamente in argento ed era la trentesima parte di un'onza. (N.d.A.).
Per stavolta non lo pagate. Statevi tranquilla, dice infine.
Lei quasi non ci crede. Prende i soldi, li mette sul bancone.
Ma l'autri...
Paolo le mette una mano sul braccio. Gli altri sono gli altri
e fanno quello che vogliono. Noi siamo i Florio.
 cos che inizia tutto.

Le settimane passano, si sgranano l'una dopo l'altra. Si avvicina
il Natale.
Un giorno, Giuseppina li raggiunge poco dopo che le campane
hanno scandito mezzogiorno. Trova il marito e il cognato
che stanno mettendo da parte vasi e bilancini.
Vi ho portato il pranzo, dice. Ha con s un cesto con pane,
formaggio, olive. Ignazio le porge una sedia per sedersi,
ma lei fa cenno di no. Devo andare. Vittoria  sola con Vice'.
Paolo la prende per il polso. Non scappare sempre. Lo
dice con una strana dolcezza. E allora lei, cauta, torna accanto
al marito che le porge una fetta di pane bagnata nell'olio.
Ho gi mangiato.
Lui le stringe la mano. E allora? Una cosa in pi? Giuseppina
accetta. Ma tiene gli occhi bassi.
Ignazio mastica con lentezza. Li studia.
Scherzano. O, meglio,  Paolo a scherzare. Giuseppina accetta
i bocconi che lui le offre, ma il viso rimane sempre corrugato.
Qualcuno bussa.
E che , manco si pu stare tranquilli... Paolo si pulisce la
bocca sulla manica. Va in negozio mentre Ignazio ingoia l'ultimo
pezzo di formaggio e gi si rimette in piedi.
Giuseppina lo afferra per la manica. Ignazio!
Il tono di Giuseppina  duro, gli sembra quasi di sentir parlare
suo fratello. Che c'?
Ho bisogno del tuo aiuto. Io... Un tintinnio di balsamari
arriva dalla stanza adiacente. Volevo mandare una lettera a
Mattia. Potresti scriverla tu?
Ignazio torna indietro. Non pu aiutarti Paolo?
Gliel'ho chiesto. La mano di Giuseppina  sul piano del
tavolo. Si chiude a pugno, striscia in avanti fino a sfiorarlo.
Ha detto che non ha tempo, e che non dovevo fargliene perdere
altro. La verit  che non vuole, io lo so, e quando gliel'ho
detto si  infuriato. Mattia non sa come stiamo, se ci siamo sistemati...
Prima, io e lei ci vedevamo ogni giorno in chiesa.
Ora, manco so se  viva e almeno le voglio scrivere...
Ignazio sospira. Quei due sono come acqua e olio: possono
stare nella stessa ciotola, ma non si mescoleranno mai.
Lei abbassa la voce. Lo tocca, gli stringe il palmo. Non so
a chi chiedere. Qui ancora non ho confidenza con nessuno e
non voglio raccontare i fatti miei a un estraneo. Almeno tu,
aiutami.
In silenzio, Ignazio riflette. No, si dice. Dovrebbe rivolgersi a
uno scrivano. Non vuol sapere perch Giuseppina ha quell'espressione
infelice, o perch Paolo provi ad avvicinarla pur sapendo
che verr respinto.
Ma tanto  inutile: li vede ogni giorno e li ascolta, anche se
non litigano ad alta voce. Perch certe cose si sentono con l'anima
e con l'istinto. E lui, che vuole bene a entrambi, si trova in
mezzo.
 allora che lui, il fratello mite, quello generoso e gentile,
sente venir fuori un serpentello che sta nascosto, una biscia velenosa.
Ignazio ha imparato a prenderla a pietrate, perch non
ha diritto di farla uscire. Non pu dire a Paolo cosa deve fare
con sua moglie.
Giuseppina ora quasi gli parla addosso. Ti prego.
Ignazio sa che non deve mettersi in mezzo. Dovrebbe andarsene,
dirle di parlare di nuovo con Paolo.
 allora che si rende conto di aver intrecciato le dita con le
sue.
Si stacca di colpo, parla dandole le spalle. Va bbonu. Ora
vattinni.

Quando Paolo gli chiede perch porti a casa carta e inchiostro,
lui glielo spiega. Vede il fratello scurirsi in volto. Contento tu.
Io non mi voglio sorbire le sue rampogne pure per lettera.
Cenano scambiando poche parole; prendono i bocconi da
un unico piatto al centro della tavola. Alla fine, uva, un po'
di frutta secca. Vittoria passeggia per la stanza con Vincenzo
al collo. Canta.

Guardati stu' figghiu
guardati quant' beddu
dormi dormi
dormi cuntentu
c chista  l'ura,
chistu  lu momentu
e veni, veni sonnu
e veni pigghiatillu
a stu' figghiuzzu meo piccilirillu.

Giuseppina si asciuga le mani sul grembiule. Si avvicina a Vittoria, le d un bacio. Andate a letto, voi due. Io faccio questa
cosa con tuo zio. Si lascia cadere sulla panca, si toglie via i capelli dal viso. Allora?
Prendo la carta. Ignazio va nella stanza che divide con
Vittoria, cerca l'inchiostro. Tende l'orecchio verso la cucina.
Perch non lo hai chiesto a me? sta dicendo Paolo.
Mi hai detto che non avevi tempo. La voce di Giuseppina
 amareggiata.
Gi. Un cigolio di sedia. Allora vado a letto.
Ignazio si precipita nella stanza, sbarra il passo al fratello.
Ecco qui. Paolo, vieni, dettami due parole di saluto anche
tu.
Giuseppina ora guarda il marito. Resta, sembra dirgli.
E Paolo resta.
Torna a sedersi, scrive.  un carattere difficile, il suo, ma
non potrebbe essere altrimenti, visto com' cresciuto. Ed  orgoglioso, come tutti i Florio.
Dopo, ripassa la carta ad Ignazio. Lui afferra la penna, invita
Giuseppina ad iniziare.
Cara Mattia... Si ferma, prende fiato. E poi comincia, come
se non potesse fermarsi.

Il bambino cresce bene, i tuoi fratelli lavorano da mattina a
sera...
La casa  piccola ma  vicino all'aromateria...
Non ci sono le verdure che raccoglievamo insieme in
montagna...
Palermo  grandissima e conosco solo le strade che arrivano
al porto...

Ignazio  concentrato.
Lui sente davvero cosa vuol dire Giuseppina.
Vincenzo almeno mi d soddisfazione, mentre Paolo e Ignazio mi
lasciano sola per tutto il giorno e mi sembra d'impazzire in questo buco.
S, perch la casa  poco pi di un magazzino al servizio dell'aromateria, e io passo le mie giornate sola, maledettamente sola, con mio figlio e Vittoria, e in questa citt enorme non c' spazio per me, non ci sei tu, e io qui mi sto perdendo in mezzo alle mura e al fango e al nulla.
Alla fine, Giuseppina tace.
Paolo si avvicina alla moglie, le stringe la spalla. Domattina
far partire la lettera, le dice. Le accarezza i capelli. Una
carezza lunghissima, fatta di rimpianto, tenerezza e paura.
Apre la bocca per parlare, ma non lo fa. Lascia la stanza sotto
gli occhi disorientati della moglie.
E invece dovrebbe farlo, pensa Ignazio. Dovrebbe parlarle. Ascoltarla.
Non  questo essere sposati? Non  portare la fatica dell'esistenza insieme?
Non  quello che farebbe lui?

Grazie sempre, don Florio, buona giornata!
Sempre a disposizione. Arrivederci.
Il Natale del 1799  passato in fretta. L'anno successivo  trascorso, l'aromateria  cresciuta. Loro, i fratelli Florio, si sono fatti - faticosamente - conoscere. Per molto tempo, la diffidenza dei palermitani e le voci messe in giro da Saguto, il genero di Canzoneri, li avevano schiacciati. Gli altri aromatari, un po' per timore, un po' per non dare un dispiacere a Canzoneri, si
erano tenuti alla larga dal loro negozio. Paolo ricorda ancora le
giornate passate sull'uscio, in attesa che un cliente entrasse, o
che un altro commerciante si facesse avanti per prenotare una
provvista di spezie. Ancora di pi, avevano dovuto sopportare
le occhiate di Saguto che passava davanti al negozio, e che
quasi gongolava nel vederlo deserto. Paolo aveva giurato a
se stesso che gli avrebbe cancellato quell'aria strafottente dalla
faccia.

Il nuovo anno, il 1801, ha portato un carico di gelo e pioggia.
La porta si richiude con il solito, ormai familiare cigolio. Per un istante, il rumore della pioggia penetra nel negozio, insieme
con il vento dell'inverno e con l'odore di legna bruciata.
Paolo si guarda intorno, rimette in ordine i balsamari rimasti
sul piano di lavoro.
Alla fine dell'anno precedente, c'era stata una violenta epidemia
d'influenza. I canti delle messe di Natale si erano alternati
con i lamenti per i tanti funerali.
Le scorte di cortice si erano ridotte fin quasi a esaurirsi. Le
aromaterie pi importanti, come quella di Canzoneri, lo vendevano
letteralmente a peso d'oro e tintu cu' n'ave di bisogno.
Poi, inaspettato, era giunto il carico di spezie portato da Barbaro.
Era arrivato con l'anno nuovo: casse piene di spezie che
avevano riempito il negozio. E la voce si era diffusa dalla sera
alla mattina. Nella vita, per una legge del destino, u' risu cammina
'nzemmula cu' li guai, ci che fa ridere uno fa piangere un
altro. Cosi era stato: il giorno dopo, il negozio si era riempito,
e non solo di povera gente alla ricerca di erbe medicinali.
Aromatari. Piccoli farmacisti. Alcuni cerusici.
Se li erano trovati dietro la porta, cappello in mano e soldi in
tasca, a implorare di vendere loro il cortice che non potevano
acquistare altrove.
Paolo ricorda ancora quando Carmelo Saguto, passando per
piano San Giacomo, si era fermato a guardare incredulo il via
vai di speziali venuti da quei calabresi cui nessuno aveva dato
fiducia. Si era precipitato nel negozio, spingendo via gli altri
avventori, e aveva chiesto di Paolo, perch gli mostrasse il cortice
perch non poteva essere vero, gridava, li stavano prendendo
in giro...
Paolo ne aveva afferrato una manciata e l'aveva sparsa sul
bancone. Cortice del Per. Appena arrivato, e gi tutto venduto.
Avete poco da piangere, Saguto.
L'altro era arretrato di alcuni passi, circondato dagli sguardi
imbarazzati degli altri aromatari e dei cerusici. Aveva la faccia
gonfia, il viso deformato da un ghigno. Era rimasto fermo, poi
aveva sputato, dicendo: Fangu d'a tierra.
Il giorno dopo, Canzoneri aveva diffuso la voce di avere altre
spezie e di aver abbassato i prezzi, e che avrebbe fatto un
trattamento di favore ai clienti fedeli. Ma il danno era fatto.
Campa tu e cu' mori, mori, aveva commentato Paolo.
Ormai ha capito. Funziona cos.
Quello era stato il momento in cui aveva smesso di essere
semplicemente u' bagnaroto per trasformarsi in don Paolo Florio.

Adesso  scritto nelle lettere di cambio e sui documenti, sui
contratti che sottoscrivono i negozianti che hanno provato la
bont delle merci e che sono tornati ad acquistare da loro.
Paolo colloca l'ultimo vaso sullo scaffale.
Vero: quello del carico di cortice era stato un colpo di fortuna.
Ma non era stato frutto di buona sorte quanto era venuto
dopo.
Oltre i vetri, sotto la pioggia, corre il loro garzone, Michele.
Stringe al petto una cassetta coperta da tela cerata. Entra, si
scrolla di dosso l'acqua. Piove che Dio la manda! esclama,
appoggiando la cassetta sul bancone. Ecco: noce moscata e
cumino. Ho preso anche un poco di dittamo bianco, perch
mi sono accorto che sta finendo.
Com' il magazzino?
Freddo. C' umido, ma con questa pioggia non ci possiamo
fare niente.
L'umidit rovina gli aromi. Paolo sbuffa. Pi tardi andate
tu e Domenico a mettere i sacchetti in alto e chiudete le
porte con la carta.
Il giovane fa cenno di s, poi sparisce nel retrobottega. Hanno
sostituito la tenda con una porta e riverniciato gli scuri.
Non  l'unico cambiamento della loro attivit.
Il negozio non basta pi.
Paolo e Ignazio hanno affittato un magazzino a via dei Materassai,
nel mandamento di Castellammare. L possono stivare
la merce che arriva da tutto il Mediterraneo. Un bel salto di
qualit, necessario dopo che hanno iniziato a vendere all'ingrosso
le spezie ad altri commercianti.
Chiama Michele.
Dite, don Paolo.
Sto uscendo. Ignazio tarda a venire, non vorrei ci fossero
problemi con la Dogana. Tu sta' attento al negozio.
Lo scroscio di pioggia che lo accoglie gli strappa un brivido.
Attraversa piano San Giacomo, guarda verso la sua casa: dalle
persiane trapela la luce del lume. Giuseppina star cucinando.
E Vincenzo...
Vincenzo  un bambino intelligente. Alla sera, osserva lui e
Vittoria giocare insieme, o guarda Ignazio che prova a spiegare
ai nipoti le lettere dell'alfabeto.
Subito dopo, per, sua moglie si affaccia sulla porta per gettare
via una bacinella d'acqua sporca. Lo ha visto, ne  sicuro,
ma non ha fatto nulla, nemmeno un gesto di saluto.
Incassa la testa nelle spalle, prosegue a passo spedito verso
palazzo Steri. Giuseppina non ha affetto per lui. Lo sa, non se
ne  mai fatto un problema: ha il suo lavoro. Viaggiare per mare
non gli manca e l'aromateria riempie i suoi giorni.
Solo, a volte, vorrebbe un abbraccio per potersi addormentare
al caldo e amato.

Giuseppina chiude la porta con un tonfo. Paolo era l fuori.
Chiss dove stava andando.
Avverte una sensazione di oppressione stringerle il petto.
Mi scura u' cori, si diceva a Bagnara.
Il suo cuore  nero. Odia quella casa. Odia quella citt, quel
tempo umido. Con l'inverno e la pioggia, lei  costretta a tenere
chiuse le finestre e ad accendere i lumi.
Poi, oggi, non  giornata. E stata poco bene, ha dovuto stare
a letto per un po' mentre Vittoria l'aiutava con le faccende di
casa.
 incinta.
Ne ha la certezza da qualche giorno. Le sue cose le mancano
e il seno le fa male.
Pure questo le doveva succedere: aspettare un altro figlio l,
a Palermo, in quella casa senza luce.
Dovrei dirlo a Paolo, pensa. Ma non ha trovato n il modo n
il momento.
La verit? Non lo sa se lo vuole.
Di Paolo non si fida, anzi. Ne ha timore, a volte paura. In
altri momenti, il rispetto reverenziale che una moglie dovrebbe
provare per il marito si trasforma in un astio cocente, in una
lama di coltello che le fruga nello stomaco. E ora, un figlio suo?
Un altro?
Si vergogna a pensarlo, ma questo bambino potrebbe non
nascere.
E allora si mette uno scialle sulla testa e infila le scarpe. Esce, segue il perimetro di piano San Giacomo e scende verso il porto.
L, in una delle catapecchie a ridosso delle mura, vive la levatrice
dei bagnaroti, Mariuccia Colosimo. Arriva alla porta.
Dall'uscio proviene un odore di sapone e panni messi a lavare.
Esita. Donna Mariuccia! Ci siete? chiama poi di colpo.
Quella si affaccia. Ha un viso scolpito nel tufo e labbra sottili.
La pelle  sudata. Donna Giuseppina... sto facendo la liscivia
per i panni. Come posso aiutarvi? chiede, e si asciuga
le mani arrossate sul grembiule.
Per un istante, Giuseppina tentenna. Non  giusto quello
che vuole fare,  peccato. La Madonna si gira dall'altra parte
quando una donna butta via il figlio, cos le diceva sua nonna.
Eppure.
Giuseppina si avvicina, le parla quasi all'orecchio. Che
posso venire a trovarvi uno di questi giorni?
La donna inclina di poco la testa. Ha un odore primitivo, di
fieno e di latte. Quando volete. Che c', un uovo nel nido?
Lei annuisce. Ma ancora mio marito non lo sa, continua
in un sussurro.
La levatrice raddrizza la schiena. Non fa domande, si limita
ad aprire le mani. Capisce, capisce tutto, e sa che le cose che le
donne non dicono sono pi di quelle che gli uomini possono
mai capire. Qua sono. Vi aspetto.
Giuseppina annuisce, la levatrice sparisce dietro la porta.
A passi lenti torna verso casa. La pioggia le ha inzuppato lo
scialle, e ora s'insinua nel corsetto. Sono gocce fitte, pesanti,
che rendono i passi difficili. Arrivata a piano San Giacomo,
sbircia verso l'aromateria. Oltre il vetro, intravede delle sagome,
forse clienti.
Sospira. Se fosse stato Ignazio il marito scelto dalla nonna,
forse tutto sarebbe stato diverso.
Se lo ricorda quando, anni prima, avevano sepolto i loro familiari
dopo il terremoto che aveva distrutto Bagnara. Rammenta la faccia di quel bambino dagli occhi dolci, con il viso spigoloso arrossato dal pianto, che fissava il cumulo di terra sotto cui era stata sepolta la madre, Rosa. E lei, che aveva perduto entrambi i genitori, che era poco pi di un ramo secco e storto con i pugni stretti contro l'abito, arrabbiata contro il mondo intero che le aveva portato via la mamma e il pap, lei gli si era avvicinata, gli aveva dato un fazzoletto per asciugarsi il moccio che gocciolava dal naso.
Non piangere, lo aveva rimproverato. I maschi non piangono. Ma lo aveva detto con astio, forse perch invidiava quelle lacrime liberatorie, perch lei, di pianto, non ne aveva pi. E lui l'aveva guardata, aveva tirato su con il naso. Non le aveva risposto.
Rientra in casa. L'orlo della gonna  zuppo, lo scialle  da strizzare.
Vittoria la interroga con gli occhi. Tutta bagnata siete,
zia! State bene?
S, s... sono dovuta andare dalla za' Mariuccia per domandare
una cosa.
Vincenzo la distrae, le tira la gonna. Mamma, in braccio.
Giuseppina lo stringe, annusa il profumo tiepido dalla piega
del collo. Suo figlio  l'unica cosa buona che suo marito le ha
dato. E lui gli basta, non ne vuole un altro, quello che le sta crescendo nel ventre e che la fa sentire stanca e senza fiato.
Potrebbe essere come suo marito...
L'astio che prova verso Paolo si rinfocola.  un rancore vecchio,
il suo, che lei custodisce amorosamente nel petto, appena
sotto il cuore. Lei li voleva un marito e dei figli, ma, se avesse
saputo che il matrimonio era questo, se ne sarebbe scappata
per le montagne.
Oh, Paolo era rispettoso, certo. Solo due cose aveva per la
testa: il lavoro e i soldi. Persino il giorno di Natale se n'era andato all'aromateria a controllare i colli, lasciando lei e Vittoria a mangiare castagne ed a guardarsi in faccia.
Non era come Ignazio.

La pioggia si  fatta battente.  quasi mezzogiorno quando
Paolo attraversa l'ingresso per i carri, quello sul lato della Dogana che si trova dentro palazzo Steri: un cubo, bucato da bifore
sottili, una fortezza dentro la citt, nato come palazzo della
famiglia Chiaramonte, poi usato come carcere dall'Inquisizione
e poi ancora come caserma, testimone muto della storia
della citt.
Trova riparo nel passaggio tra i due cortili, insieme con altri,
facchini e commercianti.
Ed  ancora l quando scorge nel cortile quadrato Ignazio
che insegue un uomo e nel frattempo discute con lui. Li riconosce.
Paolo! Ignazio!
Non lo sentono. Barbaro spintona Ignazio e quello apre le
braccia.
Paolo si precipita fuori dal suo riparo. Che avete? Che
succede?
Barbaro gli si avventa contro. Pure tu! Una serpe in seno
mi sono messo, ecco! Questa  la gratitudine per avervi dato
il mio pane quand'eravate morti di fame? Perci affittate cose
senza dirmi niente? E firmate pure a nome vostro?
Che vuoi dire? Paolo non capisce, guarda il cognato,
guarda Ignazio. Che ?
Ignazio prova a spiegare: Uno dei lavoranti di Canzoneri
gli ha detto che abbiamo affittato il magazzino, sostiene che lo
abbiamo voluto fregare...
Perch, non  vero? incalza Barbaro. Me lo devono venire
a dire gli estranei, che fate le cose senza dirmi niente? Siamo
soci e pure parenti, porco demonio, cos mi fottete? Oh,
ricordatevi chi  che ci mette i soldi, qua! Che, se io voglio, vi
levo tutto di sotto e finite a gambe all'aria.
Oh, che fai tu? Che fai? scatta Paolo. Chi  che ci lavora
qua, noi o tu? Siamo stati noi a sistemare l'aromateria e a farla
ripartire. Quando stavamo a Bagnara, dicevi che andava tutto
bene ed invece era una stanza con i vermi d'umido dentro. E ora
la gente ci viene, i pcciuli girano. Anzich ringraziarci per
quello che facciamo, pure vuoi conto e ragione? Vieni a lavorare
qua, e poi vedi perch abbiamo fatto bene a prendere un
magazzino. Che ti metti a gridare?
Ma cu' ti senti? Me lo dovevate dire prima di farlo!
Perch? Ci dovevi dare il permesso?
Barbaro gli mette le mani sul petto, lo spinge. Ignazio si
mette in mezzo prima che il fratello risponda allo spintone.
Ora finitela. Ci stanno guardando tutti, sibila.
Su di loro, decine di occhi affamati di rabbia.
Andiamo in negozio. Parleremo meglio l.
Si allontanano. Barbaro li precede, Paolo e Ignazio lo seguono.
Distanti. Affiancati.
Carmelo Saguto osserva la scena dal porticato. Non gioisce,
non mostra la minima soddisfazione.
Almeno all'apparenza.
Quando i Florio hanno lasciato palazzo Steri, lo raggiunge
don Canzoneri. Avete visto che parte gli ha fatto il calabrese?
A momenti si prendevano a legnate.
Il suocero annuisce. Tu non ne sai nulla, vero?
Carmelo apre le braccia. La sua espressione  innocenza intrisa
di veleno. Io? Niente ho fatto. Fu Leonardo, u' scarricaturi,
a parlare ad alta voce. Non aggiunge che  stato proprio lui
a spingere il lavorante a parlare in quel modo, che  lui a diffondere le voci che circolano tra gli impiegati della Dogana, e
cio che i Florio sono in contrasto tra loro e che fanno debiti su
debiti. Non dice che la sua arma preferita  la maldicenza, ma
il suocero lo sa. Per questo se lo tiene vicino, pi vicino che i
suoi stessi figli.
Ridono.
Jamuninni, va'. Canzoneri indica la carrozza. Torniamo
a casa. Poi si volta, guarda il genero. Vedi per cosa succede
a fare commerci con i parenti? Che uno deve stare attento a
come si comporta, e imparare a stare al suo posto.
La risata di Saguto si spegne. Che, non lo so? Ho mai mancato
di rispetto a vossia o ai miei cognati?
Appunto. Te lo dicevo perch poi va a finire a schifu. Il
suocero batte un colpo sul tettuccio e la vettura si mette in moto.
Tu si' scaltro abbastanza da capire come comportarti, si' u'
cani chi canusci u' patrune. Giusto?
Lui risponde di s, e mastica fiele. Perch questo : un cane
da guardia. Lo sa, se lo dice ogni giorno quando si guarda allo
specchio. Non  libero come quei due calabresi che non hanno
paura di niente e non chiedono niente a nessuno. E lui, i Florio,
li odia per questo motivo: perch possono essere ci che lui
non sar mai.

Quella sera, Paolo Barbaro non si ferma a dormire dai Florio
come fa quand' a Palermo. La discussione - accesa, a tratti
violenta -  stata lunga. A un certo punto, Paolo s' alzato
ed  andato al negozio sbattendo la porta, stanco di sentirsi ripetere che ha cercato d'imbrogliare. Ignazio invece  rimasto,
ha continuato a spiegare. Con pazienza. Con calma.
Alla fine, Barbaro ha salutato Giuseppina. Fallo ragionare,
a tuo marito, le ha detto sulla soglia. O andremo a finire con
tutte cose all'aria, perch io, con uno che m'imbroglia, non voglio
averci a che fare.
Giuseppina non ha replicato, perch 'na fimmina di casa non
risponde. Per una cosa lei la sa: Paolo e Ignazio sono onesti.
Suo marito  dedito pi al lavoro che alla famiglia. Ma soprattutto
Ignazio non sarebbe capace di truffare nessuno.
Mangiano quand' sera tardi, al ritorno di Paolo. Nessuno
parla della lite.
Ignazio sembra stanco, febbricitante. Non aspetta di finire,
si corica quasi senza salutare. Vittoria e Vincenzo lo imitano.
Paolo e Giuseppina rimangono soli.
Paolo stringe una coppa di terracotta tra le mani. Andiamo
a dormire?
Lei continua a pulire. Non risponde.
L'uomo poggia la tazza. Le mette le mani sui fianchi. Giuseppina
capisce cosa vuole. Lasciami.
La pressione del marito si fa pi forte. Sempre no devi dire?
Perch no?
Sono stanca.
Paolo stringe pi forte. Che devo fare, supplicare per avere
un poco di quello che mi spetta? Che cosa ti chiedo di cos
strano? E nella sua voce c' davvero una nota di supplica.
Quasi la schiaccia tra la cucina e il proprio corpo; per un momento,
Giuseppina pensa che voglia prenderla l, con il rischio
che gli altri sentano tutto. Gli allontana la mano che le ha alzato
la gonna, si divincola.
Eppure avverte un sussulto, un cedimento del suo sesso traditore
che non ce la fa a tenere a bada la voglia. No. Lasciami,
t'ho detto!
L'uomo si ferma. Non sa se mettersi a gridare, schiaffeggiarla
o uscire di casa sbattendo la porta e trovare la prima che cpita
per sfogarsi. Perch  di questo che ha bisogno: di un po'
di conforto. Non vuole altro.
Le prende il polso, la porta in camera. La spoglia. Lei rimane
a occhi chiusi mentre il marito le cerca l'amore dentro e lei
glielo deve dare.
Nella stanza a fianco, oltre la tenda che funge da porta, Ignazio
si  svegliato per il freddo. Fissa il buio. Ascolta.
La mattina dopo, Giuseppina si alza quand' ancora buio. Si
veste in fretta. Suo marito dorme. Non lo guarda.
Apre la porta. L'inverno sta aggredendo Palermo senza piet.
A parte pochi passanti diretti alla Cala, piano San Giacomo
 deserto. Accende il lume per avere un po' di luce, prepara
fette di pane e miele. Da uno scaffale prende una scodella
con pezzi di formaggio e li mette in tavola. Vittoria appare sulla
soglia, mormora un: Buongiorno, poi si allontana per
rivestirsi.
La fitta costringe Giuseppina a fermarsi con la mano sul
ventre.
Le hanno insegnato che i figli li manda Dio e che rifiutarli 
peccato mortale. Lei ci crede, sa che il Signore d e toglie, che
la punir se fa qualcosa di male contro quel bambino. Ma come
deve fare, come, se lei quel figlio non lo sente suo? Non 
come Vincenzo, che le si era attaccato alle carni ancora prima
di venire al mondo. Quella creatura le  estranea...
No, forse  solo questione di tempo, si ripete, cercando di convincersi.
Deve abituarsi, lasciare che la natura faccia il suo corso,
che le insegni di nuovo a essere madre.
O forse sta facendo peccato per il solo desiderio di non essere
pi madre.
Quest'idea lei se la porter dentro per tutti gli anni a venire.
Quando si ricorder di quel pensiero, un chiodo le scaver
dentro.
Un altro crampo. Deve sedersi, respirare a fondo. Vittoria la
raggiunge subito dopo. Zia?
Dolori di femmine.
Vittoria non  ancora formata, ma gi sa di cosa si tratta.
State l. Ci penso io a preparare, le dice.  svelta e intelligente.
Pure la sera prima, ha sentito i rumori che venivano dalla
camera dei suoi zii e ha capito. Una cosa la sa, Vittoria: che
non lo vuole un uomo che la comandi come suo zio. Vuole
un marito che la rispetti, e che la faccia parlare, e poco importa
che la zia le dica che non  cos.
Poco dopo, tutta la famiglia  riunita intorno al tavolo. Dalla
porta entrano spifferi gelidi che abbassano la temperatura della
stanza.
Mangiano in fretta, le teste incassate nelle spalle. Ignazio e
Paolo si avvolgono nei ferraioli ed escono, l'uno diretto alla
Dogana, l'altro all'aromateria.
Ma Paolo si ferma, torna sui suoi passi. Si avvicina alla moglie,
le d una carezza.
Giuseppina non reagisce e lo guarda andar via.
Ramazzare, letti da rifare, verdure da pulire, tegami da lucidare.
Vittoria rientra con le mani livide di freddo e i secchi d'acqua
presi alla fontana. Vincenzo protesta, vuole uscire. La
stanchezza di Giuseppina cresce di minuto in minuto, insieme
con le fitte al ventre. Lei vorrebbe riposarsi, ma non pu: c' il
bucato da fare, la liscivia da mettere a bollire. Il sudore cola
sulla schiena e tra i seni.
Di colpo, Vittoria si ferma. Zia... mormora, la mano sulla
bocca. Che vi succede?
Giuseppina abbassa lo sguardo. Macchie scure sulla gonna.
Cosa...
All'improvviso, la donna capisce che il calore avvertito tra
le gambe non  sudore, ma sangue. La confusione diventa terrore.
Ha solo il tempo di mormorare di chiamare la levatrice
prima di accasciarsi a terra.
A piedi nudi, sul basolato lucido di pioggia, Vittoria corre verso
via San Sebastiano. Scivola, si rialza. Cerca Mariuccia; sa che
 la levatrice dei bagnaroti. Paolo ha detto che spesso vengono
donne e ragazze a chiedergli erbe che lei suggerisce.
La ragazzina trova l'indirizzo. Za' Mariuccia, mia zia perde
sangue! urla, spaventata che pure l'ultimo brandello di famiglia
che le rimane si distrugga.  svenuta! Venite, venite!
Chi , chi ? una faccia avvolta in un fazzoletto si affaccia
da una finestrella.
Donna Giuseppina, la moglie di don Florio. Venite!
Matri sant'Anna!
La donna scompare all'interno. Passi rumorosi scendono le
scale e pochi istanti dopo Mariuccia  davanti a Vittoria con un
cesto in mano. Statti calma. Cntami, che  successo?
Stavamo per lavare la biancheria e mi sono accorta che
aveva il vestito macchiato.
In quel momento, una voce le costringe a fermarsi. Vittoria?
Che fai qui?
Zi' Ignazio! La ragazzina si getta tra le braccia dello zio.
Scoppia a piangere.
Che succede?
Vittoria racconta, l'uomo impallidisce. Come... ma era
incinta?
Lei scuote la testa, trema. Io niente so, zio.
L'uomo afferra la nipote, la tira sotto il ferraiolo per ripararla.
Michele, porta la merce al magazzino e avvisa Paolo, che venga a casa. Vieni! Corrono insieme a piano San Giacomo.

Mariuccia li ha preceduti.
 inginocchiata accanto a Giuseppina. Lei  sveglia, piange
in silenzio con la veste attorcigliata fin quasi al bacino. Dalla
stanza attigua arrivano le urla di Vincenzo. Sul pavimento,
una chiazza di sangue.
Vitto', vai da Vincenzo, fallo calmare, mormora
Giuseppina.
La ragazzina obbedisce, gli occhi fissi sulla macchia. La voce
del bambino si placa di colpo.
Mariuccia solleva la testa. Ci siete solo voi?
Sono suo cognato. Devo...
La donna agita una mano. Nenti ci fa. Amun, pure si site masculu.
Aiutatemi, dobbiamo metterla a letto.
Ignazio, per, resta immobile. Era veramente incinta?
La levatrice annuisce. Prende un panno dalla cesta, inizia ad
asciugarla. Giuseppina ha un gemito di vergogna, nasconde il
viso nel gomito della donna. S. Non avrebbe dovuto stancarsi.
Ormai non c' pi niente da fare.
Ignazio si libera del ferraiolo e solleva Giuseppina di peso,
sottraendola a Mariuccia. Fate strada, le dice con un tono
che non ammette repliche. Lei la porto io.
Ti sporchi i vestiti. Giuseppina emette un lamento. Sempre
tu ci sei con me, aggiunge poi, e gli stringe la camicia.
Tu, e non lui.
Glielo dice piano, cos piano che lui pensa di aver sentito
male. Ma non  cos, e questo aggiunge pena alla pena.
Mariuccia sistema il letto con lenzuola e asciugamani per
non far macchiare il materasso, perch ora dovr portare a termine
ci che la natura ha cominciato.
Paolo non lo sapeva? sussurra Ignazio.
Lei fa cenno di no. Continua a piangere, e lui non pu che
chiederle scusa. Lo mormora tra i suoi capelli umidi di sudore.
L'aiuta a distendersi sul letto, e sta per andarsene quando torna
indietro, le prende la mano, le bacia il palmo. Poi si allontana,
perch non vuole che la levatrice si accorga dell'inferno
che si porta dentro.

Quando Paolo rientra a casa, Vittoria, in ginocchio, sta pulendo
il pavimento.
La zia  di l, indica a voce bassa. Tuffa le mani nell'acqua
rossastra, strizza la stoffa, la ripassa.
Paolo le va vicino. Non dovresti essere tu a fare queste
cose...
E chi, se non io? replica Vittoria con durezza. E con un
sentore di rimprovero.
D'improvviso, lo zio si rende conto di quanto sia cresciuta,
di come sia gi quasi donna. Ma lei non gli permette di continuare.
Stava male da giorni, vomitava, era sempre stanca.
Non ve ne eravate accorto? chiede. Seria, severa.
Paolo balbetta, fa cenno di no. Il senso di colpa comincia a
raggrumarsi intorno al cuore, lo stringe come un pugno. Ora,
solo ora capisce tante cose. Anche quel suo ribellarsi della sera
precedente.
Vittoria lo osserva senza una parola. Si alza, getta l'acqua
sporca fuori dalla porta. Ma non c' pi accusa in quegli occhi
scuri e quieti. C' pena, s. Compassione. Forse anche
comprensione.
Dov' Ignazio? E Vincenzo?
La ragazza afferra un piatto, comincia ad affettare delle verdure
per preparare un brodo di carne, come si fa per le puerpere.
Zi' Ignazio lo ha portato fuori per non farlo stare qui
mentre donna Mariuccia lavorava. La voce le si addolcisce.
Andate dalla zia. Non ci deve stare sola, povera mischina, senn
pensa che  colpa sua.
Ed  mia la colpa allora? pensa Paolo. Mia, che non mi sono accorto nemmeno che stava male?
Sulla soglia della stanza da letto, guarda la moglie con un
rammarico doloroso. Se avesse saputo, la sera prima non
avrebbe insistito.
Le si avvicina con cautela. Potevi dirmelo. Nessun rimprovero,
solo amarezza.  affranto. Ora che gli occhi sono pieni
del dolore di lei, il senso di colpa lo divora. Perch non me
lo hai detto? la incalza.
Dalle palpebre della moglie, gocce di pianto scivolano lungo
la guancia, seguendo un sentiero gi tracciato. L'uomo si
siede accanto a lei sul letto. Non piangere, adesso. Ti prego.
Le asciuga una lacrima. Magari sarebbe stato un altro maschio.
Si vede che non era destino.
Giuseppina rimane immobile, lo sguardo sulla parete. Non
una parola di perdono, non una scusa, cos come ha fatto
Ignazio.
Mariuccia scivola fuori dalla stanza.

La Cala  semideserta. Fa freddo. Solo pochi facchini e marinai
si affaccendano intorno alle navi. Il vento si abbatte con violenza
contro le mura della citt, facendo sbattere le imposte e facendo
mulinare la biancheria stesa.
Quella barca?
Vincenzo  aggrappato al collo di Ignazio e indica verso il
mare. Lo zio lo copre con il suo ferraiolo per ripararlo dalla tramontana.
La chiesa di Piedigrotta  chiusa, non ci sono nemmeno
i mendicanti davanti al portone. Sulle mura del Castello
a Mare, una sentinella fa la ronda, tenendosi il cappello.
Si chiama schifazzo.  una barca come quella con cui siamo
venuti qui, quando eri piccolo.
Quanto piccolo?
Tanto. Stavi in un cestino.
Vincenzo si dimena. Ignazio lo mette a terra e il bambino si
avvicina al bordo di pietra del molo, guarda gi, nell'acqua
buia e agitata. La cima di un'ncora coperta di alghe affonda
nell'oscurit. Quant' profondo il mare?
Tanto, Vicenzi', risponde Ignazio. Lo prende per mano.
Vincenzo ha occhi scuri e fiduciosi, e i capelli chiari simili a
quelli di Paolo. Pi di quanto tu possa immaginare. Sai che
al di l del mare, l dove non si vede, c' un'altra terra?
S, lo so. C' Bagnara. Mamma me lo racconta sempre.
No, non Bagnara. Ancora pi lontano, ci sono la Francia e
l'Inghilterra, e la Spagna e poi, ancora oltre, l'India e la Cina e il Per. Ci sono Paesi dove arrivano barche molto pi grandi di
questa, e dentro ci sono spezie come quelle che vendiamo io e
tuo padre, e poi seta e stoffe e cose che nemmeno t'immagini.
Il viso del bambino emana meraviglia. La sua mano freme
in quella dello zio, vorrebbe correre, ma lui lo tiene saldo: il pavimento  scivoloso e teme possa cadere in acqua.
Cos' la seta, zi' Ignazio? Pronuncia le s ancora in maniera
incerta.
La seta... ripete lui.  una stoffa preziosa per gente
ricca.
La seta... Tra le labbra del bambino, la parola acquista il
suono della scoperta. Anch'io un giorno voglio vestirmi di
seta. Voglio fare un vestito di seta per la mamma.
Ignazio lo prende di nuovo in braccio. Il bambino annusa gli
abiti dello zio, avverte l'odore delle spezie: un profumo familiare,
caldo, che lo fa sentire protetto. Insieme, si dirigono verso
via dei Materassai. Allora dovrai lavorare. Queste cose costano
molti soldi, spiega Ignazio. Non prova nessuna difficolt
a parlare con il bambino in quel modo. Vincenzo  intelligente.
Molto.
Lo far, zi' Ignazio. Lo dice dopo una lunga pausa, in un
modo strano, a voce bassa.
Con il tono di una promessa.

La porta dell'aromateria continua a emettere un cigolio fastidioso, ma il bancone  stato rinnovato insieme con i vasi per
le erbe per le spezie.
Anche gli scuri sono stati ridipinti. Recano soltanto il nome
Florio.
 il febbraio 1803 e, da un mese, la ditta Paolo Barbaro e
Paolo Florio non esiste pi.
Dopo la lite alla Dogana, altre se ne erano succedute. L'ultima,
poche settimane prima, aveva avuto come oggetto un carico
di avorio raspato e di cannella.
Paolo era andato alla Cala, proprio perch aveva saputo da
Michele che il cognato era arrivato, e tuttavia non si era recato
all'aromateria come faceva di solito. Lo aveva trovato a confabulare
con un negoziante, un tale di nome Curatolo. Si era
messo d'accordo con lui. Gli aveva appena venduto il carico a
un prezzo ridicolo.
Curatolo se ne era andato senza salutarlo, con l'imbarazzo
scritto in faccia. Paolo non aveva potuto far altro che guardare
le spezie andare via con lui. Subito dopo, per, aveva aggredito
Barbaro. Ca' si' fuodde? Tutto l'avorio a lui, che  nostro
concorrente? Non poteva credere che l'avesse fatto sul serio.
E ora come facciamo?
Nostro? Perch esiste un nostro, cu'ttia?
Ma era il nostro carico. Perch?
Non  cos che ti comporti tu? Barbaro aveva risposto
con voce cattiva. Tu te ne freghi di me, io me ne frego di quello
che serve a te. Aveva fatto risuonare le monete nella tasca.
E questi me li tengo io.
Paolo gli aveva voltato le spalle. Era tornato a casa con l'orgoglio a pezzi. Aveva raccontato tutto al fratello e a Giuseppina.
A lei aveva proibito di avere a che fare con i Barbaro,
compresa Mattia.
La loro societ era morta davanti a un notaio. Avevano venduto
lo schifazzo e parte della merce rimasta nei magazzini,
dividendosi la somma. Un foglio, due o tre firme senza guardarsi
nemmeno in faccia, con Paolo che acquistava l'aromateria
e Barbaro che gli lasciava via dei Materassai, andando a cercarsi
un altro posto in via dei Lattarini, accanto ai magazzini di
altri bagnaroti.
Era stata una guerra di cui portavano ancora le ferite. La
collera fredda che aveva preso il posto dell'ira continuava a restargli addosso.

Vincenzo cammina dietro la madre, fermandosi a osservare ci
che lo circonda. Ha un bastoncino di liquirizia, lo succhia con
aria assorta. Certo, ora che pu camminare e correre da solo, il
mondo sembra immensamente grande.
Sta per mettere il piede in una pozzanghera quando Giuseppina
lo strattona. Attento! Pu essere che non guardi mai dove
cammini? A momenti hai quattro anni, non sei pi un
nuzzente!
Lui la guarda con aria colpevole. La donna si scioglie con un
sospiro. Vincenzo  sempre l'unico, vero amore della sua vita.
Intorno a loro, accenti diversi. Un contadino cerca di vendere
un carico di agrumi a un commerciante inglese in marsina
di panno e stivali. Il carretto ostacola i passanti, qualcuno
rumoreggia.
No, I won't buy those... arance. They are rotten!
Ma chi rutti e rutti, tal! Tutti sani sunnu, viri chi ciauru chi fannu! Ne prende una, gliela mostra, ma l'inglese continua
a protestare, indicando un nugolo di moscerini che banchetta
tra i frutti.
Nel vedere la scena, un marinaio napoletano alza le mani al
cielo. E ci pare ca' i cristiani so' fessi? Ci su' tante di quelle
moschitte...
Gente di tanti Paesi, lingue nuove. Da quando i francesi
avevano ripreso a scorrazzare per il Tirreno, era finita la pace.
Gli inglesi avevano di nuovo dichiarato guerra alla Francia, e
Napoleone aveva ripreso le ostilit, attaccando le navi che solcavano il Mediterraneo. I mercantili non erano pi sicuri e gli
inglesi, che prima erano i padroni del commercio sul mare,
erano stati messi all'angolo. Palermo e la Sicilia si erano trasformate in un porto sicuro, lontane dall'influenza francese.
E poi, soprattutto, erano al centro del Mediterraneo: questo
aveva trasformato Palermo in una citt che traboccava di commercianti e di marinai provenienti da tutta Europa. Le spezie
francesi giungevano dai porti dell'Italia del Nord, quelle inglesi
da Malta, ma non solo. Arrivavano merci dalla Turchia,
dall'Egitto, da Tunisi e dalla Spagna.
Di tutto ci, Giuseppina sa e capisce poco. Non sono cose
in cui s'immischia una donna, come ripete spesso a Vittoria,
che invece insiste per sapere, e tortura Ignazio con le sue
domande.
Giuseppina arriva all'aromateria. Oltre il vetro, scorge Paolo
al bancone e, con lui, un uomo con un abito di velluto. Pi
avanti, quasi davanti alla chiesa, una portantina dipinta in oro
e verde.
Madre e figlio entrano. Paolo li vede, fa cenno di tacere a
Vincenzo. Continua a parlare con il cliente. Il nostro  un cortice
purissimo, barone. Proviene direttamente dal Per, e siamo
noi a fornirlo a gran parte dei farmacisti di Palermo...
Sentite che aroma. Prende un pugno di corteccia.  scura, farinosa.
Schegge cadono sul piano di lavoro.
L'uomo arriccia il naso. Che odore forte!
Perch noi sappiamo come conservarlo. Paolo abbassa la
voce. Desiderate che ve ne prepari un po' mescolandolo con
il ferro, giusto?
S, grazie. Voi sapete com'... ho lo spirito di un giovanotto
ma il corpo, ahim, non mi soccorre. Non ho pi gli stessi colpi
in canna di un tempo e potete immaginare quanto sia sgradevole
doversi ritirare in alcune circostanze, conclude con una
punta d'imbarazzo.
Allora il ferro vi dar un nuovo vigore. Aggiungeremo dei
semi di finocchio e della scorza di limone, e in questo modo
sarete protetto dalle febbri. Aggiungo al conto per la merce
della settimana scorsa?
No, anzi. Imbarazzo e orgoglio si succedono. Ecco il
saldo per le ultime spese. Cos non avremo pi pendenze.
Alcune monete luccicano nella sua mano. A voi. So di poter
contare sulla vostra discrezione. Se sono venuto qui e non da
certi vostri colleghi ben pi titolati  perch mi  stato detto che
voi siete riservato.
Fate conto che io sia il vostro confessore.
Paolo  cortese, ma non servile. I nobili palermitani sono
una strana razza. Attaccati ai loro privilegi come le unghie alla
carne, indebitati fino alle mutande, ma coperti di velluti e
gioielli. Rivendono case e possedimenti che non sono pi in
grado di mantenere, scambiandoli come carte di un mazzo
truccato.
Vincenzo sceglie quel momento per divincolarsi dalla madre.
Pap, pap! chiama, aggrappandosi al bordo del bancone.
Gli tende la mano.
Paolo si volta verso il figlio. Negli occhi, disappunto. Non
ora, Vicenzi'.
Le dita del bambino scivolano via dal legno. Aggira il piano
di lavoro e sguscia nel retrobottega dove sa che ci sar Ignazio.
Lo trova chino sui libri contabili.
Zio?
Che ci fai qui? Lo mette a sedere sul tavolo. Sposta il calamaio, ricomincia a scrivere scorrendo mucchi di fatture. Sei
venuto con la mamma?
Mmh. Il bambino succhia la liquirizia e, nel frattempo,
dondola i piedi. C' odore di buono.  garofano, vero?
aggiunge, annusando l'aria.
Sono chiodi di garofano, s. Sono arrivati ieri. Su, stai fermo.
Ignazio gli mette una mano sul ginocchio e quel gesto si
trasforma in una carezza. Che  successo alla mamma?
Hanno portato una carta.  stato un marinaio. Lei si  agitata
tutta quando l'ha vista.
Una carta? Vuoi dire una busta?
Mmh.
A quel punto, Ignazio solleva la testa. Un'inquietudine strana
gli si arrampica su per la schiena. A chi l'ha portata? Per
leggerla, dico.
A una delle cameriere del palazzo dei Fitalia, quella che sa
tutte le cose della padrona e che le racconta sempre a lei e alla
zia Mariuccia.
Ignazio sbuffa. Eccola. Proprio quella ci voleva. Trattiene
aria e pensieri in un unico sospiro. Sono passati pi di due anni
da quando Giuseppina ha avuto l'aborto. Da allora ha visto
lei e suo fratello allontanarsi. Vivono insieme, ma le loro vite si
sfiorano senza appartenersi, senza cercarsi. Un'esistenza da
estranei che condividono la stessa casa.
Giuseppina, pian piano, si  rassegnata. Si  affezionata alla
levatrice, Mariuccia, che  diventata la cosa pi vicina ad un'amica
che possa avere. Poi, dopo di lei, sono arrivate altre due
ragazze di origine calabrese, tra cui Rosa, la domestica cui ha
accennato Vincenzo. Una gran pettegola, a parere suo e di Paolo,
che difatti non la sopporta.
E cos' successo?
Il piccolo abbandona la liquirizia. Assume un'aria seria, di
rimprovero. Si  messa a piangere. Dopo, mi ha tirato fin
qui per parlare con mio padre.
L'uomo si ferma. La penna resta a mezz'aria per alcuni
istanti prima di essere riposta nel calamaio.
Giuseppina non  tipo da piangere senza motivo.
Ignazio tende l'orecchio, coglie i saluti di Paolo al cliente.
Subito dopo, la voce della cognata. Allora fa cenno di tacere
al nipote. Si avvicina all'ingresso restando nell'ombra della
porta.
Allora? Che c'? sta dicendo Paolo.
Giuseppina tira fuori una busta. Gliela porge.  di Mattia.
 disperata, ci chiede aiuto per suo marito, che  in citt: si 
ammalato ed  solo, senza nessuno che lo curi. Noi siamo
qui, siamo a Palermo...
L'aromateria precipita nel silenzio.
La mano di Giuseppina resta protesa a lungo nel vuoto prima
che Paolo prenda la lettera.
La straccia in tanti pezzi.
Ma... non l'hai nemmeno letta, balbetta lei, pi addolorata
che sorpresa.  tua sorella!
Paolo le d le spalle. Era mia sorella. Lei ha scelto di prendere
le parti di quel farabutto che si  sposata.
Giuseppina spalanca le braccia. Che si  sposata? Non aveva
scelta! Aveva quattordici anni e tuo padre l'ha fatta maritare
per togliersela da davanti. Nessuna femmina ha scelta
quando si sposa. Io potevo ribellarmi quando tu mi hai trascinato
qui?
Questa accusa Paolo non se l'aspetta. Ancora questo mi
rinfacci? La nostra vita  migliorata, sei cos cieca da non accorgertene?
Volevi restare a Bagnara, a fare la contadina? E qui?
Non lo vedi che guadagno bene? Secondo te da dove vengono
gli abiti nuovi o il canterano che t'ho fatto costruire?
Come no! E continuiamo a vivere in una stalla. La casa
...
Cambieremo presto anche quella!
Quando? Quando, che mi sento una serva in casa mia?
Sta' attenta a come parli, o giuro davanti a Dio che ti do
quelle che non t'ho dato mai!
Giuseppina tiene i pugni stretti contro i fianchi. Mattia
non c'entra con la lite che hai avuto con Barbaro perch, che
ti piaccia o no, Paolo Barbaro resta tuo cognato. Hai lavorato
con lui, avete diviso il pane ed il sudore... e ora? Maledizione!
Non potete provare a perdonarvi? Tua sorella...
Paolo inchioda Giuseppina con un'occhiata che la raggela.
La postura, i gesti, il volto, tutto parla di un'irremovibilit nutrita dal rancore. Persino Ignazio avverte la sua ira. Colpa sua
. Se tu tradisci la mia fiducia una sola volta, l'hai tradita una
volta di troppo. Sai cosa vuole lui da me? I soldi. I miei soldi,
quelli che io mi porto a casa spaccandomi la schiena, mentre
lui vuol fare il padrone. Sopra quelle monete c' il mio sudore,
ci sono il sangue mio e quello di mio fratello. Tu non ti ricordi
che ha fatto, vero? A ogni frase, la voce sale di tono, si carica
di livore. Ha messo zizzania con i fornitori, ha detto agli altri
commercianti che noi dovevamo dar conto a lui. Che io dovevo
dar conto a lui. Io, che ho fatto diventare questo posto quello
che .
Ora Giuseppina ha paura. Arretra verso gli scaffali. Ma
tua sorella...
Con che faccia mi chiedi di leggere la lettera di una che ha
tradito il suo stesso sangue? Per me sono morti, tutti quanti.
Ormai la donna  stretta tra il marito e gli scaffali.
Aspetta... Tua nonna era una Barbaro. Che c', sono venuti
a chiederti aiuto? Ti avevo proibito di averci ancora a che
fare.
Adesso basta, Paolo.
Ignazio entra nel negozio, gli mette una mano sulla spalla.
Sa come calmarlo.
Neanche lui pu perdonare Barbaro. Non per le offese che
gli ha mosso, o per le insinuazioni che hanno minacciato di rovinare
gli affari, quanto per la frattura che ha generato tra lui,
Paolo e Mattia.
Giuseppina lascia scorrere uno sguardo stralunato dal marito
a Ignazio. Corre da Vincenzo, lo prende in braccio. L'ultima
cosa che vedono di lei  il lembo del mantello che sbatte
contro la porta.
Perch hai dovuto prendertela con tua moglie? Lei e Mattia
si vogliono bene.
Bene! La risata di Paolo  amara. E di quello che altri
hanno detto e fatto a suo marito, a lei non interessa niente. Si
rassetta i capelli, nasconde l'amarezza.
Ignazio vorrebbe abbracciare il fratello. Placarlo. Ma sa che
non servirebbe: Paolo  abbarbicato al suo rancore.
Si china a raccogliere i pezzi della lettera di Mattia. Scorge il
suo nome in un frammento, quello di Paolo in un altro. La sua
famiglia  andata in pezzi proprio come quei fogli e lui non ha
potuto impedirlo.

Giuseppina torna a casa tenendosi stretta la mano del figlio.
Lui non parla. La scruta in silenzio, il bastoncino di nuovo
stretto tra i denti.
Quando varcano la soglia, Vittoria gli corre incontro, lo
prende in braccio e gli fa il solletico, coprendogli il collo di baci.
Giuseppina, invece, si lascia cadere sulla sedia. Niente.
Mima il gesto di Paolo. Me l'ha strappata davanti. Manco
di tua zia vuole sapere niente. Si mette le mani sulla bocca
per trattenersi, perch una moglie non deve parlare male del
marito specie con i suoi parenti, anche se - Dio le  testimone -
si metterebbe a gridare come una pazza.
Vittoria si rabbuia. Deposita a terra Vincenzo, che scappa
verso la stanza da letto. Zia, non ci potete fare nulla. Le toglie
una ciocca dal viso stanco. Zio Paolo  questo. E poi,
comunque, zio Barbaro lo ha offeso: ha fatto bene a comportarsi
cos, troppo grossa era l'offesa.
Giuseppina non replica. Che ne pu sapere, Vittoria, di cosa
significa non avere pi nessuno di cui potersi fidare? Che ne sa
di come Mattia l'ha accolta e l'ha aiutata?

La carrozza in sosta davanti all'aromateria dei Florio ha bloccato
il traffico di via dei Materassai. Quasi non si cammina pi,
tanto  stretto il passaggio. Nell'aria, le prime rondini e un
odore fresco, di fieno e di pochi, timidi fiori.
Dentro, Michele sta servendo un uomo, un artigiano che 
venuto a rifornirsi di lacca e minio. Ignazio, invece, si sta dedicando a un'altra cliente.
Un'aristocratica.
La dama davanti a lui  una bella donna, avvolta in un mantello
dal bordo di volpe per difendersi dal freddo di quel marzo
inclemente. La pelle rivela qualche anno di troppo, sapientemente
celato dalla cipria. Ignazio accenna un sorriso e continua
a pestare l'assenzio con l'anice stellato e il dittamo.
Vederlo al bancone  raro, ormai. Da quando i Florio hanno
rotto con Barbaro, nel 1803, il lavoro  andato a gonfie vele.
Hanno contatti con molti mercanti sia napoletani sia inglesi;
anzi sono proprio loro a essere diventati ottimi fornitori. Sono
affidabili, e hanno tutto l'interesse a mantenere buoni rapporti
con i siciliani, visto lo strapotere dei francesi nel resto dell'Italia.
Pochi mesi prima, Napoleone ha conquistato il Regno di
Napoli, e i Borbone sono scappati in Sicilia con la coda fra le
gambe, mettendosi sotto la protezione degli inglesi. Troppo
cocente  stata la sconfitta. Cos, Palermo rimane uno dei pochi
porti liberi dall'influenza di Napoleone, una piazza di scambio
preziosa per la coalizione contro i francesi.
Ignazio si dedica soprattutto all'amministrazione ed alla gestione
dei conti. E tuttavia, per alcuni clienti particolari, torna
al bancone.
Venire nel vostro negozio  sempre cos... esotico. Ci sono
tanti profumi di terre lontane. A proposito, don Paolo dov'?
Mio fratello sta per tornare. Non appena ha visto la carrozza
di vostra signoria, ha pensato che v'interessasse qualcuno
degli oggetti di cui vi aveva parlato durante l'ultima vostra
visita.
Lo sguardo della donna si fa attento. Si tratta dell'ambra,
vero?
Ignazio continua a pestare le erbe nel mortaio e nel frattempo
annuisce. Ambra del Baltico, di grande purezza. Proviene
dalle steppe dell'Asia, ed  gi in grani.
Un cigolio di cardini.
Signora. Paolo Florio saluta la dama con un inchino. Poggia
sul bancone uno scrigno di legno e avorio. Perdonate il
ritardo, ma ho lavorato per voi.
La dama allunga il collo con aria impaziente. Allora?
Gi la scatola  un gioiello, ma non  nulla in confronto a
ci che contiene. Bagliori di luce dorata si spargono sul bancone.
Guardatela. Non  stupenda? E poi, fa proprio al caso
vostro: sapete che l'ambra allevia i disturbi dello stomaco e
conserva le energie del corpo?
Davvero? Tocca le sfere. Ritrae la mano. Sono calde!
esclama, sorpresa.
Perch non  una pietra, ma una resina. Dicono che la sua
luce conservi la scintilla della vita. Ma lasciate che... Paolo si
sporge in avanti, le porge il filo. Ecco. Provatela.
L'abito si accende di riflessi. La donna la sfiora, la ammira.
La meraviglia viene sostituita dal desiderio. Ha gi deciso.
Quanto?
Paolo aggrotta la fronte, simula reticenza. Infine mormora il
prezzo.
La bocca della donna avvizzisce.  una follia. Mio marito
mi rimproverer per giorni. Tuttavia le dita continuano a
scorrere la collana. Abbassa il tono, parla con amarezza e dispetto.
Mentre lui spende al tavolo da gioco la mia dote, io
non posso permettermi nemmeno un capriccio.
Oh, ma voi non state spendendo denaro per un capriccio.
State comprando un rimedio per la vostra salute, proprio come
il tonico che vi sta preparando mio fratello. A proposito,
come va il gonfiore al ventre?
Molto meglio. Avevate ragione, non era nulla di grave.
Me ne compiaccio. Questo  un rimedio antico, una cosa
per pochi clienti. Se si trattasse di qualcosa di pi complesso,
sarei io il primo a mandarvi da don Trombetta a porta Carini.
Lui  un validissimo farmacista, oltre che un nostro cliente.
Ed  uno di quelli che ha lasciato le forniture di Canzoneri per passare alle nostre spezie, pensa.
Ma la dama non lo ascolta. Ha gli occhi pieni della luce dell'ambra.
Sospira platealmente. E sia. Vi lascio un acconto e
una lettera d'impegno per il pagamento. Passer mio marito
a saldare il resto.
Ignazio nasconde il disappunto dietro un colpo di tosse.
Altre lettere d'impegno, soldi pagati a rate. Certi siciliani
sono ricchi solo di nomi e di titoli che non valgono manco la
pietra su cui sono scolpiti i loro stemmi.
Suo fratello, invece, non batte ciglio. E io sar qui ad
attenderlo.
Paolo si reca nel retrobottega per prendere carta e calamaio.
Ignazio, invece, versa le erbe triturate in una bottiglia con dell'alcol, poi agita il composto con una bacchettina di vetro.
Chiama la cameriera della dama.
Sta' attenta. Il tonico deve riposare al buio per otto giorni.
Ne servirai un bicchierino alla tua padrona ogni sera dopo
averlo filtrato. Hai capito?
Quella mastica un: Caciettu, un assenso che rivela origini
campagnole. Ignazio sigilla il tappo, copre l'ampolla con una
stoffa scura. La consegna alla domestica nel momento in cui
la padrona sta firmando l'impegno di pagamento.
Paolo scorta la nobildonna fino all'uscita. La carrozza libera
finalmente via dei Materassai della sua ingombrante presenza.
 bello avere clienti che non ti chiedono sconti sul prezzo.
Paolo liscia il panciotto. Ignazio indossa un capo molto simile,
sopra una camicia bianca arrotolata fino ai gomiti.
Speriamo solo che il cavalier Albertini non faccia troppe
questioni. Quando viene sua moglie a comprare, lui poi si lamenta
che lo sta buttando sul lastrico. Ignazio legge l'impegno
di pagamento firmato dalla donna. Potrebbe dirti che
non ha autorizzato la moglie a fare questa spesa. Lo sai, vero?
Non lo far. Albertini  parente di notai, giudici e possiede
un fondaco a Bagheria. Alla fine pagher, perch non vuole fare
malafira. Poi osserva il fratello. Dovresti abbassare quelle
maniche. Non siamo facchini.
Anche se  cos che ancora li considerano. Nessuno dei due
lo ammette apertamente. E forse proprio per questo sono particolarmente attenti al decoro del negozio e all'abbigliamento.
Ignazio lo sa, che  questo il modo in cui li chiamano, e gli
brucia.
Certe memorie sono ferite aperte su cui viene buttato il sale.
Ricorda. Due settimane prima.

La Dogana dello Steri, all'Officina di scrittura, l'ufficio dove
vengono registrate le spezie e si tengono le scritture contabili
delle merci in ingresso e in uscita. Uno stanzone rettangolare
che si apre a piano terra sul cortile quadrato.
Lui stava aspettando di sdoganare prodotti appena sbarcati
e di passare all'ufficio del mastro notaro per pagare le tasse.
Nell'attesa, si era fermato a parlare con un giovanotto inglese,
Ben Ingham, da poco arrivato a Palermo.
La trovo una citt molto vivace ma... come dire... really
chaotic... come dite voi?
Ignazio aveva sorriso appena. Non  facile viverci, ve ne
do atto.  una citt ingrata, peggio di una femmina. Ti lusinga
e poi... Aveva aperto indice e pollice e li aveva sventagliati.
Tanto promette e niente d.
Oh, me ne sono accorto. Ed  per questo che ho capito che
bisogna essere prudenti e... as you say...
Talirisi u' cappotto?
L'inglese aveva aggrottato la fronte nel tentativo di capire
quella frase. Ne intuiva il significato, aveva provato a ripeterla.
Poi era scoppiato in una risata rauca perch non c'era riuscito.
D'un tratto, la voce di Carmelo Saguto aveva riempito la sala.
Ignazio lo aveva visto superare la fila, andare direttamente
dal mastro notaro, accolto da grandi riverenze.
Qualcuno aveva rumoreggiato, ma non c'era stata una vera
protesta, solo mugugni: Saguto era il genero di Canzoneri e
nessuno si metteva contro di lui.
Poco dopo, era arrivato il turno di Ignazio.
Appena uscito dall'ufficio del responsabile, Saguto lo aveva
preso di mira. Eh, eccolo qui, don Florio. Chiddu nico, per.
Aveva fatto un gesto ironico con la mano, aveva cercato con lo
sguardo la complicit degli impiegati. Come vi vanno le cose,
voscenzia? I carti vi passano?
Abbastanza bene, grazie.
Eh. Buone le cose vi girano a vuatri. Saguto si era avvicinato
alla scrivania, aveva sbirciato la cifra. Mii! Tutti 'sti
picciuli?
L'impiegato aveva assentito. Lavorano, i Florio. Dovreste
dire a vostro suocero di guardarsi le spalle.
N'hanno di mandare pani e cipudda prima di arrivare dove
sono i Canzoneri. Con rispetto parlando, eh? aveva aggiunto
un altro scrivano. Una famiglia onorata. Me lo ricordo ancora,
il padre di vostro suocero. Gran lavoratore...
Avevano parlato come se Ignazio non ci fosse. Come se lui,
il suo lavoro, i suoi soldi, la sua stessa esistenza non avessero il
bench minimo valore.
Ignazio aveva quasi strappato di mano la ricevuta allo scrivano.
Se avete finito...
Ma Saguto non aveva voglia di lasciarlo andare. Anzi. Aveva
alzato la voce e gli aveva bloccato il passo. Ma ditemi, a
vostro cognato come va? Intendo u' bagnaroto di via dei Lattarini,
chiddo che ha dovuto svendere tutte cose. Ah, niente dite?
Si era messo a ridere. Una risata secca, che ricordava lo
strofinio di una lima contro il ferro. Mancu l'armali fanno
accuss.
Ignazio aveva dovuto far appello ai santi per restare calmo.
Noi tutti bene stiamo, grazie. E comunque, non v'immischiate
degli affari miei, che io non vi dico come comportarvi con i
parenti vostri.
Il tono delle conversazioni intorno a loro si era abbassato.
Saguto aveva fatto qualche passo, poi era tornato indietro.
Pure ora mi volete insegnare come ci si comporta in una vera
famiglia? Voi che siete un randagio, un cani di bancata? I picciuli
'un si tallono, quand' questione di sangue. Lo sapete quanti
soldi ci sono qui? Aveva sventagliato un fascio di ricevute.
A conti fatti, non  che siano molti di pi di quelli miei. E,
almeno, siamo io e mio fratello. Vuautri, quanto siti? Quattro,
cinque... in quanti dovete spartire? Comunque, voi il segretario
di don Canzoneri siete, non un farmacista come i suoi figli.
Siete un passacarte.
Carmelo Saguto aveva perso colore. Subito dopo, per, era
avvampato. Minchia, se io sugnu un galoppino, tu e to' frate siti
du' facchini. Ancora mi ricordo a to' frati chi cuogghieva munnizza
dintra a' puta.
Nella Dogana, di colpo, era calato il gelo.
Dietro di lui, qualcuno aveva sussurrato un: Vero, facchini
erano, 'sti bagnanti. E un altro aveva aggiunto: Si ficiru i picciuli, che lo sa solo il Signore come.
Sulla porta, mercanti, marinai, altri impiegati sembravano
randagi in attesa di un osso, con la bava alla bocca, pronti a
raccogliere quella storia e a distribuirla a tutto il mandamento
di Castellammare, rendendola pi violenta, arricchendola di
particolari.
Una mano si era poggiata sul braccio di Ignazio. Avete finito,
s? Perch  il mio turno. Lui si era voltato, aveva riconosciuto
il giovane inglese, Ben Ingham.
Vi devo un favore, gli aveva detto Ignazio all'uscita.
Me lo renderete. Anche voi vi sareste comportato cos.
Dare spettacolo non  mai una buona idea, specie se la platea 
questa, era stata la replica dell'inglese.

A ripensarci adesso, Ignazio freme ancora. Quella scena si
 inchiodata nella sua memoria e non vuole pi andarsene.
Nel contempo, continua a ringraziare Ingham per quella frase
che gli ha impedito di spaccare la faccia a Saguto davanti a
tutti.
Ignazio si toglie il grembiule ed indossa giacca e mantello.
Mi d fastidio lavorare con i polsini abbassati: si riempiono
di polvere e macchie. Comunque, quando la signora  entrata,
voleva gi quell'ambra. Il tonico era solo una scusa.
Paolo ride. L'avevo descritta in maniera cos allettante che
dev'esserle restata impressa.
Dal retrobottega giunge il suono dei pestelli nei mortai di
pietra, un ritmo asincrono che punteggia le loro giornate. Hanno
due garzoni ora, insieme con Michele, e a loro  affidata la
preparazione delle polveri. Ignazio, poi,  affiancato da Maurizio
Reggio, un tentore dei conti, un contabile che lo aiuta con
le fatture.
Il fratello sta per andar via, ma torna sui suoi passi. Nel
cofanetto, per, non c'era solo il filo di ambra.
Paolo accarezza la cassetta che  rimasta sul bancone. La
apre. No. Ne tira fuori una coppia di orecchini. Grani di
corallo si alternano a perle. Ho chiesto al capitano Pantera
di trovarmi un regalo per Giuseppina a Napoli per la festa di
San Giuseppe. Ha trovato questi fioccagli. Spero che le
piaceranno.
Giuseppina  sempre dura. Ma in quel periodo sembra essersi
ammorbidita. Forse  il segno di una pace stanca che condivide
con Paolo, dettata dall'abitudine a vivere con un uomo
che non ama, cui pure si  affezionata.
In quel momento, entra un cliente, un cameriere in livrea.
Ignazio ne approfitta per sgusciare fuori e raggiungere il loro
contabile.

Da qualche tempo, i Florio hanno affittato un magazzino nei
locali dietro gli uffici della Dogana, sempre all'interno della
grande propriet di palazzo Steri. Sono stanze fresche, ben sorvegliate, disseminate lungo un corridoio che sfocia nel cortile
di servizio, sul retro dell'Officina di scrittura; l si stivano le
spezie in transito per altri porti o in attesa di essere cedute
ad altri venditori. Il pedaggio in ingresso si paga solo quando
i prodotti entrano effettivamente a Palermo, non prima.  una
pratica comune per i grossisti: meglio pagare l'affitto di una
stanza piuttosto che sobbarcarsi altri tributi. Ci sono spezie
provenienti dalle Indie tramite gli inglesi e quelle delle colonie
francesi, smerciate a Livorno e in tutto il Tirreno, acquistate
dai marinai italiani e rivendute a Palermo. Hanno merci provenienti
da tutto il Mediterraneo, e di altissima qualit. Non
possono dirsi ricchi come i Canzoneri,  vero. Ma di passi
avanti ne hanno fatti.
In ogni caso, il deposito di via dei Materassai era diventato
troppo piccolo.
Quando giunge all'Officina di scrittura, scopre che Maurizio
ha sbrigato quasi tutte le faccende.
Ho sdoganato i colli in entrata e predisposto l'affidamento
della spedizione del cortice per Messina e Patti. I sacchi partiranno entro domani sera. Mostra le ricevute ed indica un carretto sorvegliato da uno dei lavoranti dell'aromateria.
Allora vai al negozio e registra le cessioni. Di' a mio fratello
che torno fra poco.
Rimasto solo, Ignazio si concede il lusso di una passeggiata
fino alla Cala. L'orizzonte  una linea azzurra e nitida. La luce
si sta facendo tersa, il vento non  pi pungente come nelle settimane precedenti. La primavera  un profumo nell'aria.
Decidere  un attimo.
Si ritrova a camminare nel vicolo della Neve, accompagnato
da una frescura che spazza gli odori dell'umanit stipata tra i
vicoli. Oltrepassa la porticina dove viene venduta la neve che
arriva dalle Madone; da qualche parte, sopra di lui, il suono di
un violino e la voce di un precettore che riprende l'allievo. Per
le strade, nei fondachi, nelle botteghe, voci e accenti si mescolano: genovese, toscano, un po' d'inglese e di napoletano, tutti insieme.
Prosegue per via Alloro senza guardare i ricchi palazzi dei
nobili palermitani; arriva alla strada dei Zagarellai, popolata
da donne cariche di gerle o che trascinano bambini urlanti.
Si soffermano davanti alle botteghe, valutano, comprano.
Ignazio si avvicina ad un banco sormontato da un arco di pietra.
Sul piano, nastri di ogni tipo: di seta, di pizzo, ricamati, di
velluto.
L'occhio di Ignazio cade su un nastro dorato. Lo immagina
sul corsetto di saia verde che Paolo ha comprato qualche tempo
prima alla moglie.
Che volete, signore?  la bottegaia a levarlo dall'impiccio.
Quella fettuccia?
S. Si schiarisce la voce. Devo fare un regalo. Quanto ce
ne vuole per un corsetto?
Sguardi perplessi volano intorno a lui. Dipende. Per chi ?
Per vostra moglie? Indica l'anello della madre che Ignazio
porta al dito. Lui solleva la mano e fa cenno che no, non 
sposato.
Per mia sorella, improvvisa. E non sa perch, ma si sente
arrossire come un bambino.
La donna lo osserva scettica. Quanto ne vuole?
Panico.
Quanto ne pu servire?
Dipende da com'.
Cerca di rispondere. Non ne ha idea. Come si  infilato in
quel pasticcio?
Ha un busto pieno? Le piacciono le cose semplici o lo vuole
decorare molto?
Lo deve mettere solo come una gala o sulle cuciture?
chiede un'altra donna, che traffica con dei merletti.
Un coro di femmine lo incalza.
Non lo sa, Dio del cielo. Ignazio azzarda: Sar... come
voi. E indica una ragazza che sta provando un cordoncino.
Quella ride, e la sua bocca mostra denti segnati dalla carie.
Cristina, dacci du' pezza, accuss si li unci idda. A parlare 
una donna anziana, seduta in un angolo, con un viso simile a
corteccia. Probabilmente  lei la padrona. Pigghiaci puru a
fbbia.
E Cristina, la lavorante con cui ha parlato finora, tira fuori
delle fibbie di osso. La vecchia ha ragione: alcune sono molto
belle. Ne sceglie una con il disegno di una sirena.
Poco dopo, Ignazio torna verso casa con un pacchetto nascosto
sotto il mantello. Manca poco a via dei Materassai. Ha fatto
un percorso tortuoso e ora si trova nel vicolo dei Chiavettieri,
invaso dall'odore di limatura di ferro e dal sibilo dei torni.
 per San Giuseppe, si dice. Giuseppina ha tanto faticato per la
nostra famiglia, si merita questo e altro, l'abbiamo costretta a venire fin qui e poi con me  stata sempre rispettosa e...
Il pacchetto sotto il mantello diventa improvvisamente
ingombrante.
Non pu darle un dono del genere. Non  davvero suo fratello...
oppure s, che importa? Sono cognati, lei lo conosce da
sempre.
Sono una famiglia, giusto?

Arriva San Giuseppe. Giuseppina riceve il dono di Paolo con
un sorriso di stupore che si trasforma in un ringraziamento.
Prende i fioccagli, li tiene alti perch Vincenzo non possa
strapparglieli di mano e li indossa.
Il marito continua a sorridere, mentre lei si specchia, incredula
e felice.
Il pacchetto con il nastro e la fibbia rimane nelle mani di
Ignazio, dietro la schiena. Anche lui si limita a sorridere e si
sente stupido, fuori posto, fuori tempo.
Si allontana. Dopo poco, torna nella sua stanza. Nasconde
l'involto in un baule ai piedi del letto.
 l che lo trover Giuseppina, dopo la sua morte.

Vincenzo sgambetta veloce tra i vicoli, senza curarsi di schizzare
di fango i pantaloni. Raggiunge via della Tavola Tonda,
bussa forte a una porta. Peppino, oh, scendi! Il brigantino arriv,
amuninni!
Un ragazzino si affaccia sulla soglia. Avr sei anni, all'incirca
la stessa et di Vincenzo. Occhi svegli, capelli disordinati,
piedi sporchi. Ridono. Corrono, l'uno scalzo, l'altro in scarpe
di cuoio. Negli occhi, il piacere di stare insieme.
D'unni ti rissi to' patri chi veni?
Marsiglia. I francesi danno le spezie ai marinai napoletani
che le rivendono a mio padre. Cos poi lui le vende
all'aromateria.
Superano la porta della Dogana attaccati a un carretto.
Quando il conducente se ne accorge, li minaccia con un bastone
e loro scappano via, sghignazzando.
Arrivano al molo sudati e rossi in viso.
I capelli di Vincenzo brillano nel sole di settembre. Vede suo
zio sulla tolda che esamina il carico, via via che viene tirato
fuori dalla stiva. Reggio lo segue, carte alla mano, e conta ad
alta voce.
Altri commercianti attendono il loro turno sul molo, ma sono
i Florio ad avere la parte pi grossa. Questo Vincenzo lo sa
perch ha sentito il padre dichiararlo con orgoglio la sera prima.
Sa pure che, se la vendita andr a buon fine, potranno
cambiare casa. Questo lo ha detto la madre.
Seguito da Vincenzo, Peppino si arrampica su un rotolo di
cordame. Mii, to' zio avi i stivala comu i signuri.
Mio zio ci tiene. Dice che la gente capisce chi sei da come
gli parli e, se non sei vestito bene, non ti ascolta. Si fa schermo
agli occhi con la mano per ripararli dal sole. L'odore delle spezie
arriva fino a lui, copre quello pi forte della salsedine.
Riconosce chiodi di garofano e cannella e, a folate, il profumo
della vaniglia.
Ignazio lo scorge allora, quando si gira per parlare con Reggio.
Riconosce anche il ragazzino che sta con lui: Giuseppe Pastore,
figlio di un marinaio bagnaroto sposato con una
palermitana.
Se suo fratello sapesse che Vincenzo frequenta un simile
monello, andrebbe su tutte le furie, e non a torto. Francesco Pastore,
il padre di Peppino, vive di espedienti;  la moglie a portare
a casa i soldi con il lavoro di sguattera di cucina. Ma lui
non la pensa allo stesso modo, anzi. Vincenzo deve avere a
che fare con ogni tipo di persona, e deve riuscire a mantenere
la dignit davanti a chiunque. E poi - diamine! - anche loro
hanno giocato scalzi per le vie di Bagnara.
Reggio lo raggiunge in quel momento. Abbiamo finito,
don Ignazio. Faccio depositare tutto alla Dogana?
Tutto, s, tranne il collo di indaco e uno di zafferano. Quelli
fateli portare al magazzino di via dei Materassai.
Dal molo arriva una sorta di mormorio, che Ignazio interpreta
come un sospiro di sollievo.
Non  una colpa avere la quota maggiore di carico. Che si
rassegnino, pensa. Ma, a giudicare dalle occhiate feroci quando
lui mette piede a terra, non si tratta d'invidia.
 malanimo.
Com', avete finito?
A parlare  stato un commerciante di via dei Lattarini, Mimmo
Russello: uno di quelli che prima piazzava sul mercato
spezie di dubbia qualit e che vivacchiava all'ombra di Canzoneri
o di Gul. Dolente di avervi fatto aspettare tanto. Accomodatevi.
Accompagna la parola simulando una riverenza.
Arriva qualche risata, qualcun altro tossisce nella mano.
Una volta, qua, c'era solo Canzoneri che dettava legge.
Ora ci siete pure voi, non si pu lavorare pi. Ma che , vi siete
messi d'accordo? biascica Russello.
Noi? Con Canzoneri? La risata di Ignazio  genuina.
Manco per compagno di processione!
Vuautri ridete ed i cristiani che devono lavorare fanno la fame.
Appena arrivate alla Dogana voi o Saguto, si paralizza
tutto. Fate i prezzi, vi pigliate i colli migliori. Ora, pure qua,
arrivate e faciti u' patrune.
Adesso, per, Ignazio non ride pi. Questo  il mio lavoro.
Non  colpa mia se i clienti da voi non ci vengono, mastro Russello.
Calca l'accento su mastro, perch chi  l intorno capisca
la differenza tra loro. Se i prezzi nostri sono alti  perch
la qualit  la migliore di tutta Palermo, e la gente questo lo
sa. Volete pi spezie? Cose diverse? Venite in ufficio da noi e
ne parleremo.
See. Preciso. Accuss, tra voi e Canzoneri mi levate la
pelle.
Allora non vi lamentate. Il sarcasmo  stato sostituito
dalla freddezza. Nessuno vi sta rubando niente. Chisto  u'
travagghiu nostro. E lo dice in un palermitano che ha ormai
perso quasi del tutto i suoni della Calabria.
Russello stringe le palpebre. Caciettu, sibila. Scruta gli
abiti di Ignazio, arriva agli stivali. Accenna a loro con un movimento
del mento. Non vi vengono stretti? No, perch dicono
che, quando uno cammina scalzo per tanto tempo, poi non
riesce a sopportare le scarpe chiuse.
Intorno a Ignazio, il silenzio si raggruma in occhiate di sorpresa
e disagio. Solo i marinai continuano a gridare e chiamarsi
tra loro, incuranti di ci che accade.
La risposta arriva mentre Russello  gi a met della passerella.
No, i piedi non mi fanno male. Mi posso permettere un
cuoio morbido, io. Ma a voi, tra un poco, far male a' sacchetta,
chi quannu ci toccano i picciuli, uno chiance.
Usa il tono pacato di una constatazione, eppure i commercianti
si scostano, sono confusi. Il mite Ignazio Florio non ha
mai avuto parole di minaccia.
Si allontana senza guardare in faccia nessuno. Se la sente
bruciare dentro, la rabbia: corrosiva, ingiusta. A Palermo non
basta lavorare e spaccarsi la schiena. Si deve sempre alzare la
voce, imporre un potere, vero o presunto, combattere contro
chi parla troppo e a sproposito. Conta l'apparenza. La menzogna
condivisa, il fondale di cartapesta su cui si muovono tutti
in un gioco delle parti.
La realt, la ricchezza vera, non te la perdona nessuno.
I suoi occhi incontrano quelli di Vincenzo, ancora arrampicato
sul rotolo di cordame.
Ilvisetto del nipote si rabbuia, si spaventa. Prima ancora
che possa parlare, Ignazio lo afferra per un braccio. Chi ti
ha detto di venire qui? E con quello, poi? Cosa devono pensare
di noi? dice, indicando Peppino. Il risentimento preme per
trovare una via di fuga. Se tuo padre sapesse che giri per strada
cos, te le darebbe con il bastone.
Il bambino balbetta delle scuse. Cos'ha fatto di male?
Peppino, dietro di lui, scende dal rotolo di cordame, si allontana
di qualche passo.
Vincenzo continua a voltarsi verso l'amico mentre viene trascinato
via. Guarda Ignazio e guarda Peppino.
Non capisce.

Colpi di tosse secca. Continua.
Paolo vaga per la casa, con una mano davanti alla bocca per
non svegliare Ignazio, o Vincenzo e Vittoria, o Giuseppina.
Rabbrividisce nella coperta che si  tirato addosso. Sta sudando.
Arriva alla sala da pranzo: nella stanza, un tavolo,
una credenza cui si appoggia per riprendere fiato. Alle pareti,
due arazzi.
Si avvicina alla finestra in cerca di aria fresca, ma si blocca:
troppo freddo.
Sotto di lui, il basolato  lucido per l'umidit, bianco nella
luce della luna. Le ceste del fruttivendolo giacciono vuote contro
la porta della loro vecchia abitazione.
 bella, la nuova casa.  al primo piano, ha finestre e porte
vere ed una cucina con un braciere che funziona.
Un altro accesso di tosse. Paolo si massaggia il petto. Dopo
ogni colpo, sente il torace sconquassato. Dev'essersi preso
un'infreddatura che non vuol andar via. E come pu?  sempre
in giro con il sole, la pioggia o il vento...
Passi dietro di lui.
Si volta. Nel buio, un viso. La camicia da notte copre a malapena
i piedi nudi sul pavimento di mattoni.
Suo figlio lo sta guardando.
Da adulto, la prima immagine che Vincenzo avr di suo padre
 proprio questa. Non la voce, non i suoi gesti, o un'emozione.
La memoria, spietata, gli restituir un uomo ingobbito
che lo osserva con occhi di febbre e il segno della malattia
addosso.
Gli torner l'angoscia che ha provato quando, confusamente,
ha intuito che la sua vita sarebbe cambiata.
Nella gola, sentir la sua voce esile di bambino. Nel naso,
quell'odore di malattia che ha gi imparato a detestare.
Che avete, pap?
Vincenzo ora  grande: ha sette anni e uno sguardo da cui
nulla trapela. Paolo avverte nella voce del figlio un timore senza
nome.
Un po' di tosse, Vicenzi'. Torna a letto.
Ma il bambino fa cenno di no. Sposta una sedia da un angolo
per potersi affacciare accanto a lui. Rimangono appoggiati
l'uno all'altro. I respiri si sincronizzano, gli sguardi si poggiano
sulle stesse pietre.
Vincenzo prende la mano del padre. Domani posso venire
all'aromateria?
E il maestro? Che gli diciamo al maestro che viene?
Il bambino insiste: Dopo?
No.
Dal momento in cui suo padre ha deciso che deve studiare,
per Vincenzo sono finiti i giorni di libert tra la Cala e i vicoli
del porto insieme con Peppino e gli altri figli di bagnaroti. Ma
lui non demorde. Trova le occasioni per correre via, alla Cala, o
dai suoi amici. Si ritrova con loro a giocare con u' piriu, la trottola,
sulle balate di piazza Sant'Oliva, le grandi pietre lisce che
compongono il selciato della piazza.  l che sua madre lo acchiappa
per l'orecchio e lo riporta a casa dove, ogni giorno, un
giovanotto che deve farsi prete, Antonino Gagliano, lo fa
studiare.
Scrivere, contare, leggere. In verit, gli piace studiare, ma
ancora di pi preferisce stare dietro il bancone, ascoltare lo
zio che parla con i fornitori e i capitani di vascello, imparare
i nomi dei luoghi, distinguere la sagoma delle navi al porto.
Sa riconoscere gli odori delle spezie: cortice, chiodi di garofano,
arnica, persino quello dell'assa.
Suo padre sembra leggergli nel pensiero. Pazienza devi
avere. Pazienza e perseveranza: se non imparerai, non potrai
mai fare il mio lavoro.
Voi non avete studiato, per.
Vero. Un sospiro. Per questo motivo ho faticato molto
di pi, e sono stato pure imbrogliato. Ma, se tu conosci le cose,
sar pi difficile che accada. Pi cose sai, meno possono metterti
i piedi in testa.
Vincenzo non  convinto. Uno deve vedere le cose, pap, e
non solo studiarle.
Quando sarai pi grande. Cerca di prenderlo in braccio,
ma non ce la fa. Un capogiro lo costringe ad appoggiarsi allo
stipite. Torniamo a dormire, avanti. Sono stanco.
Vincenzo, invece, lo abbraccia. Se lo stringe forte al petto,
nasconde il viso nell'incavo del collo del padre ed inala il suo
odore, una fragranza di erbe medicinali e sudore. Nascosto
tra quei sentori, percepisce qualcosa di nuovo, sgradevole ed
acido, che non gli appartiene.
Se lo ricorder per tutta la vita, quell'abbraccio.

Il 1806  quasi passato; la tosse di Paolo, invece, non va pi
via.  diventata profonda, insistente. Lui non vuole farsi visitare,
anche se Ignazio glielo ha detto diverse volte. Paolo 
sempre stanco, riesce a rimanere in negozio solo per poco
tempo.
Maurizio Reggio si occupa dei conti e Ignazio gestisce l'attivit.
I clienti trovano lui dietro il bancone, a lui i dettaglianti
si rivolgono per gli ordini. La delicatezza dei suoi tratti si 
persa negli anni di fatica.  un giovane uomo dalla voce pacata,
senza emozione. Dal viso non trapela la preoccupazione per
gli affari, n il timore che il mal di petto di cui soffre Paolo possa
essere qualcosa di serio.
Ma lo .
Lo capisce quando Orsola, la donna di servizio che Paolo ha
voluto assumere per la moglie, arriva trafelata al negozio.
Don Ignazio, venite subito. Ansima, strofina le mani sul vestito.
Vostro fratello sta male.
Anche se ormai  inverno, manca poco a Natale, Ignazio
non si ferma a prendere il ferraiolo. Corre, mastica le rampe
di scale. Si ferma sulla soglia della camera. In un angolo, sprofondata
in una sedia, Vittoria ha le mani sulle labbra, si dondola
avanti e indietro. Mormora: Madonna mia, che disgrazia
e non sa dire altro.
Giuseppina, invece,  in piedi. Stringe una bacinella piena
di fazzoletti sporchi. Ha il viso di chi sa, ma non riesce ad ammettere
di aver capito.
Lentamente, Ignazio entra, le toglie il bacile dalle mani. Le
dita di Giuseppina tremano. Lui le copre con le sue per un
istante. Va' in cucina. Di' a Orsola di chiamare subito il cerusico
Caruso, poi lvati tu e il bambino, e anche tu, Vitto'. Lavate
con acqua bollente e liscivia tutta la biancheria.
Le donne escono dalla stanza. Solo allora Ignazio trova la
forza di voltarsi verso il fratello.
Paolo  sprofondato tra i cuscini. Labbra e baffi sono sporchi
di rosso. Accenna un sorriso che  un ghigno. E questa .
Lo sapevo che non era un colpo d'aria.
Ignazio esita un istante prima di sedersi sul letto. Lo abbraccia
forte.  suo fratello, non importa quanto sia malato. Penso
io a tutto, capito? E gli poggia la fronte sulla sua, cos come
aveva fatto Paolo anni prima. Non ti lascio solo. Gli stringe
la nuca. Ti faccio preparare subito la tintura di echinacea. Poi
ti trover una casa fuori citt, magari alla Noce o a San Lorenzo.
Avrai caldo e aria pulita. Ti riprenderai, te lo giuro.
In cucina, Vittoria e la cameriera stanno preparando calderoni
di acqua in cui immergere lenzuola e vestiti. La ragazza ha il
viso terreo, le labbra strette come una ferita.
Giuseppina non riesce a fermare il tremore delle mani. Vincenzo,
avvolto negli asciugamani,  appollaiato sul tavolo della
cucina. Ai suoi piedi, una tinozza fumante. Vede la madre
sconvolta e non sa bene perch.
Ignazio entra in quel momento. Sembra invecchiato di colpo.
Dobbiamo farci controllare tutti.  rigido, la voce ha
perduto calore.
Giuseppina vorrebbe dire qualcosa, ma in gola sente una
pietra. Dietro di lei, il figlio percepisce che qualcosa di grave
sta avvenendo. Lo fa come lo intuiscono i bambini: con un'illuminazione
che  gi una certezza.
Pap sta male?
Giuseppina e Ignazio si voltano insieme.
Vincenzo capisce.
La madre fa per avvicinarsi, ma il cognato la ferma. Gli parla
come a un uomo. S, Vincenzo.
Gli occhi scuri del bambino si spengono. Scivola gi dal tavolo,
attraversa la stanza e va in camera sua. Sul letto c' una
lavagna. Sull'ardesia, i compiti lasciati dal precettore.
Si siede. Comincia a scrivere.
Quella notte, nessuno dorme.
Non Paolo, anima persa che continua a tossire. Non Vincenzo,
che non riesce a immaginare cosa accadr a suo padre e soffoca
il pianto nel cuscino. Non Vittoria, che vede avvicinarsi lo
spettro di una nuova solitudine.
Non Giuseppina, che d le spalle al marito, fissa il buio e si
tiene la paura dentro.
Non Ignazio, che cammina scalzo, con la camicia fuori dai
pantaloni e il gilet aperto. Accoglie con piacere la sensazione
di freddo che proviene dal pavimento.
La malattia di Paolo cambia tutto.
Sa gi che la notizia comincer a girare per Palermo e che
alcuni - Canzoneri per primo - cercheranno di approfittare
di quella situazione.
Gli affari saranno interamente sulle sue spalle. Avr bisogno
di un altro lavorante; dovr assicurarsi che Vincenzo studi
senza farsi distrarre. Dovr occuparsi di Giuseppina.
E questo lo fa tremare dentro.
Non riesce a immaginare cosa gli sar riservato da l ai prossimi
mesi. Quanto  avanzata la malattia, quali saranno le
conseguenze.
Ripensa ad una mattina d'autunno, quando il fratello, ancora
adolescente, lo aveva trascinato a casa di Mattia e Paolo Barbaro,
proteggendolo dall'astio della matrigna e dall'indifferenza
del padre. Gli aveva salvato la vita, ora lo capiva.
Mattia.
Mattia con i suoi figli si  trasferita a Marsala. Talvolta Ignazio
le ha mandato dei soldi per far studiare Raffaele o per aiutarla
semplicemente a tirare avanti, visto che Paolo Barbaro,
dopo la malattia, non ha pi potuto lavorare ed ha trovato l
una casa a poco prezzo per s e per la famiglia.
O forse, ammette con vergogna, per lavarsi la coscienza.
Deve avvisare la sorella. Paolo non lo sa, ma la moglie ha
trasgredito al suo ordine di troncare i rapporti con lei. Prima
timidamente, poi con cadenza regolare, Giuseppina gli ha
chiesto di scriverle delle lettere ed Ignazio l'ha accontentata.
Cos s' tenuto stretto quel pezzo di famiglia, quel pezzo di
vita.  un segreto che condivide con la cognata, una di quelle
cose non dette che li lega da sempre.

L'occasione per mettersi in contatto con Mattia arriva pochi
giorni dopo. Paolo  stato trasferito in campagna, e Giuseppina
 andata con lui per trovare una serva che lo assista giorno e
notte.
Ignazio e Vincenzo, invece, sono rimasti in citt.
Primo pomeriggio. I commessi sono a casa per pranzo.
C' permesso?
Vincenzo, che sta facendo delle divisioni al bancone del negozio,
alza la testa. Zio, ti cercano, chiama.
Ignazio si affaccia dalla porta del retrobottega.  uno dei loro
spedizionieri che naviga con una feluca, venuto per prelevare
dell'anice. Mastro Salvatore, benvenuto. Entrate pure.
Assabbinirca, don Florio. Vi trovo bene. E vostro fratello
com'? Al porto mi hanno detto che non sta tanto bene...
Parole basse, rispettose, seguite da occhiate di sbieco verso il
bambino.
Eh, grazie, che di benedizioni qui ne abbiamo bisogno...
Mio fratello... sta. Ha mal di petto, ma certo non  moribondo.
Si cura fuori citt e si aspetta la volont di Dio.
Mah. E dire che avevo sentito cosi tinti. I genti parlano a
muzzo.
Non hanno altro da fare, si vede. Venite... Lo spinge delicatamente
verso l'ufficio nel retrobottega. A Ignazio arriva
un odore di salsedine e sole che gli riporta ricordi
dell'adolescenza.
Chiss se suo fratello ci pensa ancora, al mare ed ai giorni
passati sul San Francesco tra Napoli e Messina.
Mentre firma le ricevute di carico, chiede all'uomo dove andr
nelle prossime tappe di viaggio.
Sto tornando da Messina, quindi pensavo di scendere verso
Mazara del Vallo e poi a Gela... Perch?
Ignazio lo osserva da sotto in su, il mento poggiato sulle
mani chiuse. Se vi chiedessi di fermarvi a Marsala per portare
una lettera? Lo fareste?
Caciettu. Cosa importante ?
Lui prende un plico dal cassetto della scrivania. Importantissima.
Dovete consegnarla a Mattia Florio in Barbaro, e solo a
lei. Se guardate, ho segnato l'ultimo indirizzo sulla carta. Se
pure non stanno pi l, non saranno lontani.
Il marinaio annuisce. Aggrotta la fronte. Ricorda qualcosa,
un pettegolezzo che accennava ad un cognato dei Florio che loro
avevano estromesso dagli affari, senza curarsi del suo fallimento.
Senza guardarsi in faccia, comu l'estranei.
Infila la lettera nella tasca della giacca. Non chiede e non
vuole sapere: non sono fatti suoi.
Ignazio lo segue fin sulla soglia.
 Signuri v'aiuta e a' Maronna v'accumpagna, don Florio. E
salutate il fratello vostro: pregher che san Francesco di Paola
lo protegga.
Anche voi, mastro Salvatore. Anche voi.
Lo guarda allontanarsi, dondolando sulle balate di pietra come
se fosse ancora sul ponte di una nave. Un po'  pentito di
avergli chiesto di consegnare il messaggio.
Ma non ha scelta. Non sa quanto tempo ha.

Giuseppina ha la fronte appoggiata alla mano, gli occhi fissi
sul rettangolo di cielo che si scorge dalla finestra.  un azzurro
forte, che parla di una primavera bambina, prepotente e
rabbiosa.
Paolo  molto peggiorato. In certi momenti, la tosse quasi gli
impedisce di respirare. Lei ha mandato Orsola a dirlo a Ignazio,
che ormai dirige l'aromateria a tempo pieno.
Una mano le si poggia sulla spalla. Lei la afferra, la bacia.
Con un fruscio di stoffa, Mattia Barbaro si siede davanti a lei.
Le due donne si guardano senza parlare.
Mattia  arrivata due giorni prima da Marsala con un viaggio
pagato da Ignazio, insieme con il figlio Raffaele. La vita per
i Barbaro  sempre pi difficile, ma di tornare a Bagnara non se
ne parla: Paolo Barbaro  troppo orgoglioso per far vedere a
tutti come si  ridotto e, ancora di pi, non  disposto ad ascoltare
di continuo i bagnaroti parlare dei successi dei Florio.
Mattia ha dovuto affrontare una lite feroce - la prima dopo
anni di remissivit - con il marito che non voleva lasciarla andare,
che protestava perch non avevano soldi, che Paolo non
si meritava quel sacrificio.
Ma lei  una Florio, e i Florio non abbandonano il loro
sangue.
Il volto di Mattia  una maschera di rassegnazione e fatica
che ne piega i tratti verso il basso. Tempo e dispiaceri le hanno
sbiancato i capelli e appesantito le palpebre.
Dall'altra parte della stanza, arrivano voci di bambini:
Vincenzo sta facendo vedere i suoi libri a Raffaele, il cugino di pochi
anni pi grande. Con loro c' Vittoria, che li sorveglia e
ogni tanto allunga l'orecchio per sentire le chiacchiere delle
zie. Anche lei  rimasta molto turbata nel vedere il viso di Mattia
cos accartocciato dal tempo e dalla fatica.
Giuseppina li osserva, sconfortata. Lui non ha capito che
suo padre sta morendo. Lo dice con angoscia, anche con una
goccia di rancore. A volte lo vedo che rimane fermo davanti
alla stanza e non osa entrare, anche quando Paolo gli fa cenno
di avvicinarsi.  come se non volesse pi vederlo cos, e non si
rende conto che quel povero cristiano ci resta male.
 un bambino: per ora ha paura di quello che sta succedendo.
Ma tu, invece, tu non devi abbatterti.  il momento
in cui uno deve farsi forza e chiedere l'aiuto di Dio.
A Dio non gliene importa nulla di me. Se fossimo rimasti a
Bagnara, non sarebbe successo, lo so.
No, che non lo puoi dire. Pu darsi che i nostri mariti naufragavano
con la barca, o che arrivava un altro terremoto. Che
ne sappiamo noi della strada che prende la vita? La conosce
anche lei quell'amarezza e, proprio per questo, sa quanto male
pu fare. Tu non ci devi pensare pi a quello che  stato e a
quello che poteva essere. Io pure non ci volevo venire a Marsala,
ma ho dovuto, perch mio marito si  ammalato. Per mio
marito, mi dovevo dimenticare la famiglia; per mio fratello, io
non esistevo pi. Eppure, vedi, ora? Qui siamo, di nuovo
insieme.
Giuseppina cerca di ravviarsi i capelli, ma inutilmente. Una
ciocca le ricade sulla fronte. Tu un marito ancora ce l'hai, e
hai Ignazio. Lui  sangue tuo. Io non ho pi nessuno, i miei parenti
sono morti... Parole di acido, con lo scialle che le pende
senza grazia da una parte e l'impotenza che le brucia nella gola.
Che c'ho, me lo sai dire?
Nel silenzio che segue, Mattia chiude gli occhi. Hai tuo figlio,
che  un fiore. Sorride, triste. E anche tu hai Ignazio.
Non te ne sei mai accorta?

Quando Giuseppina gli aveva detto che Paolo era peggiorato,
Ignazio aveva chiamato il cerusico Caruso. Quello gli aveva assicurato
che sarebbe andato a visitarlo non appena avesse avuto
un carretto per andare fino alla Noce. Potrebbe essere del
muco, o un accumulo di umori. Fatemi sentire i polmoni e vi
sapr dire.
Allora Ignazio aveva noleggiato un calesse ed era andato a
prenderlo a casa. Far visitare suo fratello, gli parler dell'arrivo
di Mattia, gli dar una speranza, si dice, mentre attraversa
gli oliveti della Noce insieme con il cerusico.
Deve esserci una speranza.
Quando rientra,  sera inoltrata.
I passi sono pesanti, gli occhi arrossati. Vincenzo e Raffaele
gi dormono, spalla contro spalla, sopraffatti dalle emozioni
della giornata. Vittoria ha ramazzato le stanze ed  andata a
riposare.
Le due cognate, invece, aspettano in cucina.
Giuseppina gli legge in viso lo sconforto. Gli va incontro, si
ferma con le mani strette a trattenere i lembi dello scialle.
Allora?
Mattia  con lei. Lui scuote la testa. Niente. Non ti vuole
vedere.
La donna si copre la bocca per soffocare i singhiozzi, dondola
avanti e indietro. Come? Manco la malattia ci pu?
Nemmeno adesso gli si ammorbidisce il cuore? Giuseppina
la abbraccia, ma lei la allontana. Senza cuore e senza coscienza.
Manco il perdono mi merito?
E Ignazio a stringersela al petto. Mi dispiace. S' messo a
gridare, ha avuto uno sbocco di sangue. Ho dovuto dargli del
laudano per calmarlo. Cerca conforto nel viso di Giuseppina,
ferma dietro Mattia con i pugni stretti e gli occhi lucidi.
Non racconter della collera del fratello, della furia che gli
ha vomitato addosso. Della pena che ha provato quando gli ha
detto che per lui Mattia era morta, che, se era venuta per i soldi,
poteva andarsene a crepare al largo perch al testamento
lui ci aveva pensato, e lei e quel cane di suo marito non avrebbero
avuto nulla.
Non ha bisogno di dirlo a Giuseppina. Lei sa.
Ma neanche a lei pu raccontare dello sconforto del cerusico
dopo aver auscultato il petto. Non adesso, almeno.
Mattia si stacca dal fratello. Io porter tanti peccati davanti
a Dio, ma non questo rancore. Si batte il petto.  mio fratello,
gli voglio bene e prego che Dio lo perdoni perch questo
non me lo doveva fare. Mi sono ammazzata con mio marito
per venire e ora mi rinnega come una lebbrosa?
Altri singhiozzi. Giuseppina la guida verso la camera da letto.
Clmati, cori meo, le mormora. Vieni a dormire, avanti.
Sono sorelle senza avere il sangue in comune, pensa Ignazio.
La cognata si volta. C' un piatto di maccarruna con i broccoli
che ti ho messo da parte. Dev'essere ancora caldo. Pure tu,
mangia e ripsati.
Lui annuisce, ma non ha fame.
Sulla soglia della stanza, per, Mattia si ferma. Il male fatto
ritorna indietro, dice. Certe cose si pagano, generazione
dopo generazione. Sta facendo male non solo a me, ma anche a
tutti noi: se lo deve ricordare, questo, sempre.
Giuseppina freme, e rabbrividisce anche Ignazio.
Perch queste parole suonano come una magara, e certe cose,
una volta dette, non c' pi verso di farle tornare indietro.
Cadono nel tempo, passano di generazione in generazione
finch non diventano vere.
Giuseppina attende che Mattia si sia addormentata per andare
a rigovernare la cucina.
Io non me lo merito, ha continuato a ripetere Mattia.
L'ho nutrito come una madre, gli ho lavato i vestiti. L'ho protetto.
E ora mi respinge cos? E via, altre lacrime. Giuseppina
gliele ha asciugate mentre la rabbia le risaliva dentro.
E ora? Ora cosa vorrebbe che accadesse? Che il marito che
non ha mai amato guarisse e tornasse a casa?
Un uomo, per una donna come lei,  una sicurezza, l'unica
che ha. E un piatto a tavola,  un secchio di carbone per il cufune,
il braciere di rame intagliato.
Si stringe nello scialle. No, non  questo che davvero la spaventa.
 qualcosa di diverso, che riguarda lei soltanto, che si
trova appena fuori dalla portata dei suoi pensieri.
Sobbalza quando vede un'ombra nel buio della cucina.
 Ignazio, la testa sul tavolo, le spalle che tremano.
Sta piangendo.
Singhiozzi trattenuti, soffocati, da uomo che non ci riesce a
tenersi dentro il dolore perch  troppo grande, ma che teme di
fare rumore.
La donna fa un passo indietro. Ritorna nella camera da letto.

Ignazio dorme poco e male, quella notte. Sperava di ottenere
un po' di ristoro dal pianto, ma non  stato cos, anzi. Ha paura
che non riuscir a fare nulla di ci che  suo compito. Che
fallir.
Ma questo lui non lo pu nemmeno pensare, figuriamoci
dirlo a qualcuno.
Si alza, si prepara con cura perch non si dica che i Florio
sono in difficolt. Non importa che sia molto presto, cos presto
che l'alba  poco pi di una sensazione. L'aromateria lo
aspetta.
Quando arriva in cucina, per, trova Giuseppina.
Mattia? chiede.
Dorme ancora, povera mischina. Stanotte ha avuto incubi.
La osserva mentre gli serve una tazza di latte tiepido. E tu?
Tu hai dormito?
Un poco.
Lei afferra la ramazza, comincia a spazzare, mentre lui inzuppa
il pane nella tazza.
D'un tratto, la donna si ferma. Parla senza guardarlo. Dimmi
la verit.
E lui capisce, come l'ha sempre capita. Il latte diventa veleno
in bocca. Si  aggravato.  inutile che te lo nasconda.
Te l'ha detto il cerusico?
S.
Sta morendo?
Ignazio non risponde.
Davanti a lui si crea un vuoto. Nessun suono, nessun calore.
Giuseppina sembra essersi dissolta, lasciando al suo posto una
statua.
Poi un singhiozzo. E un altro. La scopa cade di schianto. La
disperazione esplode, sgorga dal viso, dal corpo scosso, dalla
bocca spalancata.
Da tempo, Ignazio ha compreso che, quando si vive insieme,
si finisce per legarsi. Si ama non la persona, ma l'idea
che si ha di lei, le sensazioni che suscita, persino l'odio che si
prova. Ci si affeziona anche ai propri demoni. Ti prego... Non
fare cos... la implora, e non pu fare altro che stringersela al
petto perch sembra quasi che debba andare in pezzi, tanto sono
violenti i singhiozzi.
Le soffoca il pianto contro il collo. Si accorge di piangere anche
lui, e piangono insieme, abbracciati. Quando le lacrime si
fermano, per, la sente irrigidirsi. Giuseppina solleva la testa,
quasi si sfiorano.
Il fantasma che si porta dentro si trasforma in un corpo di
carne che, in quel momento,  suo.
Non di suo fratello, non di suo nipote. Suo.
 sempre stato un passo dietro di lei. Non l'ha mai toccata
in modo meno che rispettoso.
Pu farlo adesso che Paolo  lontano, confinato in un letto.
Anche lei sembra confusa. Ma, quando gli inchioda gli occhi
in faccia, lo smarrimento si dissipa. Gli poggia una mano sulla
guancia, gli tocca le labbra.
Per un momento, Ignazio immagina cosa sarebbe potuto accadere
se ci fosse stato lui al posto di Paolo.
Se Giuseppina fosse stata la sua donna e Vincenzo suo figlio,
e quella la loro casa. Immagina i giorni e le notti, i figli
che avrebbero potuto avere a Bagnara o l a Palermo. Una piccola
vita, dimessa, comune che li avrebbe resi felici, o per lo
meno sereni.
Ma non  questa l'esistenza che ha.
Giuseppina  la moglie di suo fratello, e lui  un traditore.
Questo : un infame.
Chiude gli occhi. Per un istante ancora, si tiene stretta quella
vita che ha sognato. L'abbraccia forte prima di lasciarla andare
e poi va via, perch la tentazione non lo afferri di nuovo.

Pochi giorni dopo, Mattia torna a Marsala con la feluca di mastro
Salvatore. Ignazio le ha dato un po' di denaro, Giuseppina
un abbraccio che  durato a lungo. Va via con il cuore pesante,
Mattia, e nulla pu dare sollievo al dolore che prova, nemmeno
la tenerezza di Vittoria o il saluto di Vincenzo, un sorriso
sdentato e timido. Sa che non vedr pi suo fratello Paolo.
Sa che certe ferite non possono trovare guarigione, che il loro
tempo  ormai trascorso.

Nella stanza, la malattia  un tanfo che soffoca, contro cui nulla
pu il refolo di zagare che proviene dall'esterno. Un albero di
limoni allunga i rami verso la finestra. Il sole ha il suono delle
prime cicale che friniscono tra i rami.
Sulla soglia, Giuseppina osserva il torace di Paolo che si alza
e si abbassa con difficolt. Si morde le labbra. Tutto sta
precipitando.
Una mano si poggia sul braccio. Eccomi. Ho fatto prima
che ho potuto. Ignazio la affianca, le parla all'orecchio. Al
negozio ho sistemato tutto. E poi c' Maurizio, mi sostituir
fin... quando serve. Ma Giuseppina non ha ascoltato, Ignazio
glielo legge negli occhi persi. Ho portato Vincenzo con me.
Sta giocando sotto gli alberi, va' a stare un poco con lui.
Lei accoglie quell'invito con sollievo.
Vorrebbe piangere, ma non ci riesce. Sta male per quel marito
che non ha mai amato, ma nello stesso tempo soffre per lui
e per se stessa, perch sa che ne sentir la mancanza. Sar un
vuoto con cui dovr fare i conti per gli anni a venire.
Ha vissuto con Paolo senza amore, a volte con odio. Non
potr chiedergli perdono per il male che si sono fatti a vicenda.
Paolo sta raggiungendo un confine oltre il quale non potranno
parlarsi. Gi adesso non possono farlo pi. Il senso di colpa
che si porta dentro sar la sua parte di purgatorio in terra.
Ignazio entra, congeda la cameriera che veglia in un angolo.
Nel sentire la sua voce, Paolo gira la testa. La febbre gli ha reso
gli occhi lucidi.
Il fratello si siede sul letto. Non gli chiede pi come si sente:
hanno smesso anche quest'ultima, ipocrita formalit da quando
il cerusico lo aveva raggiunto all'aromateria pochi giorni
prima, dicendogli che il mal sottile gli aveva divorato i polmoni.
 questione di poco, ormai, aveva detto.
Ignazio lo aveva ringraziato, aveva pagato l'onorario e aveva
continuato a lavorare.
Paolo, invece, aveva resistito a lungo. C'erano la fibra forte e
la caparbiet dei Florio, a tenerlo in vita.
Il fratello gli afferra la mano. Oggi la serva mi ha messo
seduto sotto il limone. Ho cominciato a tossire e ho sputato
non so quanto sangue. Mi hanno dovuto cambiare tutti i vestiti.
Parla a fatica. Il Signore d, il Signore toglie, dicono.
Abbozza un sorriso amaro. A me mi sta levando tutto. Un
colpo di tosse. Lungo, doloroso. Riprende a parlare e la voce 
un raschiare di ferro sulla pietra. Ti ha detto il notaio Leone
che ho fatto testamento?
Sotto il fazzoletto, le labbra di Ignazio sono arse. S.
A Paolo manca l'aria. Ignazio gli solleva la testa, lo aiuta a
bere, poi dice: Nessuno gli dar noia finch io sar vivo. Ho
gi trovato un precettore per insegnargli il latino e le altre cose
al posto di Antonino Gagliano, che a momenti verr ordinato
sacerdote...
Un gesto di Paolo lo interrompe. Va bene, va bene. Gli
stringe il braccio e Ignazio percepisce quanta poca forza gli 
rimasta. Tu, invece. Ascoltami. Devi essere quello che non
posso pi essere io.
Lo sai che gli voglio bene come se fosse figlio mio. Ignazio
copre la sua mano con la propria.
No. Di pi, capisci? Me lo devi crescere tu. Loro guarderanno
ai soldi, ma tu sarai il padre. Hai capito? Suo padre.
Lo guarda come se volesse entrargli nella testa.
Ignazio non pu sopportarlo. Si alza. Fuori, Vincenzo e Giuseppina
giocano sotto un limone. Parla misurando le parole.
Non vuole che si agiti. Ho incontrato uno dei cugini Barbaro
al porto. Mi ha riferito un messaggio di nostro cognato Paolo.
Paolo batte una mano sul letto. Dio! C'ho pensato tanto, a
lui e a Mattia. Piange, ora. L'ho capito che questa  la punizione
che il Signore mi ha mandato. Quand' stato male lui,
avrei potuto aiutarlo. Sarebbe stata un'opera di misericordia.
Quando nostra sorella  venuta, avrei potuto vederla, mischina,
e io... Invece non ho fatto niente, anzi l'ho respinta. Si asciuga
gli occhi. Glielo dici a Mattia che la perdono, vero? E che lei
deve perdonare me? E io niente, niente! Il demonio mi aveva
preso l'anima, maledizione a me.
Ignazio lo guarda. Vorrebbe parlare, confortarlo, ma la voce
si rifiuta di uscire dalla gola, e il cuore sembra prosciugarsi fino
a diventare stretto come il pugno di un bambino. Suo fratello
 terrorizzato, glielo legge in faccia. Deve sentire la morte
davvero vicina se chiede perdono cos, se  arrivato a pentirsi
per la sua durezza d'animo.
Paolo solleva la testa dal cuscino. I capelli intrisi di sudore
rimangono attaccati alla fronte. Allora? Cosa mi manda a dire
Barbaro?
Ignazio si costringe a rispondere. La voce, prima prigioniera,
si libera con un sospiro. Dice che sta pregando per te e ti
augura di guarire presto. Non sa perch, ma trova ridicola
quella frase. Comincia a ridere ed il fratello, dopo un istante,
lo imita.
Ridono insieme, come se la vita fosse un immenso scherzo,
come se la tisi di Paolo fosse solo una burla messa in atto dal
Creatore, come se potessero tornare indietro e rimettere tutto
a posto. E invece no, ed  questa la cosa buffa: che  tutto vero
e che non ci sar pace, tutto rimarr irrisolto, interrotto,
spezzato.
Le risa di Paolo si trasformano in un accesso di tosse. Ignazio
corre, gli porge una bacinella e il fratello sputa via grumi di
sangue e muco.
Ignazio lo abbraccia. Paolo  magrissimo. La malattia lo ha
consumato lasciando solo ossa e pelle, contenitori di uno spirito
indomito che non vuol cedere. Non ancora.

Quando Vincenzo, pochi giorni dopo, apre la porta, si trova
davanti un uomo con la sottana nera e la stola viola.  il prete
dell'Olivuzza, don Sorce. Ha il viso affaticato per il gran caldo.
Tua madre m'ha mandato a chiamare. Dov'? chiede.
Sopraggiunge la serva. Di qua, presto.
Il bambino li guarda sparire dietro l'angolo. Dal giardino,
oltre la porta spalancata, arriva un profumo d'estate e di
calore.
Scappa fuori, Vincenzo. Non vuol sapere, non vuole sentire.
Ignazio arriva che  finito tutto.
Trova Giuseppina seduta ai piedi del letto. Non parla, non
piange. Si morde le nocche. Sembra lontanissima, e forse lo .
Fissa il cadavere. Servono i vestiti buoni, mormora. Tra
le dita, stringe il rosario.
Lui dice di s, meccanicamente. Andr a via dei Materassai
a organizzare il funerale. Devo dire a Maurizio Reggio di chiudere
il negozio per due giorni. Fa una pausa. Devo scrivere
a Mattia e ai nostri parenti di Bagnara. Porto Vincenzo con
me.
Giuseppina si schiarisce la voce, ma ci che le esce dalla gola
 un sussurro. Le messe. Devono dire tante messe per rinfrescargli
l'anima, che alla fine si  pentito di ogni cosa che ha
fatto a sua sorella. Me lo ha detto quando gli cambiavo la camicia
da notte, dopo che si  confessato. E pure le offerte agli
orfanelli, ci vogliono. Dillo a Vittoria, che ci pensi lei.
Ignazio fa cenno di s. Trattiene l'aria nel petto. Respira, lui
ancora pu farlo.
Si avvicina al corpo di Paolo. Serba ancora un po' di calore:
la pelle del viso  trasparente; le mani, un tempo forti e callose,
sono ossute. I capelli e la barba sono sbiancati.
Allunga la mano. Lo accarezza. Poi si china di colpo, gli bacia
la fronte e resta cos, con le labbra impresse sulla pelle ed il
dolore stretto in gola.
Si porter dentro quel momento per tutta la vita. Il bacio 
sigillo di una promessa, un giuramento che gli esce dalla bocca
e che solo lui e Paolo possono sentire.
Si rialza, esce dalla stanza. Va sotto il limone dove lo aspetta
il bambino.
Hai salutato tuo padre?
Vincenzo non lo guarda. Gioca con un legnetto, lo spezza in
tanti frammenti. S.
Vuoi vederlo di nuovo?
No.
Ignazio stende la mano e Vincenzo l'afferra. S'incamminano
verso il calesse che attende sul vialetto.
Davanti al negozio c' una piccola folla, per lo pi di calabresi.
Maurizio Reggio  sulla soglia, abbraccia Ignazio, ascolta le
sue istruzioni. Pochi minuti dopo, le ante di legno sono chiuse
e listate a lutto.
Ignazio non sfugge agli sguardi. Qualcuno si fa il segno della
croce, altri ancora offrono conforto. Lui tira dritto, la mano
del nipote stretta nella sua. Sulla soglia, Vittoria piange in silenzio.
Si tira accanto il cugino, lo bacia, lo stringe. Ora anche
tu sei senza protezione, come me, dice.
Vincenzo rimane immobile. Muto.
A casa, trovano Giuseppe Barbaro, uno dei parenti di Emiddio,
che si mette a disposizione per organizzare il funerale. Il
Signore accolga la sua anima, gli dice.
Ignazio ricambia con un: Amen.
Nell'appartamento tutto  silenzio. Orsola prende Vincenzo
e lo porta nella sua stanza per cambiarlo con gli abiti da lutto.
Dalla camera dei suoi genitori giunge il suono della cassapanca
che viene rimestata.
Il fruscio di stoffe si accompagna a spezzoni di frasi. Vittoria,
Ignazio, Emiddio.
Il mal sottile era troppo avanzato...
Morte santa...
Bisogner occuparsi della cassa, dice d'un tratto la
ragazza.
Dovr essere decorata da un pittore. La sua messa dovr
essere cantata dai frati. Lui non ... non era un uomo qualunque.
Mio fratello era don Paolo Florio. Qui a Palermo la nostra
aromateria ha un nome ed  stato il suo lavoro a renderla
importante!.
D'un tratto, Vincenzo capisce davvero.
La consistenza della mano di suo padre sulla spalla. La sua
stretta. La barba che gli sfrega il viso. Lo sguardo severo. Le
mani che misurano il cortice sulla bilancia. L'odore di spezie
che si portava addosso.
Barcollando, Vincenzo cammina fino alla stanza dei
genitori.
Suo padre non torner pi. E, nel momento in cui questa verit
s'impossessa di lui, incontra lo sguardo di Ignazio, ritrova
un vuoto doloroso uguale al suo.
All'improvviso, l'assenza si dilata fino a travolgerlo.
Scappa, Vincenzo, con gli occhi pieni di lacrime, i piedi che
scivolano sulle pietre. Corre via da quella casa, illudendosi di
poter lasciare indietro lo strazio che lo sta schiacciando.
Vincenzo!
Ignazio lo chiama, il bambino sembra volare sul selciato.
D'un tratto, in via San Sebastiano, lo perde di vista.
Si ferma, le mani sulle ginocchia. Pure tu ti ci dovevi mettere...
mormora. Prende fiato. Riprende a cercare il bambino
in mezzo al porto affollato. Schiva i conoscenti che lo fermano
per porgergli le condoglianze, si fa largo tra le masserizie
pronte per essere imbarcate.
Arriva al centro della Cala, la percorre con lo sguardo dalla
chiesa di Piedigrotta al Lazzaretto. Il Castello a Mare getta
un'ombra sul porto. Decine di alberi e di vele gli confondono
la vista.
Alla fine, lo trova.
 seduto all'estremo limite del molo, con le gambe
penzoloni.
Piange.
Si avvicina con cautela. Lo chiama. Il bambino non si volta,
ma raddrizza le spalle.
Ignazio vorrebbe rimproverarlo, e forse sarebbe anche giusto:
con tutto quello che  successo, la sua fuga  stata solo una
bravata. E poi  un maschio, e i maschi non piangono. Ma non
lo sgrida.
Si siede accanto a lui. Rimangono in silenzio per un po', l'uno
vicino all'altro. Vorrebbe consolarlo, parlargli di come si 
sentito quand' morta sua madre, dopo il terremoto. Aveva
pi o meno la stessa et, e ricorda bene la sensazione di abbandono,
di vuoto.
La desolazione.
Ma il padre?
Non riesce a immaginarlo: suo padre, mastro Vincenzo Florio,
fabbro di Bagnara,  poco pi di un ricordo. Con Paolo, invece,
sono stati insieme sin da quando hanno iniziato a lavorare
per mare.
E ora ha paura di ci che lo aspetta, una paura dannata, ma
non pu dirlo a nessuno, men che meno a un bambino.
Vincenzo parla per primo. Come far senza di lui?
A tuo padre  toccato cos.  la volont di Dio. In quelle
parole, Ignazio cerca una spiegazione che possa essere buona
anche per lui. Tutti noi abbiamo un destino scritto nelle ossa
sin dal momento in cui veniamo al mondo. Non ci possiamo
fare niente.
Il silenzio si riempie dello sciabordio del mare contro il
molo.
No. Se la volont di Dio  questa, non la voglio. Vincenzo
trattiene le lacrime.
Vice', ma che dici?
Quella frase  violenta, blasfema, troppo forte per un bambino
di otto anni. Non voglio avere figli se poi devo morire
cos. La mamma piange, e anche tu stai male, lo vedo. Parla
in tono feroce. Alza la testa. Ora devo vivere senza di lui e
non so come fare.
Ignazio fissa l'acqua nera. Sopra di loro, gabbiani volteggiano
nell'aria del pomeriggio. Neanch'io so come fare. Mi manca
la terra sotto i piedi, Vincenzo. Lui c' sempre stato e ora...
Prende un respiro profondo. Ora sono solo.
Ora siamo soli, mormora Vincenzo. Si appoggia alla spalla
dello zio e lui lo abbraccia.
Tutto  cambiato, pensa Ignazio. Non pu pi permettersi il
lusso di essere figlio e fratello. Ora  lui il capo. Ora il loro lavoro
 suo. Tutto  responsabilit sua.
 l'unica certezza che ha.
...
SETA. estate 1810 - gennaio 1820.

'U putiru soccu ave abbna.
Il negoziante decanta ci che ha.
PROVERBIO SICILIANO.

Diventato re di Spagna, Giuseppe Bonaparte viene sostituito da
Napoleone con il cognato, Gioacchino Murat, che sale al trono il
1 agosto 1808.
Nel 1812, in Sicilia, scoppia una rivolta a causa di una tassa
sulle entrate imposta da Ferdinando IV. Il Parlamento Siciliano
promulga una Costituzione - stilata sul modello inglese - che di
fatto esautora il re borbonico, e che prevede l'abolizione dei feudi e
la riforma degli apparati statali. L'obiettivo  quello di modernizzare
la societ isolana, nonch di creare un rapporto ancora pi
stretto con gli inglesi, che hanno tutto l'interesse a mantenere
l'indipendenza dell'isola.
Nello stesso anno, Napoleone inizia la disastrosa campagna di
Russia. Dopo la sconfitta di Lipsia (19 ottobre 1813), Murat si
allea con l'Austria nella speranza di conservare il regno. Ritorna
al fianco di Napoleone nel 1815, ma gli austriaci lo sconfiggono
definitivamente nella battaglia di Tolentino (2 maggio 1815). Il
trattato di Casalanza (20 maggio 1815) sancisce dunque il ritorno
a Napoli di Ferdinando IV, che insedia a Palermo, come luogotenente
del regno, il figlio Francesco.
L'8 dicembre 1816, con un colpo di mano, il sovrano riunisce
sotto un'unica corona il Regno di Napoli e quello di Sicilia e assume
il nome di Ferdinando I, re del Regno delle Due Sicilie. La
Costituzione del 1812  annullata. L'isola viene trattata alla stregua
di una colonia e sottoposta ad un durissimo regime fiscale.

La seta non appartiene a Palermo.
Appartiene a Messina.
O, meglio, vi apparteneva.
Dallo Stretto fino alla piana di Catania, famiglie di contadini
allevavano bachi da seta all'ombra di gelsi secolari, le cui foglie
erano usate per nutrire le larve. Erano soprattutto le donne a
occuparsene, e a loro andava il compenso per quel lavoro puzzolente
ed ingrato. Erano pi libere ed indipendenti delle contadine
o delle serve presso le famiglie nobiliari. Potevano tenere
per s il guadagno.
Soldi preziosi, sudati, che le donne spendevano per acquistare
il corredo o per comprare il mobilio della futura casa.
Poi la scoperta: in Estremo Oriente di seta se ne produceva
di pi, e a costi molto pi bassi.
Arrivano cos le stoffe degli inglesi, che acquistano nelle colonie
balle di filato per lavorarle in patria, oppure importano
stoffe adorne di disegni esotici. Basta con le righe e i colori tristi
che si stampano in Europa. Dopo i lunghi anni delle guerre
contro Napoleone, c' voglia di fantasia e di vitalit.
Le esportazioni dalla Sicilia verso il resto dell'Italia cominciano
a diminuire e poi quasi cessano. I gelsi cadono in
abbandono.
Inizia la mania delle cineserie: mobili, porcellane, avorio
intagliato.
E, ovviamente, stoffe.
Persino i Borbone se ne fanno contagiare, tanto che il re Ferdinando
decide che la sua palazzina di caccia - e garonnire -
debba essere, appunto, una Palazzina Cinese.
Tutti i ricchi hanno almeno una stanza tappezzata di seta.
Tutti i ricchi vestono di seta.

La porta si apre. I vetri non tintinnano pi, i cardini ben oliati
scivolano senza rumore.
La mano corre sul bancone. Piano di marmo su piuma di
mogano, levigato come velluto. Gli occhi indugiano sulle maioliche
del pavimento, poi si alzano verso le cassettiere di noce
con i nomi delle spezie incisi. Nell'aria, un odore di legno fresco
e vernice.
Ignazio  al centro della stanza.  solo, ma non avrebbe voluto
diversamente.
Ha immaginato questo momento per due anni, sin da quando
il vecchio proprietario, Vincenzo Romano, ha accettato di cedergli
il negozio. Quando ancora il dolore per la morte di Paolo
era cicatrice che stentava a rimarginarsi.
Anche allora era estate.
Ma che state dicendo? Nel sentire la richiesta, il viso di Vincenzo
Romano, proprietario dell'immobile di via dei Materassai,
si era trasformato in una luna piena.
Seduto alla scrivania, Ignazio l'aveva scrutato da sotto in su.
Dopo averlo convocato nell'ufficio - perch ora era lui a
convocare le persone - non gli aveva chiesto di sedersi. L'aveva
lasciato in piedi come un questuante, per confonderlo.
Metterlo a disagio. L'aveva fatto attendere mentre firmava delle
carte, tante. Perch tanti erano diventati gli affari dei Florio.
Poi gli aveva fatto la sua richiesta.
Siti fuodde? Romano si era aggrappato al bordo della scrivania.
Ma manco morto! Io non vendo.
Ignazio sapeva del suo attaccamento al denaro e aveva previsto
di trovarsi davanti a un muro, ma era pronto ad abbatterlo.
Aveva condotto il suo attacco senza aggressivit, ma con
fermezza. Pazienza e gentilezza erano, come sempre, le sue armi
predilette. Ma anche voi dovete capire le mie ragioni.
Queste stanze e l'ammezzato hanno bisogno di una ristrutturazione,
di una profonda ristrutturazione. Vuautri u' sapiti: Casa
Florio non pu restare in un locale con le macchie di muffa e la
porta che cigola.
E allora? Ci date una mano di vernice e tanticchia di
ogghio...
Non  questo il problema.  l'acqua che arriva a singhiozzo,
 il pavimento rovinato... I lavori sono tanti e urgenti. Dubito
che trovereste affittuari buoni come noi e, se ce ne andassimo,
dovreste comunque rimettere in ordine i locali.
Vincenzo Romano aveva pensato di rifiutare. Ma era stato
solo un momento. Sapeva che Florio aveva ragione.
Eccolo, il dubbio. La crepa nel muro del rifiuto. Ce l'aveva
scritto negli occhi disorientati, sulla bocca socchiusa.
Allora Ignazio l'aveva incalzato: Io avrei un'idea, se voleste
ascoltarmi. Un compromesso buono per entrambi.
Cio?
Solo allora gli aveva fatto cenno di sedersi.
Un'enfiteusi.
Magnifico! Io rimango padrone, ma tutti i diritti li avete
voi. A me resta solo il titolo di proprietario, e manco u' lauso
di poterci fare qualche cosa. Romano aveva bestemmiato sottovoce.
Non  cane,  faccia di cane; sai che differenza.
Pensateci bene. L'enfiteusi vi manterrebbe, almeno davanti
agli altri, proprietario del negozio. Sarei io, con la mia ditta, a
occuparmi della ristrutturazione. Ma se non volete vendere...
Aveva aperto la mano in un gesto eloquente. ... siete padrone
di farlo. Cos come noi siamo liberi di trasferirci.
Ignazio aveva parlato con determinazione assoluta. Aveva
nascosto bene i propri timori, perch s, quello che stava correndo
era un rischio. Un rifiuto di Romano avrebbe significato
trovare un nuovo locale per l'aromateria e magazzini in un'altra
zona.
Avrebbe significato lasciare il luogo dov'era iniziato tutto
con Paolo.
Ma non potevano pi restare in un negozio con la muffa nel
retrobottega e le porte sbrecciate. Non era consono a ci che
era diventata Casa Florio.
Romano era venuto per riscuotere il canone di affitto e si era
trovato davanti un'offerta inaspettata. Aveva camminato per la
stanza prima di chiedere, pi stupito che sarcastico: Vi siete
preso d'invidia di Canzoneri e Gul che hanno la loro puta?
Veramente no.  che uno vuole avere delle certezze. Sapere
che u' maruni unni jecca sangu  suo: se uno su una cosa ci
deve buttare sangue e sudore, allora sua dev'essere e nessuno
pu venire a comandare. Non mi metto a spendere picciuli per
una puta che poi vi viene voglia di vendere a qualcun altro. Mi
capite?
S che lo capiva.
Romano si era congedato con un: Ci penser.
E ci aveva pensato meno di quanto Ignazio aveva temuto.
Aveva accettato la proposta.
Prima era arrivata l'enfiteusi. Poi c'erano stati i lavori: il fontaniere,
il falegname, le piastrelle ed i vetri nuovi. Dopo pochi
mesi, Ignazio aveva riscattato il canone. Era diventato padrone
assoluto dell'aromateria.
A ricordare quei sei mesi di lavori, il cuore gli canta nel petto.
Albarelli e vasi nuovi con il nome Florio dipinto sulla base
affollano gli scaffali. Nei magazzini a via dei Materassai, a piano
San Giacomo e alla Dogana, attendono sacchi di cortice peruviano,
pronto da macinare per ricavare la polvere di china.
L'aromateria Florio  divenuta ci che lui aveva sempre immaginato.
Una vera drogheria.
Solo una cosa Ignazio ha tenuto del vecchio negozio: la bilancia
di precisione, quella che aveva usato suo fratello sin dai
primi giorni di lavoro.
Gli serve per ricordare chi , da dov' venuto.
Oltre la porta, il brusio di curiosi e servi di nobili che sbirciano
all'interno in attesa della riapertura.  giusto per capire
cos' diventata quella botteguccia malconcia, la putiedda gestita
da quel bagnaroto, dicono, ma le loro facce li tradiscono, e
Ignazio gode nel vederli cos, divisi tra la curiosit e il sospetto.
Non ammetterebbero mai che sono invidia e meraviglia a pungerli,
a spingerli a stare l davanti, in attesa.
Quanto a lui, aspetta al varco chi, finora, gli ha messo i bastoni
tra le ruote. Ora si apre una nuova partita, non solo con
Canzoneri e Saguto, ma con tutti gli aromatari di Palermo, che
gi mormorano, s'interrogano, temono.
Perch i Florio non sono pi semplici putiri. Sono commercianti,
adesso, e possono dirlo a testa alta.
La porta si apre. Qualcuno entra.
Ignazio si volta.
 Giuseppina.
Ma...  bellissima! La donna ha la bocca socchiusa per la
meraviglia. La ruga tra le sopracciglia si distende. Si liscia il
vestito scuro con la mano inguantata. Davvero, non credevo
che potesse cambiare tanto.
Anche lei  cambiata.
Con il benessere, sono arrivati donne di servizio, abiti cuciti
da una sarta e non pi rammendati a lume di candela,
scarpe e soprabiti nuovi. La tavola  pi ricca, per s, per Vincenzo
e Vittoria, che abita ancora con loro anche se, sempre
pi spesso, accenna al desiderio di avere una famiglia sua.
Ma non  solo questione di abiti pi eleganti, o delle mani
che non sono pi screpolate.
Giuseppina ha una luce nuova negli occhi. Sembra serena.
Ignazio la osserva aggirarsi per il negozio: sfiora le cassettiere,
ne apre una, annusa le spezie.
Lei alza la testa, gli sorride.
E lui non riesce a smettere di guardarla.
Proprio un bel lavoro, s, considera lei a mezza voce.
Lui vorrebbe sfiorarle la guancia, sentirne il calore. Invece
incrocia le braccia sul petto, attento a non sgualcire la giacca
che si  fatto confezionare proprio per la riapertura. Chi entrer
in negozio dovr capire subito che non ha pi a che fare
con un garzone in maniche di camicia.
 in quell'istante che Vincenzo arriva. Mam! Zio! Non
mi avete aspettato?
Il ragazzino  alto per la sua et. Sembra un adolescente,
sebbene abbia compiuto solo undici anni.
Ignazio gli passa una mano tra i capelli. Non siamo andati
da nessuna parte. E comunque quello che dovete vedere  nel
retro. La vernice sta ancora asciugando.
Precede madre e figlio lungo il corridoio che porta all'ufficio
commerciale. Sulle scrivanie, anch'esse nuove, calamai, risme
di carta e tamponi.
Ignazio indica una lunga insegna di legno dipinto:  appoggiata
in terra, in fondo alla stanza. I colori sono vividi, ancora
freschi. In basso, la firma sottile del pittore, Salvatore Burgarello,
ben conosciuto a Castellammare. L'ha finita stamattina.
Ha detto di farla asciugare lontana dal sole, altrimenti i colori
si creperanno.
Giuseppina ha le mani sulle labbra, quasi per fermare
un'esclamazione.
Lo sguardo di Vincenzo, invece, corre dal dipinto allo zio.
Indica la scritta.

Drogheria di Ignazio e Vincenzo Florio.

Hai fatto mettere anche il mio nome! Perch?
Lui gli passa una mano intorno alle spalle. Perch sei mio
nipote e l'erede di tuo padre.
E perch, si dice con una tenerezza che gli scalda il petto, mi
sei figlio non di carne, ma di anima.
Sull'insegna  raffigurato un bosco. In basso, un torrente
che sgorga dalle radici di un albero cui si abbevera un leone
in cerca di ristoro.
 un albero di china.

 sempre un piacere servirvi, donna Margherita. Arrivederci.
La donna anziana caracolla dal bancone all'uscio, sottobraccio
a Vincenzo. Il ragazzo  un adolescente alto e spigoloso, la
supera di tutta la testa. L'anziana annuisce, accenna una sorta
di benedizione con la mano. Bonu!  tia ti vitti crisciri. Si vitti
gi di quannu eri nico nico, che eri un picciriddo giurizziuso. Ora
chi si' fatto ranni, sempri rispittusu si'. Bravo, bravo...  Signuri
ti lu paga!
Vincenzo continua a sorridere finch la porta non si chiude.
Ma, non appena la cliente esce, si copre la faccia. Madonna
del Carmine, non la finiva pi!
I commessi della drogheria ridacchiano. Margherita Conticello,
del rione dei Tribunali,  una cariatide difficile da sopportare
per chiunque. Lasciarla a Vincenzo nel suo ruolo di apprendista
 un gioco da cui lui esce sempre perdente.
Dall'ufficio arriva un chiacchiericcio.
Compare Ignazio con un uomo dalla faccia scurita dal sole:
Vincenzo Mazza, l'ennesimo bagnaroto trapiantato a Palermo.
Va bene, allora vi far sapere, dice, con un pesante accento
calabrese. Stringe la mano a Ignazio, d una pacca sulla
spalla a Vincenzo. Eh, Vicenzi', ma quanto ti sei fatto? Ma che
ti danno a mangiare?
Pane, olive e cipolla.
E tua madre ti mette l'acqua sotto i piedi, cos la mattina ti
ritrova pi alto?
Altre risate.
Dopo i saluti, Ignazio torna indietro. Il ragazzo lo trattiene.
Zi', posso parlarti?
Ignazio sospira; gi immagina il motivo della discussione.
Vieni. Si siede, si massaggia le tempie. Si ammazza di lavoro.
Di questo, per, Vincenzo non ha piena coscienza: ha quindici
anni e l'egoismo di chi si affaccia al mondo e pensa di sapere
gi tutto. Gli indica la sedia. Allora?
Vincenzo si affloscia come un sacco vuoto.  venuta donna
Conticello. Di nuovo. Si copre il viso con le mani. Della
sua gotta so io pi del suo medico. Vuol essere servita solo da
me o da te; dice che vuole parlare con i padroni e non con i
garzoni.
Ignazio si massaggia le labbra. Che c' di male?  una cristianedda
che ha bisogno di parlare e tu le fai simpatia. Dille
sempre di s e lei se ne andr contenta. E comunque, non ci
si siede in quel modo. Schiena dritta, sguardo diretto e mani
sulle ginocchia. Quante volte te lo devo dire?
Vincenzo si tira su, ma non toglie le mani dalla faccia; anzi
sbircia verso lo zio con aria supplichevole. Ma per forza al
bancone devo stare? Non sopporto la gente che si lamenta,
mi viene voglia di affogarla alla Cala. Ti sarei pi d'aiuto in ufficio
con il signor Reggio, lo sai che sono bravo con i conti. Per
favore!
Ignazio lo inchioda alla sedia con un'occhiata. No. Ti ho
anche spiegato perch.
Perch in questo modo posso capire le persone ed indovinare
cosa vogliono veramente. Perch cos imparer la disciplina
e acquisir resistenza alla fatica. Perch potr avere rispetto del
lavoro altrui. Vincenzo enumera le motivazioni sulla punta
delle dita e sbuffa. Ho dimenticato qualcosa?
S. Ignazio indica la stanza. Quello che vedi, io e tuo padre
ce lo siamo guadagnati lavorando, partendo da una puta
che sembrava uno sgabuzzino. Voglio che tu ti renda conto
di cosa significa questo posto per noi Florio.
Il ragazzo ha la testa bassa, il respiro affrettato. Tace.
Torna a lavorare, ora, gli ordina Ignazio.
Solo dopo che  sparito oltre la porta, i lineamenti di Ignazio
si addolciscono. Il nipote  simile a suo fratello Paolo,  vero,
ma nello stesso tempo non potrebbe essere pi diverso.  solare,
ama ridere, guarda alla vita senza timore.
Vincenzo  il suo orgoglio, la sua gioia. Sta imparando in
fretta, ma non basta. Deve imparare anche a stare con i piedi
per terra.
Sta ancora riflettendo quando la porta a vetri si apre di nuovo.
Per almeno me lo puoi dire che voleva il signor
Mazza?
Ignazio alza gli occhi al cielo. La testa l ce l'hai, ah? Gli
mostra un fascicolo. Tie', leggi.
Vincenzo non se lo fa ripetere. Afferra i fogli, li scorre. Una
polizza di assicurazione?
S. Io e Mazza abbiamo intenzione di assicurare un grosso
quantitativo di sommacco. In pratica, pagando una somma, ci
si cautela contro le perdite del carico.
Cos non si ripeterebbe quello che  successo alla nave del
comandante Olsen, quando hai dovuto pagare il riscatto per i
colli di spezie?
Ignazio indica un punto sul documento. Esatto. Se ben ricordi,
abbiamo sborsato un sacco di soldi per riavere la merce.
Nessuno lo fa, qui a Palermo. Eppure sembra una cosa
buona... conclude Vincenzo, restituendogli le carte.  alto
quasi quanto lo zio; parecchio per essere un adolescente.
Lo : l'assicurazione non ti manda sul lastrico, cosa che invece
farebbe la perdita di un carico, ma non tutti lo capiscono,
spiega Ignazio, paziente. Mi ha convinto il fatto che
sia Abraham Gibbs ad amministrare la compagnia. Gli inglesi
sanno come farsi rispettare, hanno una flotta che li protegge alla
faccia dei francesi, cosa che noi non abbiamo. Dobbiamo tutelare
i nostri interessi, e imparare a farlo prendendo esempio
da loro. Qui a Palermo hanno affittato magazzini e fondachi che
gli permettono di commerciare in tutto il Mediterraneo; Palermo
e Malta sono due approdi sicuri, per loro. Sanno come proteggere
i mercantili: assicurano i carichi da decenni e Gibbs ha
esperienza di queste cose. In pi, lui non solo  un commerciante,
ma  anche il console inglese e questo ci d altre garanzie.
Anzi ora che ci penso... Cerca un documento tra le carte,
lo consegna a Vincenzo. Visto che vuoi allontanarti dal bancone,
non ti spiacer fare da galoppino. Questo  per Ingham.
Assicrati che lo legga lui personalmente.
Per Beniamino? Gli occhi gli s'illuminano. Vincenzo  incuriosito
da quell'uomo che parla con un forte accento straniero
e gestisce cose e persone con un solo cenno della mano. Di
soldi ne ha tanti, tanti davvero se pu permettersi di affittare
una nave intera per spedire in Gran Bretagna le merci che compra
in Sicilia. Tra i mercanti inglesi, come John Woodhouse,
James Hopps o lo stesso Gibbs, lui  il pi conosciuto. Forse
non il pi ricco - non ancora, pensa il ragazzo - ma di certo il
pi scaltro. Il pi determinato.
Il signor Ingham, per te. Vice'. Ricrdati: il rispetto u' porta
cu l'avi purtato. Il fatto che lui sia un nostro vicino non ti autorizza
a prenderti confidenze indebite. E ora muoviti.
Il ragazzo sparisce oltre la porta.
Ignazio sospira. A volte sente di essere davvero suo padre, e
come un genitore lo corregge, e lo ama.
Per.
C' una parte oscura, in quel ragazzo. L'ha percepita solo in
alcune occasioni. Un'inquietudine di fondo, uno spirito di ribellione
che lo allarma; e, proprio perch non ha mai dovuto
fare i conti con quel tipo di sensazioni, non sa come affrontarla.

A via dei Materassai la primavera esplode sui balconi stretti,
nei fiori e nei vasi di erbe aromatiche, sulla biancheria stesa
al sole tra un palazzo e l'altro, nell'odore di sapone e di sugo
di pomodoro fresco. Ondeggianti tende bianche hanno preso
il posto delle imposte chiuse sulle tempeste invernali.
C' traffico di uomini, soprattutto mercanti che vestono alla
moda inglese, con tanto di panciotto e giacca di panno. Da piano
San Giacomo arrivano le grida dei venditori e oltre, verso
via degli Argentieri, rintoccano i martelletti degli artigiani.
Un marinaio dalla pelle scurissima confabula con un uomo
dai capelli rossi e dalla carnagione scottata dal sole in una lingua
che  un misto di arabo e siciliano.
Vincenzo, mani in tasca e cuore leggero, percorre i pochi
metri che separano il negozio dall'abitazione di Benjamin Ingham.
L'inglese  pi ricco di chiunque altro in quella via. Pi
di molti nobili palermitani.
Si rassetta il colletto della giacca, bussa. Un maggiordomo
in livrea lo introduce nell'anticamera, poi  Ingham stesso ad
accoglierlo. Il giovane Florio! Benvenuto! Venite,
accomodiamoci.
Signore... Vincenzo segue l'inglese nel suo studio, gli occhi
fissi sulla schiena. Poco meno di quindici anni li separano,
eppure il giovane ha fatto esperienze - di vita, di affari - che lo
hanno segnato, facendolo sembrare molto pi grande della
sua et.
Ben Ingham porta un plastron e abiti dal taglio sobrio. Sul
volto chiazzato dal sole siciliano ci sono rughe che parlano
di tenacia, rigore e disciplina. Vincenzo percepisce nettamente
il potere che quell'uomo emana.  una specie di calore che lo
circonda, un alito di vento che costringe le persone a stargli a
distanza di almeno una spanna, qualcosa di fisico e insieme
d'intangibile. Non alza mai la voce, n si ltera come fanno altri
commercianti. Non ne ha bisogno.
Vincenzo per non sa, non pu sapere, quanto Ingham abbia
faticato per raggiungere quella posizione. Arrivato a Palermo
dopo il naufragio della nave che trasportava il panno prodotto
a Leeds dalla sua famiglia, mandandola sul lastrico, Ingham
si era ritrovato solo, in una citt sconosciuta, senza mezzi
di sostentamento. Quando Ignazio lo aveva conosciuto, alla
Dogana, stava cercando un modo per inserirsi nel commercio
dei tessuti in Sicilia, dato che il panno, la seta e il cotone erano
le uniche cose che conosceva, di cui sapesse parlare. Tuttavia
aveva imparato in fretta e ormai poteva permettersi di vendere
anche zolfo, sommacco e pellami agli altri commercianti
inglesi.
Avete qualcosa per me?
Vincenzo consegna il plico, che l'altro inizia a leggere.
Nel frattempo, il ragazzo si guarda intorno. Non  mai stato
l e trova quel luogo estremamente affascinante, cos diverso
dall'aromateria e dal suo chiasso. Il silenzio  ovattato, l'aria
 impregnata di un aroma dolce, forse di tabacco con foglie
di menta.
Quella stanza  piena di luce, cuoio, legno, libri. Sui documenti,
timbri stranieri.
Da una porta alla sua destra arriva un fruscio di pagine e
voci sommesse; subito dopo, un uomo entra nella stanza per
mostrare a Ingham un documento e gli chiede qualcosa in inglese.
Vincenzo conosce solo qualche parola di quella lingua, e
non riesce a comprendere di cosa stiano parlando. Segue il segretario
con gli occhi, lo guarda sparire silenziosamente com'era
arrivato.
Quando si accorge del suo interesse, Ingham aggrotta le sopracciglia.
Posso fare qualcosa per voi?
Sorpreso e imbarazzato, Vincenzo si schernisce: No, ecco
io... Perdonatemi, ma questo studio  cos... Muove la mano,
indica le pareti. ... diverso.
Un po' d'Inghilterra in Sicilia. Ingham  compiaciuto. Lo
invita ad avvicinarsi. L'ordine  tutto. Guardate: i volumi sono
divisi per anno, e all'interno ci sono sezioni per dare ed avere.
Anche don Ignazio adopera un criterio simile, mi pare.
S. Vincenzo legge le scritte sul dorso di cuoio. Mi piacerebbe
visitare il vostro Paese, signore, si lascia sfuggire.
Dev'essere molto differente dal mio.
Perch non farlo? Avete anche dei carichi dall'Inghilterra...
potreste chiedere a vostro zio di farvi partire con una nave
su cui viaggiano le vostre merci. Sarebbe un'esperienza molto
istruttiva.
La voce del ragazzo diventa guardinga. S, qualcosa abbiamo.
Se c' una regola che ha imparato  quella di non parlare
mai degli affari di famiglia.
Ingham gli gira intorno fino a trovarsi davanti a lui. Pi di
"qualcosa", se non ricordo male.  da un pezzo che non commerciate
pi solo spezie.
Trattiamo merce proveniente da molti porti, s, e non solo
dal Mediterraneo.
Lo immagino. Voi Florio non siete arrivati dove siete ora
vendendo solo cannella e chiodi di garofano per fare i dolci.
Gli restituisce il documento dopo aver scarabocchiato qualcosa.
E a proposito, dite a vostro zio che non ci sono problemi:
le persone di cui parla sono effettivamente solvibili.
La cautela con cui Vincenzo aveva parlato  spazzata via
dalla curiosit. Prova a sbirciare la risposta. Quindi sono tratte
da scontare, vero?
Le palpebre di Ingham si abbassano, gli nascondono i veri
pensieri. Anche. Ma, se non  vostro zio a parlarcene, non
sar io.
Allora capisce perch suo zio lo abbia mandato l. E il pensiero
gli disegna il fantasma di un sorriso.

Quando Vincenzo rientra al negozio, fila di nuovo al bancone
a lavorare con gli altri. Non protesta. Ha la testa piena di
pensieri; negli occhi, la libreria di Ingham; nel naso, l'aroma
del suo tabacco. Nel petto, una voglia sconosciuta di mare e di
cieli aperti che appartiene alle sue radici, al passato della sua
famiglia.
Nello studio, Ignazio scorre la risposta del mercante inglese.
Sorride appena nel leggere l'ultima frase.
Vincenzo promette bene. Finir per rubarvi il mestiere, prima o
poi.
 quasi sera quando finalmente Ignazio e Vincenzo lasciano
l'aromateria. Il cielo primaverile sta passando dal grigio al
blu scuro e i pochi passanti che si aggirano per le strade arrancano
sul basolato dopo una giornata di lavoro.
Vincenzo soffoca uno sbadiglio. Zi', ti dispiace se faccio
due passi prima di rientrare a casa? Mi sento la testa confusa.
Ignazio gli risponde con una pacca sulla spalla. Basta che
torni al rintocco di San Domenico, perch poi dobbiamo mangiare
e sai che altrimenti tua madre sbraita.
Lo so. Comunque devo studiare ancora, perch domani
viene don Salpietra...
E allora muoviti, va'.
Ignazio lo guarda andar via, un velo d'indulgenza nello
sguardo. Poi percorre i pochi metri che separano l'aromateria
dalla casa e, con lentezza, apre la porta. Un odore di bollito di
carne gli solletica le narici, e gli ricorda che ha saltato il pranzo.
Giuseppina  seduta in cucina, con il rosario in una mano, la
testa appoggiata al pugno chiuso, il viso addolcito dal sonno.
Davanti a lei, la tavola imbandita. Si  appisolata nell'attesa.
Lui rimane immobile, incerto se scuoterla o lasciarla riposare,
e permettersi cos di guardarla, di osservare i capelli sfuggiti
dalla treccia e che incorniciano un viso in cui sono apparse
le prime rughe. Poi Giuseppina apre gli occhi e l'espressione
placida viene cancellata dal senso di colpa. Madre Santa,
mi sono addormentata dicendo le preghiere...
Ignazio appoggia il soprabito sulla spalliera. Lei recita una
giaculatoria, mormora un: Amen, bacia il rosario. Quando
torna a guardarlo, scorge nel cognato quella dolcezza disarmante
che le fa tremare il cuore e che la costringe a distogliere
il viso.
Ignazio si avvicina. Sei stanca? Olimpia non ti aiuta abbastanza,
vorresti un'altra cameriera in casa? Possiamo permettercelo,
lo sai, dice, premuroso.
Lei fa cenno di no, si avvolge nello scialle, se lo stringe sul
petto. No, non ne ho bisogno. Lo so che non  pi come prima,
e che ora... Ma proprio per questo pensavo al passato, e a
Paolo. A compravamo, a tutto quello che abbiamo passato. Mi
sono messa a pregare per lui.
Paolo.
Suo fratello  morto da sette anni. Giuseppina continua a
pregare per la sua anima, e a indossare gli abiti da lutto, ma
non per il dolore. No, in lei c' una tenace volont di espiare
colpe che nessuno le riconosce, un bisogno di punirsi per il
male che lei e Paolo si sono inflitti.
Io con lui... no, non ero felice, dice d'un tratto, come in
risposta ai pensieri di Ignazio. Ma era il marito che la mia famiglia
e la volont di Dio mi avevano dato, e me lo sono preso.
E, se fosse campato, forse, avrei imparato a volergli bene,
perch non era una cattiva persona. Era serio, travagghiature, uno
che del lavoro non poteva fare a meno. E se a volte ci sciarriavamo
era perch eravamo uguali.
Litigavate perch volevate cose diverse, replica Ignazio,
colpito. Perch tu dicevi bianco e lui nero, e tu non lo sopportavi
e lui ti obbligava a fare le cose che tu non volevi, e questo ti
faceva star male. Non riesce a fermarsi. Amava suo fratello
pi di se stesso e custodisce il suo ricordo, ma non pu permettersi
che Giuseppina lo santifichi, addossandosi colpe non sue.
Lei alza la mano, vorrebbe rispondere. Poi fa cenno di s.
Vero . Ma lo sai, non si parla male dei morti.
Ignazio sente crescere la speranza, ancora una volta. Ma sa
che  una mala erba e, come sempre, la strappa via a forza.
Serra i pugni, guarda Giuseppina muoversi per la stanza, ma non
riesce a soffocare quel senso d'ingiustizia che gli stringe le viscere.
Paolo  morto.  in pace, e dovresti darti pace anche
tu, mormora.
Giuseppina, le mani sui tegami, si ferma. Si stringe nelle
spalle e, silenziosamente, si maledice. Non ci riesco. Non ce
la faccio, dice infine. E, in quelle parole, mette il dolore e la
rabbia che si porta dentro, e il rimorso, e la solitudine, e l'incapacit
di perdonare e di perdonarsi.

Quando rientra, Vincenzo li trova assorti, ciascuno chiuso in
un silenzio che lui non  in grado di decifrare. Mangiano il bollito,
scambiano solo poche frasi su ci che hanno fatto durante
il giorno.
Ignazio  il primo a ritirarsi. D una pacca sulla spalla al nipote,
poi si avvicina alla cognata, quasi la sfiora. Giuseppina,
con le mani ingombre di piatti, si ferma sulla soglia della
cucina.
Buonanotte, dice lui, e il suo fiato le solletica i capelli. Lei
sente qualcosa nel petto che si rimescola, l'eco di un ricordo
mai vissuto, di una vita che non ha mai nemmeno avuto il coraggio
di sognare.
E, mentre Giuseppina si protende in avanti, lui distoglie il
viso e si allontana.
Vincenzo osserva quella scena senza capire cosa stia accadendo.
Forse hanno avuto una discussione, pensa. Oppure sua
madre si  risentita per qualcosa che lo zio avr detto. Chiss...
Li ha visti sempre insieme, quei due, e non si  mai fatto domande.
Sono stati - e sono - la sua famiglia, lo hanno fatto crescere
ciascuno a suo modo, com' giusto che sia nell'ordine
delle cose.
Ma quella sera, per la prima volta, lui ha la sensazione che
non sia cos. In un modo confuso, ma inequivocabile, intuisce
che quelle due persone non sono distinte, ma sono una coppia.
E che gli hanno costruito intorno una famiglia, rinunciando
- forse - a se stesse. Perch si amano di un sentimento che
non ha nulla a che fare con il matrimonio, ma non per questo
 meno forte, meno tenace. Anche se c' un fantasma che li
divide: quello di suo padre, Paolo.
E allora capisce che esistono amori che non portano questo
nome, ma che sono altrettanto forti, altrettanto degni di essere
vissuti, per quanto dolorosi.

La chiesa degli aromatari, Sant'Andrea degli Amalfitani,  gremita.
Gli uomini sono in abito scuro, le donne - poche - hanno
una veletta nera. A poca distanza, le voci e gli odori della
Vucciria.
Davanti al portone, sosta una carrozza da corteo con i cavalli
bardati di scuro e con alti pennacchi neri. Dietro  gi pronto
il sguito di orfanelli. Due prefiche si battono il petto e sbirciano
verso l'ingresso, in attesa di alzare il tono dei lamenti all'uscita
del feretro.
 il funerale di Salvatore Leone, un anziano speziale di Palermo,
nonch uno dei migliori clienti di Casa Florio.
La bara sfila lungo la navata, seguita dal prete e dai chierichetti
con il turibolo. Subito dopo, la vedova in lacrime e le due
figlie vestite di seta e crespo nero.
Vincenzo  negli ultimi banchi, dietro lo zio. Suda. Settembre
 afoso, ancora impregnato d'estate.
Un funerale di prima classe, sussurra Vincenzo. Gli orfanelli,
il coro dei chierichetti... Anche solo il carro funebre dev'essergli
costato un occhio. Si passa due dita sotto il colletto,
l dove la barba prude e d fastidio. I diciassette anni gli hanno
portato in dote peli ispidi con cui ancora sta prendendo
confidenza.
Ignazio fa un cenno con la testa. E tu pensa che la sua famiglia
ha potuto fargli questa cerimonia nonostante la crisi che
c'. E comunque, ci deve essere dignit in morte come in vita.
Il ragazzo e lo zio si avvicinano alla famiglia del defunto,
porgono le condoglianze. Le tre donne sono sconvolte, stringono
mani e piangono.
Mentre le prefiche ricominciano con i lamenti, intorno ai familiari
si raggruppano i rappresentanti del Collegio degli aromatari
con lo stendardo. Li osservano e parlottano.
Hai visto? domanda il ragazzo.
Ignazio annuisce.
Avranno saputo dell'accordo con il cognato di Ben, Joseph
Whitaker, per il pepe di Sumatra?
Pu darsi. Il problema non  nostro, Vice'. Noi quel pepe
lo pagheremo a caro prezzo, ma almeno lo abbiamo trovato.
Loro no.
Un grido delle prefiche viene seguito dallo scoppio di singhiozzi
della vedova. Con un sobbalzo, il carro si mette in moto
e la processione si sgrana dietro di esso. I due Florio restano
defilati rispetto agli altri commercianti.
Signori... Proprio voi cercavo. Alto, ben piantato, con addosso
un profumo di sandalo, Giuseppe Pajno si  avvicinato
alle loro spalle senza che se ne accorgessero.  un commerciante
all'ingrosso, di quelli da cui i Florio comprano e vendono. Si
conoscono, si stimano. Hanno fatto diversi affari insieme, tra
cui l'acquisto di prodotti coloniali predati dai corsari siciliani
e rivenduti a Palermo.
Si stringono le mani. Come state?
Meglio di don Leone sicuramente. L'uomo si mette tra i
due, parla a bassa voce. Pover'uomo, dopo una vita di lavoro...
Era vostro cliente, giusto?
Uno dei migliori, sebbene negli ultimi tempi faticasse a
star dietro alle fatture.
Come tutti in questo periodo, del resto.
Un tintinnio d'allarme risuona nella testa di Ignazio. Era
anche uno dei vostri acquirenti, mi sembra.
S. Lo sapevate che Leone aveva venduto il negozio a don
Nicchi, pochi giorni fa?
No, non lo sapeva. Ma Ignazio non lo d a vedere. Ne avevo
sentito parlare, dice invece. Contavo di recarmi dai familiari
di don Leone nei prossimi giorni. Viste le circostanze, non
mi sembrava il caso di parlare di affari.
Pajno rallenta impercettibilmente. Voi siete un galantuomo,
don Ignazio. Altri non lo sono. Fa un cenno con il mento
verso lo stendardo della corporazione.
Ah. Vincenzo capisce. Che hanno detto, ora? Non fanno
altro che sparlare e mettere problemi. Pure l'altra volta,
all'Officina di scrittura...
Pajno gli mette una mano sul braccio. Purtroppo, c' chi
non ha molta stima di voi. Pi in alto si sale, pi ostacoli s'incontrano,
e spesso sono proprio i cristiani che parlano assai a
fare danni. Vedete - aggiunge rivolgendosi a entrambi - io
sono un mercante, proprio come voi. Per me conta chi lavora e
chi mi paga. Visti i rapporti che abbiamo, m' sembrato giusto
avvisarvi che c' chi va dicendo cose brutte sul vostro lavoro.
Quali? Ignazio cammina con lo sguardo fisso sul feretro,
il volto impassibile.
Dicono che non abbiate moneta in cassa e che la faccenda
del pepe sia solo una diceria per invogliare la gente a comprare
merce. Dopo la partenza degli inglesi, Palermo  diventata un
mortorio. Tutti noi pensavamo che, una volta sconfitti i francesi,
i commerci sarebbero ripresi. Invece  tutto fermo, pure se
Napoleone l'hanno mandato in esilio dove il Signore ha perso
le scarpe, come si dice. Con la crisi che  esplosa, trovare spezie
d'importazione  diventato difficilissimo, non c' pi sicurezza
a viaggiare per mare, e non sai con chi contrattare. Ora, d'un
colpo, voi vi vantate di aver ricevuto del pepe direttamente
da Sumatra. Abbassa la voce. Ammetterete che  strano.
Ma  vero! Noi...
L'occhiata dello zio  una coltellata. Vincenzo si zittisce.
Scommetto l'intero contenuto dei magazzini alla Dogana
che so chi mette in giro queste notizie.  Saguto, vero? La voce
di Ignazio  una rasoiata.
Lentamente, Pajno annuisce. Vi d sull'orlo del fallimento.
Poco fa, l'ho sentito dire che siete indebitati fino al collo e che
non arriverete a chiudere l'anno.  una vipera, quell'uomo.
Non so perch ce l'abbia tanto con voi, ma  uno che usa l'arma
dei vigliacchi: la maldicenza. E, credetemi, sa bene come irretire
le persone.
Ignazio parla con calma, nascondendo la collera nei pugni
chiusi in fondo alle tasche. Il contratto con Whitaker  stato
firmato con la procura di Ingham, che  suo cognato, oltre
che suo agente a Palermo. Volete mettere in dubbio la sua
parola?
Personalmente me ne guarderei bene. Pajno si fissa la
punta delle scarpe. Ma Ingham  uno straniero, e degli stranieri,
anche se ricchi, molti non si fidano sino in fondo.
Carmelo Saguto  un pidocchio che tossisce ma, a forza di
mordere e pizzicare, s' fatto sentire. E voi, Pajno? Ci credete?
Il mercante allaccia le mani dietro la schiena. Voi mi siete
debitore per una fornitura che avete ricevuto due mesi fa e che
non avete ancora pagato.
Ignazio non replica subito. Capisco, dice infine. Se non
ricordo male, la tratta che ho sottoscritto  a tre mesi.
Vero . Mettiamola cos: questa nostra chiacchierata  stata
un modo per avvisarvi di guardarvi le spalle. Siete un negoziante
affidabile, don Florio, e una persona seria.
E allora perch siete venuto?  niuro s'un tingi, mascara.
Il nero, se non macchia, sporca.
Alle sue spalle, Vincenzo interviene con durezza: Se avevate
tanta stima di noi, potevate chiedere direttamente se avevamo
i soldi per pagare. Non c'era bisogno di questo teatrino.
Vincenzo! Che modi sono?
Pajno sorride e, in quella risata breve, c' un'ammissione di
colpa. Ah, beata giovent! Confessa la sua sfiducia quasi
con leggerezza, con un tono di scusa che vorrebbe essere complice.
Pure voi stareste attento a come muovervi, se aveste timore
di perdere dei soldi.
In quel momento, il corteo funebre si ferma per la benedizione.
Altri pianti, altre preghiere.
Ignazio rimane indietro con Pajno. Avrete i vostri picciuli
secondo quanto stabilito, Pajno, crisi o non crisi. I Florio pagano
sempre i loro debiti. E, se non vi basta la mia firma, avete la
mia parola.
Ignazio tende la mano. L'altro gliela stringe. E di questa io
mi fido. Vi aspetto.
Al ritorno, Vincenzo guarda lo zio che cammina a testa bassa.
Legge la sua indignazione, la sua rabbia.
Perch? gli chiede d'un tratto, sinceramente stupito.
Perch certuni ci odiano tanto? E non parlo solo di Canzoneri
e di quel verme di suo genero, zio. Prima o poi a quei due gli
spacco la faccia...
Ignazio rallenta. Non lo so. E dire che me lo domando da
troppo tempo, ormai. All'inizio pensavo che fosse perch eravamo
stranieri in citt: ci accusavano di fare prezzi bassi per
rubare il lavoro. Poi abbiamo cominciato a guadagnare e questo
non ce lo hanno perdonato. Abbiamo cercato di fare le cose
a modo nostro, senza chiedere aiuto a nessuno. Certa gente
verrebbe a dar fuoco al nostro negozio, se potesse.
Ma qui siamo tutti stranieri, persino Ingham lo . Eppure a
lui nessuno ha detto niente.
Perch  venuto con gli inglesi, e questo l'ha privilegiato:
nessuno diceva di no agli alleati del re. Ora, invece, dopo la
guerra con Napoleone, sta avendo le nostre stesse difficolt.
Anzi  tanto che abbia deciso di restare pure dopo che i suoi
connazionali se ne sono andati.
Piano San Giacomo li accoglie in un abbraccio di sole e di
frescura. Vincenzo respira a pieni polmoni. O forse perch
anche per lui questa  diventata casa.
Sono quelle parole a risvegliare in Ignazio il ricordo del suo
arrivo a Palermo, quando aveva sperato di trovare un luogo cui
appartenere. Ricorda il momento della partenza da Bagnara,
quando lo schifazzo guidato da suo fratello Paolo si era staccato
dal molo. Il San Francesco di Paola sembrava restio a partire.
Aveva arrancato fino all'imboccatura del porto con la vela latina
che sbatteva contro l'albero alla ricerca di un alito di vento.
Ignazio allora aveva pensato che Bagnara non volesse lasciarli
partire. Ma, non appena avevano superato il promontorio,
un soffio potente era penetrato nel sartiame, facendolo
scricchiolare. La latina si era gonfiata, la vela del bompresso
si era aperta come un'ala. Il cambio di velocit era stato
immediato.
Rivede Paolo che stringe il timone, portando la barca verso
il mare aperto. Ripensa alle promesse che la citt gli aveva fatto
al suo arrivo, seducendolo con quella ricchezza di gente, di
colori, di vita. Anche se gli inizi erano stati durissimi, anche se
la fatica era stata tanta, anche se lui per primo si era annullato
per garantire a Vincenzo, Giuseppina e Vittoria un certo benessere,
lui, Ignazio era felice. Aveva lavorato tanto, e lo aveva fatto
con gioia.
Invece Palermo si era rivelata infida. Gli aveva dato tanto,
gli aveva tolto tanto. Con lei i conti non potevano tornare.

Giuseppina  ferma sulla soglia della stanza del figlio. Osserva
Vincenzo che scruta la strada. Sembra attendere l'arrivo di
qualcuno.
Ha quasi quarant'anni, lei. Non ha mai amato nessuno pi
di quel figlio.
Lui  carne sua. Ed  per questo che lei sa.
 innamorato.
Per la prima volta, Giuseppina sente il tempo passarle addosso.
Ha accettato le prime rughe e ha scrollato le spalle nello
scorgere i fili bianchi tra i capelli. Ma questo no. Una donna
che le porta via suo figlio? Non riesce a pensarci. Significherebbe
che il pezzo di anima che lei gli ha messo dentro non
sarebbe pi suo. Si ritroverebbe sola.
Deve accadere ed accadr, lo sa,  una legge naturale. Ma non
ora,  troppo presto.
Torna indietro, i passi attutiti dal tappeto. Si rifugia in cucina
dove Marianna, la cuoca, sta preparando la cena.
Sospira. Non ha nessuno con cui sfogarsi. Le manca Vittoria,
che ha deciso di sposare un lontano parente, e ora vive a Mistretta.
Pietro Spoliti, cos si chiama: un commerciante che, come
i Florio, aveva una barchetta con cui faceva la spola tra i
porti del Tirreno. Veniva sempre a portare notizie da Bagnara,
raccontava di chi si era sposato, chi era morto o partito; e Giuseppina,
che aveva bisogno di restare attaccata al suo paese ed al
mondo dei suoi ricordi, lo invitava a restare a mangiare, cos da
sentire ancora quelle storie, e quell'accento cos familiare.
Un giorno, tuttavia, Pietro aveva preso da parte Vittoria e le
aveva chiesto di sposarlo: sapeva di non poterle dare lo stesso
benessere dei suoi parenti, ma le avrebbe assicurato una vita
dignitosa e libera. Non sarebbe stata pi serva in casa d'altri,
ma padrona in casa sua.
Vittoria era rimasta cos, con la testa confusa e il cuore disorientato.
Ma era una ragazza pratica: si stava avvicinando ai
venticinque anni, e l a Palermo trascorreva le sue giornate a
fare i lavori domestici con la zia e a ricamare. Si sentiva una
monaca di casa, una di quelle zitelle che si pagano il sostentamento
con il lavoro domestico, rendendosi invisibili agli occhi
del mondo per non dare fastidio e lasciando che gli anni scorrano
loro addosso.
Quando Pietro era tornato, lei gli aveva detto di s. Insieme
lo avevano comunicato a Ignazio e Giuseppina. Lo zio era stato
generoso: le aveva dato una buona dote e l'aveva abbracciata a
lungo, dicendole che aveva fatto la scelta giusta. Giuseppina,
invece, l'aveva guardata male, come se fosse stata tradita.
Perch te ne vuoi andare? Noi cosa ti abbiamo fatto mancare?
le aveva chiesto, accorata.
Nulla, zia. Voi per me siete stata madre, anche se non lo
siete. Vittoria aveva parlato a testa bassa. Ma io voglio
una casa mia, e voglio decidere cosa fare della mia vita. Qui
non posso farlo, qui sono solo vostra nipote, e non ho un tetto
che sia mio, o una rendita. Non voglio essere la parente zitella
per tutta la vita. Sono fortunata, perch Pietro  un uomo onesto,
e credo mi rispetter.
A quelle parole, Giuseppina non aveva potuto replicare nulla.
Era semplice: Vittoria aveva avuto pi lucidit di lei, e pi
coraggio. Stava scegliendo di vivere in una casa pi povera,
lontana da Palermo, ma di essere padrona del proprio destino.
Si guarda intorno, scaccia quei pensieri malinconici. La loro
abitazione non pu definirsi lussuosa, ma hanno una domestica
giornaliera e una ad ore per le faccende pesanti. Dei mobili
portati da Bagnara  rimasta solo la corrila, la cassa del suo
corredo. Tutto  stato rinnovato, anche la biancheria.
Vivono in un benessere che vent'anni prima lei non avrebbe
neppure osato immaginare. Eppure continua a mancarle Bagnara.
Le manca suo figlio neonato, attaccato al seno.
Si sente isola nell'isola, lontana dalla terra cui appartiene.
Rinuncerebbe volentieri a tutto pur di tornare indietro. A
Bagnara. A Vincenzo bambino.
Potrebbe persino amare Paolo. Chiss.
Di suo marito non ricorda pi la voce. Ha ancora davanti a
s il viso severo, i gesti bruschi, i rimproveri aspri. Da lui, Vincenzo
ha preso i colori, lo sguardo tagliente e quella determinazione
che rasenta l'inflessibilit.
Ma, se Giuseppina pensa al calore, ai gesti di affetto, agli incoraggiamenti
muti, allora  un altro il viso che le viene in
mente, per cui prova - ancora, sempre e per sempre - un sentimento
timido e, insieme, un attaccamento da bestia selvatica.

Giuseppe Pajno non  il solo ad aver sentito le voci sui Florio. Il
pomeriggio successivo al funerale, si presenta all'aromateria
Guglielmo Li Vigni, segretario di un altro grossista, Nicol
Raffo. Viene per sapere se hanno scorte di sommacco e, nel
frattempo, quasi casualmente, chiede se pagheranno in tempo
la fornitura di zucchero del mese precedente.  cos che vengono
a scoprire come Saguto si sia presentato nell'ufficio di Raffo
con l'intento di comprare le loro tratte di credito. In quel suo
modo meschino, tutto insinuazioni e sottintesi, Saguto si era
detto certo che i Florio non avrebbero pagato i loro debiti e
aveva quindi cercato di convincere Raffo a cedergli i documenti.
Mi sarebbe venuto comodo, don Ignazio, conclude Guglielmo,
con un sospiro. Lui aveva i soldi in mano... ma a
voi 'sta malaparte non la faccio. Che poi, non ho mai capito perch
vi odia tanto.... Siete un galantuomo.
Vi ringrazio della stima, don Li Vigni. Carmelo Saguto vive
di 'mmiria e raggia, e la sua invidia non  certo causata da
me o da mio nipote.  lui che ce l'ha dentro perch vorrebbe
essere chiss chi e invece fa il segretario di don Canzoneri e
basta. Il periodo  difficile per tutti, ma vi giuro sul mio onore
che avrete tutti i soldi vostri, fino all'ultimo centesimo.
Quando l'uomo esce dall'ufficio, Vincenzo chiede, con un filo
di timore: Zio, ma siamo davvero in difficolt?
L'uomo chiude la porta, si dirige verso la cassaforte ad armadio.
Abbiamo pochi soldi in cassa,  diverso.
Ma abbiamo le lettere di cambio...
Ignazio si appoggia alla scrivania. Vice', non ci sono santi:
la gente non paga e, se non paga, noi non abbiamo soldi. Non si
mangia con i pezzi di carta. Sente la bocca impastata. Dobbiamo
chiedere un prestito. Abbiamo bisogno di contanti.
Vincenzo sente lo stomaco chiudersi. Finora lo zio l'ha tenuto
al riparo da ogni preoccupazione, e adesso, invece... Ma lo
sapranno tutti! Quel cretino di Saguto si metter a dirlo ai
quattro venti!
Maledizione, lo so! Ignazio d un colpo sulla scrivania. Il
calamaio sobbalza. Se uno non ha una scelta, deve inghiottire
l'orgoglio. Calati junco ca passa la china, cos dicono i vecchi. 
quello che faremo. Si massaggia la base del naso. Tu va' a
casa. Io vado a parlare con un paio di persone e, per favore,
non dire nulla a tua madre...
Vincenzo sente le guance avvampare. Mormora un: S,
zio, e, afferrata la giacca, scivola fuori dalla stanza. Tutti i
pensieri vengono cancellati da quella preoccupazione. Anche
l'immagine di due occhi neri che da alcune settimane a questa
parte lo fa arrossire e balbettare come un picciriddo.
Ma non  facile.
E non solo per l'orgoglio. Non  facile trovare una persona
fidata, quando si tratta di affari. Non  facile trovare chi dia
loro dei soldi senza stare con la bocca aperta a raccontarlo
in giro.
Ma, quando Vincenzo avr gli stessi anni che adesso ha lo
zio, allora capir davvero quanto gli  costata quella decisione.

 sera inoltrata quando dall'ingresso giunge un tintinnio di
chiavi.
Ignazio.
Giuseppina lo aiuta a togliersi il soprabito. Anche lui ha
ciuffi bianchi sulle tempie e gli occhi sono appesantiti.
Ma dormi abbastanza? gli chiede di colpo.
Lui  spiazzato. Ho tutta l'eternit per riposarmi. E ora
non ho tempo di farlo, specie dopo la guerra con i francesi.
Le mette la mano sul viso. Grazie per il pensiero,
comunque.
La donna si sottrae a quella carezza.
Ignazio, con un groppo amaro in gola, abbassa la mano.
Vincenzo?
 in camera sua. Di lui volevo parlarti.
Il silenzio  pieno di domande.
La segue in cucina. Marianna sta preparando il tonno,
facendolo dissalare: cambia l'acqua e lo immerge completamente,
solo cos cede il sale in eccesso. Un odore denso, di sugo con
le patate, gli risveglia l'appetito.
Giuseppina fa un cenno alla cuoca, che si allontana chiudendosi
la porta alle spalle.  strano. Lo hai notato anche
tu?
Ignazio assaggia un po' di sugo dalla pentola, raccogliendolo
con una crosta di pane. Uh! Hai voglia! Oggi  rimasto con
la faccia attaccata alla vetrata del negozio. Secondo me, stava
aspettando qualcuno. Si lecca le dita. S, il sugo  proprio
buono.
La donna impallidisce. Chi?
Ho un sospetto. Non farne un dramma,  solo un ragazzo
con una sottana per la testa. Ignazio  riluttante, non vorrebbe
tradire il nipote.
Ma Giuseppina  la madre ed  un mastino. Cu ?
La figlia dei baroni Pillitteri. Ho notato che si siede sempre
dietro di lei in chiesa, e che ha impedito a uno dei commessi di
servirla, per occuparsene personalmente. Lui detesta stare al
bancone, ma ha letteralmente spinto via l'altro per poterle
parlare.
Isabella Pillitteri? Quella cosuzza tutta pelle ed ossa? Figlia
di nobili che si sono mangiati tutto con le carte?
Per lei mi sembra giudiziosa. Parla piano,  sempre
modesta...
E ci credo! Per come si sono comportati suo padre e suo
fratello, che si sono dovuti vendere pure le mutande per i debiti,
lei non dovrebbe nemmeno uscire di casa. In convento dovrebbe
rinchiudersi, e manco l la vorrebbero perch non ha
pi dote. Cammina per la cucina, nervosa, gli si ferma davanti.
Sei sicuro che sia lei?
No, ma  molto probabile. Del resto abita qua dietro, in
piazzetta di Sant'Eligio. Ignazio tace sul fatto che, in almeno
due occasioni, Vincenzo si  offerto di recarsi da quelle parti
per delle commissioni.
Giuseppina si aggira per la cucina con le mani sulla fronte.
Non  meglio se gli troviamo una di Bagnara per maritarsi
subito?
Lascia perdere Bagnara e i matrimoni combinati, per favore!
sbotta Ignazio. Vincenzo  quasi un adulto e un maschio:
non puoi tenerlo attaccato a te per sempre, non  pi un nuzzente.
Deve fare diciotto anni, ci pensi? E, gi che ci siamo, ti
dico una cosa cui penso da un po': tra qualche mese, partir
per l'Inghilterra con Ingham e il suo segretario. Me lo ha chiesto
lui diverse volte ed Ingham ha accettato di ospitarlo e di portarlo
con s. Cambiare aria gli far bene; si far passare questa
fantasia.
Come? Partire? Inghilterra? Lei si lascia cadere sulla sedia,
una mano sul petto. Mio figlio parte e tu non mi dici nulla?
 per questo che sta studiando l'inglese con il segretario di
quel mercante, vero?
S. Vincenzo deve vedere il mondo, conoscere quanto pi
 possibile. E vedrai che, dopo essere stato in Inghilterra, si
scorder della baronessina.
Giuseppina scuote la testa. Il fatto che suo figlio, il suo Vincenzo,
abbia guardato una ragazza del genere la sconvolge
persino pi di quel viaggio che lei pure immagina pieno di pericoli.
Se la deve levare dalla testa, quella!
Ignazio alza la voce. Basta! Non sappiamo nemmeno se 
cos e, se anche fosse, lo faremo ragionare. E il viaggio male
non gli far. Ora metti a tavola, che dopo ho ancora da
lavorare.

La cena  consumata in silenzio.
Vincenzo  perplesso. Mangia, sbircia la madre, la trova accigliata
e non sa spiegarsi il perch.
Quando il tavolo  sparecchiato, si siede con lo zio per controllare
i registri.
Ignazio divide fatture da pagher cambiari; Vincenzo fa i
conti.
C' troppa gente che non paga, commenta ad un certo
punto. E meno male che abbiamo la vendita dell'aromateria,
perch per ora, come fornitori, non si lavora manco a regalarla,
la roba. Tra guerre, debiti e freddo sta andando tutto in
malora.
Quasi in risposta a quella frase, la domestica entra per aggiungere
carbone al braciere che scalda la stanza.  un anno
senza calore, il 1817.
Ignazio la lascia uscire, rabbrividisce e poi fa una smorfia.
Dopo il prestito, sar gi un miracolo non chiudere in
perdita.
Non saremmo i soli. Tutti se la stanno vedendo malissimo,
considera Vincenzo. Anche Saguto ha chiesto delle dilazioni
di pagamento per conto del suocero... sempre che quel
vecchio conti ancora qualcosa. Dopo che ha avuto un colpo
apoplettico, ormai  il figlio maggiore a seguire gli affari.
Saguto  uno scagnozzo. Se lo tengono buono perch ci
port picciuli con il matrimonio con la figlia del vecchio, ma alla
fine  un ominicchio.  un cane che abbaia ai morti di fame e
allicca i piedi dei ricchi.
Un cane, s, ma avi picca d'abbaniri. Pure i Canzoneri hanno
debiti, adesso. Hanno smesso di sfottere.
Mezza Palermo ha debiti, Vice'. E l'altra mezza ha crediti
che non pu riscuotere.
Il nipote non risponde. Continua a far calcoli e a rimuginare.
Quella mattina era andato alla Cala. Lungo la strada, il vuoto.
Dove prima c'erano i magazzini degli inglesi, adesso c'erano
soltanto vetrine chiuse e porte sprangate. A via San Sebastiano,
alla mescita di vini per i mercanti, aveva scorto l'oste
che spazzava il pavimento di una sala vuota.
Dopo la sconfitta di Napoleone, il Mediterraneo era stato liberato
dalla piaga francese, e per gli inglesi era venuto meno il
motivo principale della loro presenza in Sicilia: ormai potevano
commerciare dove, come e con chi volevano. L'isola aveva
perso la sua importanza strategica. I porti si erano svuotati.
Palermo sembrava morta.
Al ritorno, era passato davanti all'aromateria di Gul. S'era
voluto togliere quella curiosit.
La puta, con le sue imposte di noce ed i suoi vasi di alabastro,
era deserta. Gul in persona era appoggiato al bancone e guardava
fuori con aria desolata. Poi aveva visto il giovane ed allora
aveva sputato per terra.
Ha poco da sputare, pensa adesso Vincenzo. Cerca nel mucchio
delle cambiali e accenna un sorriso quando trova il foglio:
la firma di Gul, nero su bianco.
Ignazio socchiude la finestra per far uscire il fumo del braciere.
Mai mi era successo di vedere tante botteghe chiudere
in cos poco tempo. Persino Ingham mi ha detto che ha avuto
molti ordinativi in meno...
Che si aspettava? Dopo che i suoi compatrioti se ne sono
andati, il commercio  morto. Hanno tolto il disturbo e a noi
hanno lasciato i guai con i napoletani.
Vincenzo scuote la testa. Troppi e troppo veloci sono stati i
cambiamenti nel corso degli ultimi anni.
Nessuno era riuscito a opporsi al ritorno dei Borbone: i siciliani
erano divisi. Palermo odiava Messina; i trapanesi alleati
di Messina detestavano Palermo; i catanesi facevano parte
per se stessi. Potevano dire di avere il Parlamento pi antico
del mondo, ma non sapevano cosa farsene, e l'avevano ampiamente
dimostrato. Solo su una cosa erano uniti: l'avversione
per tutto ci che stava al di l del faro, oltre lo stretto di
Messina.
Poi, il disastro. Il ritorno dei Borbone a Napoli.
Dal dicembre 1816, napoletani erano i funzionari degli uffici
e delle dogane, napoletani erano i comandanti militari. Palermo
non aveva pi n potere n indipendenza. Dazi pi pesanti,
restrizioni e nuovi vincoli da applicare al commercio avevano
dato il colpo finale.
E l'economia, che gi arrancava, si era fermata del tutto.
Vincenzo chiude il registro con un colpo secco. Per questo
mese abbiamo pagato pi di quanto abbiamo riscosso, ma ci
sono delle lettere di credito in scadenza. China la testa tra
le braccia distese, emette uno sbadiglio rumoroso.
Ignazio lo guarda storto; lui mormora una scusa e si raddrizza.
Poi lo zio gli indica il foglio dei conti. Non siamo una
confraternita della carit, noi. Prende i pagher cambiari.
Basta con le dilazioni.
Continuano a lavorare in silenzio, spalla a spalla. Talvolta,
quand' sovrappensiero, Ignazio crede di avere ancora accanto
a s il fratello, e si rivolge a lui in calabrese. Allora il nipote solleva
la testa e Ignazio si rende conto dell'errore.
 in quel momento che il ricordo si fa morsa allo stomaco e
diviene rimpianto.

La mattina dopo, quando Vincenzo si sveglia, trova lo zio gi
pronto.
Ignazio gioca con l'anello di sua madre, lo osserva splendere
nella luce del giorno. Poi scruta Vincenzo.
Chiss cos'avrebbe pensato Rosa Bellantoni di quel nipote.
Lo sente imprecare a mezza voce. Lo trova alle prese con bacile
e rasoio, una salvietta a tamponare un taglio che sanguina
sotto le labbra.
Ma che , gi nervoso di mattina sei? Dammi qui, ti
aiuto.
Vincenzo si siede. Sbuffa.
La mano di Ignazio  ferma, veloce. Gli parla piano per non
farsi sentire da Giuseppina. Che ti succede, Vicenzi'? Sciacqua
il rasoio. Il metallo tintinna contro la ceramica. Sei strano,
in questo periodo. Pure tua madre se ne  accorta.
Il ragazzo si tira indietro. Ho pensieri, zio.
Fermo, che senn ti faccio male, gli intima. Gli solleva il
mento con le dita. Cose gravi? Qualche problema di picciuli di
cui non mi hai parlato?
No. Assolutamente.
Un'altra passata. Sotto il sapone, affiora la pelle.
Qualche femmina?
Un istante di esitazione. Poi, impercettibile, un assenso.
Ah.
Vincenzo arrossisce.
Sta' attento a chi guardi, Vice'. La lama scorre sulla mandibola
con delicatezza. E sta' attento a cosa fai, o con chi. Ci
vuole niente a fare qualche fesseria, specialmente se  il sangue
che comanda.
Lo sguardo del ragazzo  fatto d'imbarazzo e d'insofferenza.
Lo sai che non sono pi un picciriddo, zio.
Vero . Ma le femmine possono far diventare scimunito un
uomo. E tu scimunito non ci sei. Ha finito. Gli rimette il rasoio
in mano. Ti aspetto al negozio. Sbrgati.

Isabella Pillitteri ha sedici anni, capelli neri, occhi lucenti e il
collo di cigno. Ha modi raffinati, una grazia che mescola una
ritrosia da novizia ad una sensualit esuberante.
Bella lo . Tanto.
Ha fatto girare pi di una testa, a Palermo. Ma  povera in
canna, perch suo padre - recamatierna - aveva la passione delle
carte. Dal palazzo che avevano a Bagheria passando per i
gioielli di sua madre, tutto  stato mangiato dai creditori.
Poi, un giorno, lui si  fatto trovare morto nel letto.
Isabella sa che si  avvelenato, ma non  cosa che si pu dire.
I suicidi non vengono benedetti in chiesa.
Quanto a suo fratello, a rovinarlo sono le fimmine che frequenta.
Con sua madre sono liti continue.
Ormai nessuno fa loro credito. Solo quel giovanotto della
drogheria accetta le loro promesse.
Isabella sa che le muore dappresso. Non si stupisce di vederlo,
al mattino e alla sera, sotto le sue finestre in piazzetta
di Sant'Eligio, dove lei vive in una casa che uno zio materno
ha concesso alla madre pi per piet che per affetto.
 di poco pi grande di lei,  gentile, e la sua famiglia ha un
po' di soldi, almeno da quello che si dice in giro. Ma a lei non
interessa un partito del genere. Lei  figlia di baroni. Sono senza
terra, indebitati fino alla prossima generazione, ma hanno
ancora un servizio di porcellana in cui mangiare, poco importa
che nei piatti non ci siano che broccoli e cipolle. Quel giovane 
solo un garzone arricchito.
Eppure.
Eccolo l, come ogni mattina.
Isabella si ritira dietro la tenda. Mamma, c' di nuovo quel
ragazzo, annuncia.
La baronessa Pillitteri arriva di corsa. Uh, che gran seccatore!
L'allontana dalla finestra. Non dargli confidenza. Non
 di uno come lui che abbiamo bisogno. Sei l'unica che possa
garantirci un poco di serenit. Devi cercare un buon partito,
sposartelo, e farlo in fretta.
Ma Isabella resiste, lancia un'altra occhiata verso Vincenzo,
gli fa un cenno e lui risponde con un saluto.
La madre la strattona via. Svergognata, che fai? Chiude
le tende, la scrolla. Vuoi rovinare tutto? Non puoi comportarti
cos con un cafone che si sporca le mani con il lavoro. Quella
 gente vile, che non ha maniere.
Isabella si rassegna ad obbedire. Sa che gli aristocratici si mescolano
soltanto con i loro simili e che cercano una bellezza come
la sua. E sa pure che la bellezza passa in fretta.
Per non riesce a ignorare le occhiate di Vincenzo Florio.
Non sono come quelle degli altri corteggiatori: le arrivano dentro,
la fanno ridere per l'imbarazzo, la affascinano, le spengono
il sorriso, le fanno male.

La domenica successiva, alla funzione serale di San Domenico,
Vincenzo riesce a sedersi dietro Isabella Pillitteri.
Ha evitato di accompagnare la madre al mattino a Santa Maria
La Nova. Giuseppina  diventata opprimente, gli chiede in
continuazione cosa faccia o dove vada. Vincenzo preferisce stare
con Ignazio, che si limita a sorvegliarlo con i suoi occhi seri.
Ma che importa? Per uno sguardo degli occhi da gatta di
Isabella, pu sopportare l'invadenza della madre e la muta disapprovazione
dello zio.
La pelle di Isabella  bianca, marmo contro il nero dei capelli.
Gli sembra quasi di percepirne il calore, il profumo di cipria.
Tanto  forte l'attrazione che immagina di avere sotto le dita il
battito della vena blu del collo, celata dal colletto.
Sogna di vederla vestita di seta: un abito di lusso, con una
scollatura che faccia intuire il seno di latte. Immagina di toccarla,
quella seta, e di sentire quel corpo vicino al suo. E poi
scendere gi verso...
Si copre la faccia con le mani.
Quella, lui l'ha capito,  una femmina che lo pu portare alla
pazzia.
Alla fine della messa, Vincenzo si lancia in avanti, fa in modo
di trovarsi davanti a lei.
Essendo minuta, Isabella  costretta ad alzare la testa. Inarca
leggermente le sopracciglia in una domanda silenziosa.
E quell'istante ne dura mille.
Con un colpo di tosse, Vincenzo le cede il passo. Prego,
mormora, con una voce cavernosa che non sa bene da dove sia
uscita. Allora la ragazza scoppia a ridere e lui pensa che quello
sia il suono pi bello del mondo.
Isabella sta per ringraziarlo, ma viene spinta via dalla madre.
Che fai? Andiamo!
Ancora concentrato sulla ragazza, che continua a voltarsi,
Vincenzo non s' accorto dell'occhiata di profondo disprezzo
della donna.
L'ha colta invece Ignazio, fermo accanto al nipote.
E risponde a quello sguardo con il medesimo gelo.

Ancora appresso a quella sta? Giuseppina sputa le parole, e
queste sembrano precipitare sul tavolo da pranzo, rotolando
fino a terra.
Ignazio sceglie d'ignorarla. Afferra la posata e inizia a mangiare.
Dopo una mattina trascorsa a rispondere alle domande
di funzionari napoletani che cercavano di tassargli pure le
scarpe,  stanco e affamato.
Giuseppina va alla finestra, si siede di nuovo, si rialza.
Davanti a lei, il piatto di pasta con il sugo viene ignorato. Non
dici niente, tu?
Lui continua a mangiare. Deve capirlo lui che non  la persona
adatta e...
E se combina qualche cosa? Se ce li dobbiamo piangere
noi, lei, i suoi debiti e il suo bastardo?
Adesso ti calmi. Ignazio inarca le sopracciglia, le indica il
posto a tavola. Allora, e solo allora, affronteremo il discorso.
Non prima. E lo far io. Tu sei sua madre, ma io sono un uomo,
so come ragiona. Poi, se lei agisce da donna leggera, la colpa
non  certo di Vincenzo.  un maschio fatto,  normale che...
Si schiarisce la voce. ... che cerchi quello che vogliono tutti gli
uomini.
Giuseppina arrossisce sotto il peso dello sguardo di Ignazio.
A volte dimentica che anche suo cognato  un uomo e che pure
lui deve avere dei bisogni.
Chiavi girano nella toppa. Vincenzo arriva trafelato. Scusate
il ritardo, io...
No, che non ti scuso. Dove sei stato?
Mam, ma che...
Ora tu stai zitto e mi ascolti. Io quella Pillitteri non la voglio
vedere, hai capito? Ha un fratello che spende soldi nei bordelli
e sua madre spera che qualcuno ricco sia cos scimunito
da sposarsela. A quanto pare, tu sei il candidato perfetto, vista
la maniera in cui ti stai comportando.
Oh, per san Francesco di Paola! Ignazio si copre gli occhi
con la mano. Non potevi aspettare che gliene parlassi io,
vero?
Il ragazzo si allontana dal tavolo. Voi cos a me non mi
parlate. Isabella ...
Isabella? Gi per nome la chiami?
Si chiama Isabella, maledizione! S, sono stato sotto casa
sua. E allora? Ora anche Vincenzo ha alzato la voce. Cosa
vi fa pensare che non sia una... donna onesta?
Basta vedere come si muove per capire che razza di femmina
sia. Non c' potenza umana o divina che possa ricondurre
Giuseppina alla ragione quand' cos furiosa.
 allora che Ignazio la vede: la parte oscura di Vincenzo,
quella di cui lui ha sempre percepito l'esistenza. Distruttiva,
nutrita dalla determinazione, allattata dalla rabbia.  l che
pulsa, e risplende.
Vincenzo, clmati. Lo raggiunge, prova a rabbonirlo, ma
il ragazzo non lo ascolta nemmeno. Lo spinge via.  come se
non riconoscesse pi la madre: non sa chi sia quella strega
che gli sputa in faccia insulti.  il disprezzo che le legge in faccia
a ferirlo nel profondo.
Chi vi d il diritto di credervi superiore a lei? Voi avete
sempre avuto il giudizio facile, siete sempre stata chiusa nel
vostro mondo, non avete mai voluto vedere cosa c' fuori! Vi
divertite a torturare gli altri, ecco.
Io sono tua madre!
Non... La collera lo soffoca, gli impedisce di parlare. Arretra
verso la porta. Guardatevi allo specchio e chiedetevi chi
siete veramente, prima d'insultare le persone. Ed esce,
sbattendo la porta.
Divora i metri che lo separano dall'aromateria. Grazie al cielo,
il negozio  deserto: tutti sono a casa per pranzo.
Prova a calmarsi enumerando le spezie ed il loro uso.
Amamelide come lenitivo.
Chiodi di garofano per la nausea e l'indigestione.
Tormentala contro le infezioni intestinali.
Radice d'ippocastano per le vene varicose.
Cortice di china per le febbri...
Ignazio ha finito rapidamente la pasta ormai fredda, mentre
Giuseppina continuava a strepitare.
Non lo dir mai, per sa che i timori della cognata non sono
infondati: un bastardo  l'ultima cosa che ci vuole, per loro.
Quindi esce senza neppure salutare e va all'aromateria.
Trova il nipote solo, in ufficio, chino sui registri. Gli mette
una mano sulla schiena. Ti fidi di me?
Lui fa cenno di s.
Cosa sta succedendo con la baronessina, Vice'?
Niente, zi'. Te lo giuro.
Nel suo sguardo, Ignazio scorge di nuovo quella parte oscura
di cui ha sempre temuto l'esistenza. Ormai  emersa e non
c' modo di ricacciarla indietro.
Non  come dice mia madre: lei parla cos per... Si passa
le mani tra i capelli folti e mossi. Non lo so perch.
Tu sei suo figlio. Ha paura che tu la metta da parte. Ed 
gelosa, pensa. Perch tua madre non ti ama come un figlio, ma come
una parte di s, con un tipo di amore che non lascia spazio a
nient'altro.
Vincenzo appoggia i gomiti sul tavolo. Comunque credo
che anche lei mi voglia bene. Isabella, dico.
Cosa te lo fa pensare?
L'altro giorno era dietro la tenda: quando sono passato
sotto casa sua, mi ha fatto un saluto. Ora mi sorride apertamente,
anche se c' sua madre, che poi la rimprovera. Quella
vecchia mi sdegna come se avessi la peste.
Anche sua madre vuole il meglio per lei.
Io non sono buono, allora?
Ignazio non risponde. I Florio sono benestanti,  vero. Ma
Vincenzo non  l'erede di una famiglia nobile e, per gente come
quella, il sangue  tutto. Gli passa una mano sui capelli.
Ascoltami. Il mese prossimo partirai per la Gran Bretagna e
starai via per alcuni mesi. Quando tornerai, se la vorrai ancora,
allora cercher di parlare con tua madre e di convincerla. Ma
non prima. In questo momento, se tua madre si trovasse di
fronte la baronessina, la strozzerebbe.
Vincenzo si lascia scappare una risata. Tuttavia lo sguardo
s'incupisce. Sai, zio, ho pensato pure a questo viaggio. Non
so se  una buona idea che io parta.
Lo zio si raggela. Come?
Non sono certo di voler partire.
Devi andare, Vincenzo. Come sempre, Ignazio ha parlato
con calma, ma dentro di lui c' l'inferno.
Il ragazzo lascia cadere la penna. Una goccia d'inchiostro si
dilata sulla carta. Ma se Isabella...
Lei  una femmina, e per ora  bella e ti fa sangu, ma certe
cose non durano per sempre, Vice'. Quello che dura  questo
lavoro!
Se sua madre la facesse sposare a un altro, io...
No. Lo zio alza la voce, lo scuote. Non puoi farmi una
cosa del genere. Non puoi essere cos ingrato dopo tutti i sacrifici
che ho affrontato per te e per questa impresa. Devi prenderti
cura anche tu di questa puta e della gente che ci lavora.
Non puoi pi essere parte per te stesso, Vincenzo.

Non puoi pi essere parte per te stesso.
Sono queste parole che gli riempiono la testa mentre cammina
a testa bassa e con i pugni in tasca.
Parole pesanti come sassi.
Stenta a scrollarsi di dosso il senso di colpa.  vero: suo zio
si  consacrato al lavoro, e lo ha fatto per lui e per sua madre. Si
sente soffocare,  un animale in gabbia.
Non  mai stato cos consapevole di appartenere a una famiglia
come in quel momento.
Alla fine, arriva alla Cala.
Fino a un anno prima, il porto traboccava di navi e, lungo il
molo, si scaricavano casse con i timbri inglesi o delle colonie.
Ora l'intera zona sembra ripiegata su se stessa, avvolta in un
silenzio pastoso in cui si riesce a sentire persino lo sciabordio
dell'acqua.
Il pensiero del viaggio per l'Inghilterra riemerge, pi invadente
che mai.
Dio mio,  vero: voglio partire, pensa il giovane.  ci che desidera
di pi sin da quando ha conosciuto Ingham. D'altra parte,
Isabella  il desiderio di un cuore malandrino convinto delle
promesse racchiuse in qualche occhiata da dietro una tenda.
Le scarpe divorano il selciato, lo portano in piazzetta
Sant'Eligio.
Al diavolo le convenzioni. Deve sapere.

 pomeriggio inoltrato quando Isabella esce. La prima cosa che
vede  Vincenzo, appoggiato al muro davanti al portone.
Lui la raggiunge, le prende la mano. Allora? le chiede in
fretta. Dimmelo, adesso.
Lei trattiene il fiato, vorrebbe rispondere, non ci riesce, ci
prova. Io...
Un colpo di ventaglio sulle labbra le spezza la voce. Lesta, la
baronessa s'insinua tra loro. "Allora" cosa? Cosa vuoi, tu?
Parlare con Isabella, non con voi.
Come osi chiamarla per nome? Lei per te  la baronessina
Pillitteri. E ora fila via, prima che faccia venire mio figlio a darti
le nerbate che merita un portarrobbe come te.
Dietro la madre, la ragazza  pallidissima e non reagisce.
Tiene i pugni chiusi sulla bocca.
Vincenzo sente la rabbia accumularsi sotto lo sterno. Vostro
figlio, signora - mai le darebbe la soddisfazione di rivolgersi
a lei con il titolo nobiliare -, sar ubriaco in qualche bordello
a spendere gli ultimi soldi che gli avete dato.
Le guance della donna avvizziscono. Da giovane, forse 
stata affascinante come Isabella. Ma la vita l'ha segnata in volto,
rubandole anche l'ultima scintilla di grazia. Tu, cani di bancata!
Come ti permetti tu di parlarmi cos?
Io non vi sto mancando di rispetto. Voi s.
La gente si  fermata a guardarli. Qualche testa fa capolino
dalle finestre. I miei avi facevano prendere a frustate la gente
come te se alzava gli occhi o diceva una parola di troppo, e tu
ora osi parlare cos con me? Torna nella sentina da cui siete
usciti, tu e la tua famiglia di scaricatori di porto.
Vincenzo squadra la donna. L'abito ha il merletto rammendato,
la balza dell'orlo  talmente lisa da essere sfilacciata.
Avete scelto voi gli abiti per uscire? O forse  stata la vostra
domestica... Ma no, non  possibile: voi non avete pi una cameriera
personale, vero? Allora avreste dovuto fare una scelta
pi attenta, perch la seta della gonna  strappata, signora.
Il suono di uno schiaffo rimbomba nella strada.
Vincenzo resta pietrificato.
Non ricorda neppure l'ultima volta in cui sua madre lo ha
schiaffeggiato.
Ormai terrea di vergogna, Isabella arretra fino al portone.
Vincenzo se ne accorge e supera la baronessa di slancio,
dimentico del bruciore sulla guancia. Isabella! la chiama.
Ma lei prima fa cenno di no, e poi ripete quel rifiuto ad alta
voce, pi volte, prima di sparire nel buio del cortile.
No.
La baronessa si avvicina a Vincenzo e, alzandosi quasi in
punta di piedi, accosta le labbra al suo orecchio. Le parole sono
lame. Piuttosto che vederla sfiorata da uno come te, preferirei
sapere mia figlia morta o disonorata, sibila. E persino a fare
la buttana in un bordello. Si allontana, poi alza la voce perch
tutti sentano. Potrai avere tutti i soldi di questo mondo, ma
faranno sempre puzza di sudore. Facchino sei e facchino rimarrai.
 il sangue che fa la differenza.
Vincenzo rimane immobile in mezzo alla strada, mentre Palermo
gli scorre addosso. Le finestre si richiudono, risa sfumano
tra l'acciottolio dei carri. Alcuni lo guardano con simpatia, con
compatimento. Altri ancora non nascondono il disprezzo.
 il sangue che fa la differenza.
Si allontana dalla piazza. Testa alta, schiena dritta. Ma si
sente di piombo.
Tutto in lui sta andando in pezzi. Solo l'umiliazione lo tiene
insieme.
Mai pi, si dice.
Mai pi.

Allora? Cosa ne pensate dello Yorkshire?
Benjamin Ingham  seduto nella carrozza davanti a lui. Gli
parla in inglese.
Vincenzo ha il naso schiacciato contro il finestrino e osserva
la campagna.  bello, ma tutta l'Inghilterra  diversa da come
me la immaginavo, risponde infine. Pensavo fosse piena di
citt e case. Lo guarda. Non avevo mai visto cos tanta pioggia,
e in agosto, poi.
Sono i venti dell'oceano che la portano, spiega Ingham.
Qui non ci sono montagne che frenano le nuvole, come in Sicilia.
Poi osserva l'abito del giovane ed annuisce, soddisfatto.
Il mio sarto ha fatto un ottimo lavoro. Ci che avevate portato
da Palermo non era adatto a questo clima.
Vincenzo tasta il panno della giacca:  caldo, resistente, non
permette all'umidit di passare. Ma ci che lo ha davvero sorpreso
 il cotone con cui sono realizzate le camicie. La sua biancheria
aveva una trama grezza; questa, invece,  morbida,
ottenuta da telai a vapore che Ingham gli ha descritto in toni
entusiastici.
In quelle poche settimane sta imparando pi che in un intero
anno di studi. Tutto di quel viaggio  una scoperta: l'oceano,
che gli ha dato una sensazione di vastit tale da intimorirlo; gli
scogli della costa francese, il sole che diventava una presenza
evanescente. E le fabbriche. Quante fabbriche!
Prima di arrivare a casa mia, a Leeds, andremo in uno degli
opifici tessili di cui sono proprietario, gli ha promesso Ben
al suo arrivo. Una fabbrica di panno, con i telai azionati dal
vapore. Vedrete che meraviglia.
Ed  proprio l che stanno andando.
Non appena scende dalla carrozza, Vincenzo  sopraffatto
dall'odore della combustione del carbone: un odore aspro, amaro,
che si mescola con il vento del Nord.
Gli operai si affaccendano intorno a carri merci e a cassoni
coperti da teli.
Lui osserva i muri di mattoni del cortile. Nessun intonaco.
Nessuna decorazione. Al centro, una costruzione con un largo
portale ed una ciminiera su un tetto di ardesia.
Un uomo si fa avanti per accogliere Ingham.  il sopraintendente:
un ciccione con una giacca che sembra quasi sul punto
di scoppiare. Mentre li accompagna all'ingresso, accenna ad
alcuni guasti di un motore.
Benjamin lo rassicura, gli dice che parler con lui dopo. Fa
cenno al giovane di seguirlo.
Entrano.
Fischi, tonfi, sibili, e uno stridere continuo che sembra provenire
dal tetto. Il clangore  assordante. Vincenzo precipita
nel buio e nel calore.
Percepisce movimenti. Corpi. Gli tornano alla memoria le
terzine dell'Inferno di Dante che ha imparato con don Salpietra,
quando il poeta trova gli ignavi che corrono e sbattono l'uno
contro l'altro inseguendo una banderuola, affannandosi
senza scopo.
Solo dopo alcuni secondi scorge uomini, donne, bambini di
ogni et che si muovono intorno alle macchine. Molti hanno la
pelle lucida di sudore ed un fazzoletto in testa.
Benjamin lo tira per un braccio. Ci sono pi di trenta persone
impiegate qui. Il lavoro ha un suo ordine ben preciso: di
l si producono i filati che poi vengono lavorati in questo settore
dello stabilimento. Indica una parte del capannone che
sembra pi luminosa. Vincenzo scorge dei bambini seduti a
cardare la lana. Prima erano pastori o tessitori in casa; ora
hanno un salario certo e un tetto sulla testa.
Un sibilo alla sua destra. Vincenzo si china sulla spoletta
meccanica che corre intrecciando trama e ordito, come animata
di vita propria. Ha l'impulso di toccare i fili, ma si trattiene
quando nota le dita della donna che la spinge sul telaio. Le
mancano due falangi.
Sente il sudore raccogliersi tra le scapole, scivolare lungo la
schiena. Si sfila il soprabito. Non c' aria, l dentro. Come fa
quella gente a lavorare cos?
Ingham gli indica alcuni cilindri neri, separati dall'area di lavoro
da un muro.  da l che provengono sibili e schiocchi. Pi
si avvicinano, pi la calura diventa soffocante. I visi degli operai
sembrano febbricitanti, alcuni lavorano a torso nudo. Quasi
non fanno caso ai nuovi arrivati; tuttavia, in quelle occhiate furtive,
Vincenzo coglie un misto di acrimonia e rassegnazione.
Eccolo, il cuore della fabbrica. Il motore a vapore  un mostro
dal carapace nero, lucido di grasso. Una lastra nasconde i pistoni
messi in movimento dal calore. Con cautela, quasi con riverenza,
lui allunga la mano verso uno dei tubi.  caldo, sente il movimento
che gli vibra sotto il palmo. Sembra pulsare di vita propria.
Ingham ha ragione quando afferma che in Sicilia non potrebbe
funzionare nulla del genere. In Inghilterra, gli operai lavorano
senza lamentele e malandrinerie, l'acqua non manca e, soprattutto,
non mancano gli imprenditori.
 diversa la testa delle persone, spiega nell'ufficio, al termine
della visita. Una cameriera sta servendo loro del t, una
miscela che Vincenzo non ha mai assaggiato e che profuma di
fiori. Solleva la tazza cercando di adeguarsi al galateo inglese,
cos diverso dalla semplice ritualit della sua famiglia.
Non basta avere i soldi per fare un'impresa. Bisogna avere
le idee ed il coraggio per portarla avanti. Vi far un esempio. Di
tutti gli altri aromatari a Palermo, quanti hanno il vostro volume
di affari?
Non molti, ammette Vincenzo. Forse un paio, Canzoneri
e Gul.
Perch? Sono certo che ci avrete pensato.
Conoscono questo modo di lavorare da generazioni, e cos
continuano a fare. I pensieri in cui tante volte era inciampato
si mettono in fila, prendono senso. Non hanno mai creduto di
poter andare oltre. Quindi...
Si sono fermati a ci che hanno. A una putiedda.  strano
sentire quella parola pronunciata con accento inglese.
Mentre Ingham sorbisce il t, Vincenzo abbassa gli occhi e
riflette. Per un istante, i pensieri sono inquinati dal ricordo
di Isabella. Lo caccia via, insieme con le parole sibilate dalla
baronessa. Ma se s'impiantassero questi macchinari in Sicilia?
Non abbasseremmo i costi? insiste.
S e no. Ingham posa la tazza.  ora di rimettersi in cammino.
Non credete che non ci abbia pensato. Dovrei importare
i telai e i pezzi di ricambio, oltre ai meccanici... senza contare
che qui il carbone lo si trova facilmente. L'ideale sarebbe avere
un opificio che produca a Palermo queste macchine.
Ma non ne esistono, conclude Vincenzo, desolato.
Sarebbe un'operazione in perdita.
Mentre stanno per risalire in carrozza, Ingham gli mette una
mano sul braccio. E comunque, direi che potremmo anche
smetterla di essere cos formali. Chiamami Ben.

Lo scirocco  una coperta bagnata gettata su Palermo.
I nobili si sono trasferiti a San Lorenzo o a Bagheria per trascorrere
l'estate nelle ville immerse nei giardini. Chi  pi fortunato,
passa le giornate chiuso in casa, bagnando le tende per
rinfrescare l'aria o rifugiandosi nelle camere sotterranee.
Neanche i bambini hanno voglia di giocare. Li trovi in mare,
oltre la Cala, a tuffarsi in acqua e inseguirsi sugli scogli.
Quelli costretti a lavorare attraversano le strade a testa bassa
sotto un sole crudele. Ignazio detesta il caldo: raddoppia la
fatica, gli toglie il respiro. Arriva all'aromateria all'alba e ne
esce quando Palermo  avvolta nell'imbrunire.
 allora che i palermitani si riappropriano della citt. Nelle
strade strette, tra i vicoli di tufo e pietra che si aprono alle spalle
di sontuosi palazzi aristocratici - con le imposte chiuse perch
i padroni sono nelle ville in campagna - la vita riprende a
scorrere. Dal porto arrivano ventate cariche di umidit; chi
pu, prende la carrozza o il calesse per una passeggiata verso
il mare. Compaiono vetture lucide e carretti dipinti con le figure
dei paladini, carrozzelle senza pretese cariche di gente che
cerca un po' di refrigerio. Il tempo del Festino, la grande festa
popolare per la patrona santa Rosalia,  passato da poco,
lasciando la citt stanca e ubriaca di festa e colore.
Sedie e sgabelli vengono trascinati davanti alle porte; le
donne chiacchierano tenendo d'occhio i figli; gli operai si addormentano
su pagliericci gettati sui balconi.
Giuseppina lo aspetta alla finestra, con un rammendo tra le
mani. Mangiano, immersi in un silenzio quieto, familiare.
La sera finisce sul balcone a guardare la gente in strada. Lei
con un ventaglio di palma e un bicchiere di acqua e zamm, di
acqua all'anice, e Ignazio con una ciotola di semenza.
Una sera, di colpo, Giuseppina s'incupisce.
Che c'? le chiede lui, pi per abitudine che per vera
preoccupazione.
Niente.
Che hai? ripete.
Lei scrolla le spalle. Sembra malinconica. Poi parla a bassa
voce. Ci pensi mai alla casa di Pietraliscia?
Ignazio depone la ciotola di semi a terra. Ogni tanto.
Perch?
Io, invece, ci penso sempre. Mi dico che vorrei tornarci,
almeno per morirci. Inclina la testa all'indietro, cerca le stelle,
non le trova. Voglio tornare a casa mia.
Ma che dici? Ignazio  interdetto.
Giuseppina quasi non lo ascolta. Tu ormai ti sei sistemato
per bene con il lavoro, riprende, parlando pi a se stessa che
a lui. Io, invece, non lo so che ci sto a fare, qui. A parte Mariuccia,
che ormai  anziana assai, e poche altre conoscenze,
non ho nessuno. Potrei chiedere a Vincenzo di venire con me
e lui ti aiuterebbe da l a commerciare, ti organizzerebbe il
lavoro...
Ignazio non riesce a credere a quello che Giuseppina ha appena
suggerito. Aggrappato alla ringhiera, cerca parole che
non trova. Ma che dici? Noi mandiamo navi a Marsiglia e
tu mi parli della Calabria? Vincenzo che parla inglese e francese
e va a vivere a Bagnara? Quello  un cittadino, anzi  proprio
un palermitano e tu vorresti portarlo in un paese di quattro
strade? Lo dice con veemenza, con incredulit, con rabbia.
Sono quasi diciotto anni che stiamo a Palermo. C' pure
la tomba di tuo marito, qui.
Bello, tuo fratello! Mi lev tutte cose e manco un poco d'amuri
mi rese. Si  afferrato solo i soldi della dote e poi mi ha messo
in un angolo.
Ancora ci pensi? La dote tua gli apparteneva e tu, ora, resti
qua. Dove vorresti andartene, sola e senza nessuno? A me ed a
tuo figlio chi ci penserebbe?
Le rughe sul volto di Giuseppina si deformano in un ghigno
di stizza. Cosa di famiglia ! Devo farvi da serva sino alla fine
dei miei giorni, vero? Cretina io che ci ho provato a chiedertelo,
sperando che tu fossi diverso, ma pure tu come tutti gli altri
sei, egoista e malarazza. Si alza. E sai qual  la cosa che mi fa
stare pi male? Che mio figlio sta crescendo come voi, con un
cuore di pietra che...
Ma che hai, stasera? Che vai dicendo di tuo figlio?
Niente ho, pensieri miei.  inutile parlarne ormai. Tanto,
pure tu ti sei dimenticato di tutto. Per te contano solo i picciuli e
l'impresa. E sparisce dietro la tenda.
Ignazio rimane sul balcone, il pugno stretto sull'inferriata.
 ingratitudine, questa, si dice. Non  colpa mia.
Ha voglia di mettersi a gridare come un pazzo. Giuseppina
gli ha mosso accuse crudeli e ingiuste, senza riconoscere neanche
una delle mille cose che lui ha fatto per lei.
E allora di colpo si domanda se  giusto essersi ammazzato
di lavoro cos, senza un poco di affetto. E non pensa all'affetto
che si  manifestato nel prendersi cura di lui, perch Giuseppina
quello non glielo ha mai fatto mancare.
Pensa ad altro, a qualcosa che gli morde la carne e lo tiene
sveglio la notte da tanti, troppi anni.
Basta.
Raggiunge la cognata in camera. Si  cambiata: ha indossato
una camicia da notte, liscia, senza fronzoli, eredit del suo corredo.
 davanti alla specchiera, intenta a districarsi i fermagli
dai capelli.
Perch? Ignazio non si trattiene pi. Non lo sai chi sei
tu per me? Perch devi sempre ricordare il passato?
Giuseppina lascia cadere le braccia. Te l'ho detto. Non 
una cosa che ho scelto io. Per me stare qui  una penitenza.
Non rinfacciarmi questa colpa. La gente  andata avanti,
ha fatto la sua vita e molti sono pure venuti in Sicilia... persino
Vittoria e Pietro Spoliti vivono a Mistretta. Cosa credi ci sia rimasto
a Bagnara?
Giuseppina non risponde. Sa che Ignazio ha ragione. Eppure
ha nutrito il rancore per cos tanti anni da non riuscire pi a
farne a meno. Quel risentimento  una spina tra le costole e lo
stomaco. Getta via i fermagli, comincia a pettinarsi. Vttene,
per favore. Colpisce la toletta con la spazzola. Vattinni!
grida.
Sente alcuni passi che si allontanano.
Ma il rancore no, non diminuisce.
Le parole le escono di bocca quasi senza che lei se ne accorga,
perch la rabbia  troppa e troppo a lungo se l' tenuta dentro.
Questo siete: gente che si prende quello che vuole! grida.
Tuo fratello prima e tu ora vi siete presi la vita mia. Mi
avete ridotto a meno di niente, e mio figlio l'avete fatto diventare
una carogna, un cani di mannara.
Altri passi.
Di colpo, si ritrova stretta in un abbraccio che le fa male. La
camicia da notte si apre, le scopre il seno.
Ignazio la stringe, spalle contro petto. Sta tremando.
Si guardano nello specchio.
Giuseppina vede un estraneo e ne ha paura. Perch l'uomo
che l'ha afferrata in quel modo non pu essere il mite, paziente
Ignazio. Quello  un uomo disperato, un individuo pronto a
tutto.
Se io fossi come quelli della mia razza, mi sarei preso quello
che voglio da anni, mormora lui. Glielo dice all'orecchio,
glielo confermano le sue mani.
Ha paura, Giuseppina. Non l'ha mai visto cos e ci che gli
legge in faccia le fa diventare le gambe lente.
Ma legge anche il proprio desiderio, ed  quello che la fa avvampare,
le toglie il fiato.
Basta poco. Lo sanno entrambi.
Ed  lei a superare quel confine. A voltarsi, a cercare Ignazio.
Non importa se il mattino dopo se ne pentir. Non importa
se se ne pentiranno entrambi e non riusciranno a guardarsi in
faccia per giorni. Non importa se le loro mani conosceranno la
strada percorsa tante volte con gli occhi e con il desiderio, e se
la negheranno per il resto della loro vita.
Seppelliranno quella notte nella memoria, perch troppo
forti saranno il rimpianto e la consapevolezza di aver tradito
chi non c' pi. Sar qualcosa di cui  impossibile parlare,
neanche fosse un sogno.
Una vergogna da custodire nella memoria per sempre.

Diciannove anni.
In quell'assolato 3 aprile 1818, sono diciannove anni che
Vincenzo  al mondo, e che Ignazio gli fa da padre. Diciannove
anni che, con Giuseppina, sono una famiglia fatta di assenze e
di silenzi.
Quel giorno, alla chiusura, sul bancone sono comparsi liquori
e biscotti. Ignazio ha pensato d'invitare i dipendenti dell'aromateria
per una bicchierata; poi sono andati a casa, dove li
attende Giuseppina che per l'occasione ha preparato uno
stufato.
Al suo ritorno, nell'ottobre dell'anno precedente, Ignazio e
Giuseppina si erano fatti trovare sul molo. Quand'era sbarcato,
lei l'aveva abbracciato con la foga possessiva delle madri.
Vincenzo era rimasto fermo, in imbarazzo; subito dopo aveva cercato
lo zio con gli occhi e lui, in disparte, gli aveva fatto un cenno.
Quando si era avvicinato, si erano stretti la mano.
Null'altro.
Ma lo zio aveva capito subito che quei tre mesi in Inghilterra
gli avevano fatto bene: il ragazzo dal cuore affranto era scomparso,
sostituito da un giovane uomo fiero, con la linea delle
labbra dura, le spalle larghe e l'espressione determinata.
A casa, mentre i facchini trasportavano di sopra i bagagli,
loro si erano seduti a parlare in salotto.
Non puoi immaginare quello che ho visto, zio. Le macchine,
l, fanno tutto in meno della met del tempo. E via, racconti
sui motori a vapore, su filatoi e locomotive. Ogni tanto,
Giuseppina lasciava la cucina per avvicinarsi al figlio, gli baciava
i capelli e lo ascoltava, piena di orgoglio.
Ignazio, invece, lo scrutava con estrema attenzione. Per
questo motivo gli inglesi possono permettersi di commerciare
a prezzi cos competitivi, era stata la sua conclusione.
Esatto. E qui potremmo entrare noi, offrendogli quello di
cui hanno bisogno. Dalla tasca della giacca, Vincenzo aveva
tirato fuori una busta. Senza una parola, l'aveva allungata allo
zio.
Nomi e indirizzi di fabbriche e procuratori commerciali,
aveva commentato Ignazio, mentre scorreva il contenuto del
foglio. Me ne compiaccio. Ingham  stato un buon maestro.
Vincenzo aveva unito le mani sotto il mento, il fantasma di
un sorriso ad accompagnare il gesto. Nell'ultima parte del
viaggio sono rimasto con lui a Londra. Ha incontrato agenti
di commercio, possidenti, anche alcuni proprietari di fabbriche.
Pensavano di avere davanti un ragazzino e quindi chiacchieravano
con Ingham senza pensare. Io ascoltavo, e cos ho
capito che trovano fastidioso avere tanti fornitori diversi.
Ignazio stava ritrovando nel nipote la passione che lo aveva
animato a lungo. Bene. Quindi?
Possiamo essere noi gli intermediari in Sicilia. Prendi il
tannino: loro lo usano per lavorare il pellame ed il cuoio e per
fissare i colori. Noi qui in Sicilia abbiamo il sommacco, giusto?
Compriamolo, facciamolo macinare, trasformiamolo in tannino
e vendiamolo direttamente alle concerie.
Lui aveva guardato la lista di nomi, poi il nipote. Si era fatto
crescere un po' di barba, che gli dava un'aria adulta. Ma era
l'atteggiamento a essere radicalmente diverso: serio, persino
severo. Gi Ingham lo fa, aveva mormorato Ignazio.
S. Ma lui  inglese. Noi, invece, siamo palermitani, e possiamo
spuntare prezzi pi bassi...
Giuseppina li aveva interrotti per chiamarli a tavola.
Vincenzo le aveva fatto cenno di attendere; si era avvicinato
a un baule e ne aveva tirato fuori due involti. Questo  per te,
zio. E questo  per mia madre.
Giuseppina aveva preso il regalo con la gioia di una bambina.
Un taglio di stoffa a disegni orientali era comparso tra la
carta. Ne aveva afferrato un lembo e se lo era portato al viso.
Seta! aveva esclamato. Ma quanto hai speso?
Seta cinese, per essere esatti. Nulla che non potessi permettermi.
Poi aveva guardato lo zio, gli aveva fatto un cenno
con il mento. Apri il tuo.
Panno scuro per un abito e una cravatta. Ignazio aveva apprezzato
la qualit della stoffa, la sua morbidezza.
Viene da una delle fabbriche di Ben. Te ne parler a
tavola.
E ne avevano parlato, eccome.
Non avevano ancora smesso.

L'uomo  alla scrivania, il nipote scorre i registri degli anni
precedenti fino a quello in corso, comunica le cifre, paragona
le quantit di merci in entrata e in uscita. Il cortice  la loro risorsa
pi importante. Ma c' altro.
Rispetto all'anno scorso, abbiamo avuto un incremento di
vendite del sommacco. Vincenzo strofina le dita contro il libro.
Quasi tutto piazzato sul mercato inglese. E poi ci sono i
carichi di seta cinese. Sono scomparsi non appena sdoganati,
letteralmente.
Ma anche i francesi non scherzano. L'altro giorno, Gul ha
fatto partire un grosso carico di sommacco alla volta di Marsiglia.
Ignazio si morde il labbro, medita per qualche secondo.
Sai, Vicenzi', stavo pensando di proporre in vendita anche il
pellame semilavorato, oltre che il tannino. Gli inglesi usano
pelli di agnello e capretto che qui non mancano. Che ne dici?
Il ragazzo annuisce. Dico che dobbiamo tentare. Tu e mio
padre avete iniziato in uno sgabuzzino, me lo hai ripetuto mille
volte, e ora ci arrivano carichi da mezza Europa. Cominciamo
a fare le proposte? Vedi, tu pensavi al cuoio, io ti volevo
parlare dei francesi che comprano zolfo. Mi hai sentito? Perch
non...
In silenzio, lo zio indica una cartella sulla scrivania, con alcuni
appunti di Maurizio Reggio. Ci ho pensato prima di te.
Ho chiesto a un po' di gente, tra mercanti e gerenti di miniere,
che condizioni di vendita ci sono per lo zolfo. Lo guarda appena,
un'occhiata carica d'ironia. Che fai, vuoi forse insegnarmi
il mestiere?
La risata del nipote gli scalda il petto.

 il gennaio del 1820, e fa un gran freddo. Da un po' di tempo,
Ignazio soffre di dolori reumatici e ha chiesto che venisse acceso
il braciere nell'ufficio sul retro dell'aromateria.
Vincenzo sbuccia un po' di frutta, gettando i resti tra i carboni.
Un buon odore di scorze d'arancia si diffonde nell'aria.
In quei due anni, Vincenzo  cresciuto parecchio. Ignazio lo
osserva e si rende conto che non  solo il suo corpo a essere
cambiato, ma anche la sua mente.  diventata sempre pi fredda,
calcolatrice.
Per esempio quando si era messo in testa d'importare e di
vendere la polvere di cortice inglese, ben sapendo che i farmacisti
di Palermo non avrebbero gradito affatto quella novit. E,
qualche giorno prima, il suo desiderio si era concretizzato: il
Protomedico, l'autorit che si occupava della vendita dei nuovi
farmaci in Sicilia, gli aveva concesso l'autorizzazione,
mettendolo cos al riparo da qualsiasi rimostranza. Gli acquirenti
di quel cortice raffinato e di ottima qualit non sarebbero di
certo mancati.
E le proteste non tarderanno, aveva pensato Ignazio.
Cos, quando un lavorante bussa alla porta e, con aria imbarazzata,
dice che  arrivata una delegazione di farmacisti per
chiedere spiegazioni, zio e nipote hanno giusto il tempo
di scambiarsi uno sguardo d'intesa. Infatti il gruppetto di uomini
avvolti in mantelli neri  gi sulla porta: davanti a tutti ci
sono Carmelo Saguto e il cognato, Venanzio Canzoneri.
Ignazio si alza, li accoglie, li fa accomodare nell'ufficio e si
siede alla scrivania. Vincenzo, invece, rimane in piedi a guardarli
con aria torva.
Perci, Florio, diteci, esordisce Venanzio Canzoneri. Ha
favoriti folti e rossicci, e il tono di chi  abituato al comando.
S, insomma, cos' questa storia che ora potete vendere farmaci?
Ci  arrivata una notizia, ma  troppo strana per poterci
credere.
Buona giornata pure a voi, don Canzoneri, replica Ignazio,
alzando gli occhi al soffitto. Anch'io vi trovo bene.
Io m'immagino pure chi ve l'ha detto. Vincenzo gira attorno
all'uomo. Si piazza alle spalle di Saguto, si china verso di
lui, quasi gli parla nell'orecchio. Voi, come al solito, siete peggio
di una fimmina di curtigghio.
Cu ?  picciriddo chi parl? Saguto si volta di scatto, cerca
di afferrarlo, ma Vincenzo fa un balzo indietro e gli ride in
faccia.
Ignazio fa cenno al nipote di raggiungerlo alla scrivania e
lui, masticando amaro, obbedisce. Non vuole che scoppi una
rissa l nel suo ufficio. Ma non  nemmeno disposto a farsi
intimidire.
Nulla di pi di quanto vi ha detto il vostro... discreto cognato,
don Venanzio. A proposito, come sta vostro padre? So
che ha avuto un altro malore poche settimane fa e che stenta a
riprendersi.
Sopravvive, per volont di Dio. Canzoneri incrocia le mani
sul ventre. Parlare del padre ormai ridotto a un vegetale gli
d fastidio. Lo fa sentire fuori posto, anche se ormai  lui, a tutti
gli effetti, il titolare della farmacia. Torniamo a noi. L'autorizzazione.
Voi sapete che non potete commerciare farmaci? N
voi n vostro nipote siete farmacisti e neppure mi risulta che
ne abbiate uno alle vostre dipendenze.
Non faremo nulla che non sia previsto dalla legge. Il Protomedico
ci ha riconosciuto questa possibilit, di cui noi siamo
molto grati. Abbiamo un titolo che ce lo permette, un'autorizzazione
rilasciata appositamente. Per il resto, sono io che domando
a voi: cosa ci fate qui?
Canzoneri sbuffa, si agita sulla sedia. Dietro di lui, Pietro
Gul, il vecchio farmacista che tanto aveva dileggiato Paolo e
Ignazio quand'erano arrivati a Palermo, si asciuga le labbra,
poi prende la parola: C' un Collegio di aromatari con regole
precise. Voi non ne fate parte. Peggio ancora, non avete chiesto
il permesso, n rispettate le regole che guidano la nostra corporazione
per il commercio delle erbe medicinali.
Perch non esistono solo le vostre regole, lo rimbecca subito
Vincenzo. Sapete qual  il vostro problema, don Gul?
Pensate che le leggi siano state fatte apposta per voi e che possiate
fare e disfare a vostro piacimento.
Ma  cos, ragazzo mio. Venanzio Canzoneri risponde a
bassa voce, bloccando la replica piccata di Gul. Questo nostro
incontro  un chiarimento preventivo. Consideratelo cos.
Vincenzo si piega in avanti. Ora anche lui sente montare un
sentimento viscido e rabbioso. Cio?
Mi state dicendo che avete ancora la testa di stranieri, sebbene
viviate a Palermo da quanto... da vent'anni, no? Avete
avuto fortuna e ci avete messo del vostro lavoro, ve ne do atto.
Eppure non siete ancora in grado di capire che, qui, certe cose
cambiano non quando uno le vuole cambiare o se ha i permessi.
Cambiano quando ci sono le condizioni per farlo.
Ci sono. Pi della met degli speziali di Palermo sono nostri
clienti esclusivi.
Saguto allarga le braccia, con uno dei suoi gesti teatrali.
See. Tutto questo lo avete perch le carte vi sono passate.
Ma se non girassero pi soldi?
Saguto, non mi piace il modo in cui parlate. Certe volte...
Vice'. No. Ignazio mette la mano sul braccio del nipote.
Non  cos che reagiscono i Florio.
Vincenzo arretra di un passo, ma continua a fissare Saguto,
che ghigna, soddisfatto.
L'attenzione di Ignazio si sposta prima su Gul, poi su un
altro dei convenuti, rimasto fino a quel momento in disparte.
Lo conosce bene:  Gaspare Pizzimenti, un farmacista del mandamento
dei Tribunali.  un uomo avanti negli anni, dall'aria
distinta e dal viso butterato, forse perch da bambino ha contratto
il vaiolo. Ditemi, Gul, e voi, Pizzimenti: da chi avete
comprato le scorte di cortice degli ultimi due anni?
Pizzimenti si schiarisce la voce. Da voi, ma...
Avete sempre detto che le nostre merci erano le migliori
sul mercato, e che il nostro cortice inglese lo imbottigliavate
senza raffinarlo. Non vergognatevi: qui potete confessarlo. Siamo
tra uomini d'onore, giusto? chiede Ignazio, e lascia che le
sue parole rimangano sospese nel vuoto per una manciata di
secondi. Coraggio, nessuno vi rimprovera per questo. Non
siete gli unici a farlo. Eppure, ora, a sentire i vostri colleghi,
potreste non avere pi interesse a commerciare con noi e, come
voi, molti altri. Ma credo che non sarebbe cos facile troncare
i rapporti. Anzi non sarebbe n facile, n indolore. Per voi,
intendo.
Vincenzo capisce al volo: sa cosa prendere e dove.
Apre il cassetto della scrivania del contabile, afferra dei fogli,
li consegna allo zio. Di colpo, davanti a Ignazio compaiono
fasci di cambiali suddivise per nome ed importo.
E i loro nomi ci sono tutti.
Lui incrocia le braccia sul petto, li fissa in viso. Aspetta che
capiscano. Vero  che ci sono regole da rispettare, dice infine.
Esiste appunto l'onore del pagare sempre i debiti che uno
fa. Giusto?
Il ghigno di Saguto si affievolisce e diventa una smorfia.
Pizzimenti torna nell'ombra. Gul abbassa la testa, si guarda
le scarpe.
Venanzio Canzoneri emette un sospiro pesante, quasi liberatorio.
Giusto, ammette.
Pochi istanti dopo, sono fuori. Canzoneri tiene ancora la testa
dritta, cammina senza rivolgere la parola a nessuno. Saguto,
invece, si volta. Scorge Ignazio e Vincenzo sulla soglia e si
morde l'indice della mano chiusa a pugno. Non lo dimenticher,
quello che  successo.
...
CORTICE. luglio 1820 - maggio 1828.

'U pisu di l'anni  lu pisu cchi granni.
Il peso degli anni  il peso pi grande.
PROVERBIO SICILIANO.

Fomentata dall'aristocrazia palermitana e sviluppatasi grazie a
una fitta rete di societ segrete, cresce l'avversione ai Borbone,
colpevoli di aver cancellato qualsiasi ambizione siciliana
all'indipendenza per via dell'unione del Regno di Napoli con quello
di Sicilia e di aver annullato la Costituzione del 1812. Il 15 giugno
1820, a Palermo, scoppia una rivolta che costringe il principe
Francesco a rifugiarsi a Napoli e porta alla creazione del Parlamento
Siciliano, che ripristina la Costituzione. Ma anche sul
Continente spirano venti rivoluzionari: il 7 luglio, l'insurrezione
guidata dal generale Guglielmo Pepe spinge Ferdinando I ad accettare
la stessa Costituzione che Ferdinando VII di Spagna aveva
promulgato a marzo.
Lo spirito indipendentista del governo siciliano - mirato a restaurare
il Regno di Sicilia - si scontra ovviamente con i Borbone,
che approfittano delle discordie tra le citt siciliane (soprattutto
tra Palermo, Messina e Catania) e hanno buon gioco a reprimere
la rivolta nel sangue. A novembre viene ristabilita la monarchia
e la Sicilia torna sotto il controllo del governo napoletano.
E, nel marzo 1821, le potenze della Santa Alleanza - Prussia,
Russia, Austria - cui si era rivolto il re Ferdinando I sconfiggono
definitivamente i rivoltosi: il 24 marzo, gli austriaci entrano a
Napoli, rimettendo sul trono il re. Vi rimarranno fino al 1827,
quando Francesco I delle Due Sicilie, succeduto nel 1825 al padre
Ferdinando, riesce infine ad allontanarle.

Un leone ferito che beve a un ruscello. A poca distanza,
le radici di un albero si allungano nell'acqua, liberando
le loro propriet curative.

 questa l'immagine che segna l'attivit dei Florio: dall'insegna
dell'aromateria fino alla statua di Benedetto De Lisi posta
davanti alla loro tomba di famiglia, nel cimitero di Santa Maria
del Ges, a Palermo.
L'albero che immerge le radici nel torrente  l'albero della
china e la sua corteccia ha probabilmente salvato milioni di vite
umane. Delle sue potenti propriet febbrifughe si rendono
conto anzitutto gli indios - del Per e della Bolivia - ma non
sfuggono ai gesuiti che, nel XVII secolo, portano quella corteccia
in Spagna: essiccata e chiusa in sacchi, viene poi venduta
nei pi importanti porti d'Europa.
La chiamano cortice.
Tuttavia, quando in Europa ci si rende conto dei suoi usi officinali,
si capisce pure che si tratta di un farmaco per pochi
eletti: perch costoso, perch viene da molto lontano, perch
la corteccia deve essere triturata a mano. E poi quella polvere
rende gli ammalati privi di forze, pur togliendo loro la febbre,
una cosa che, alla gente semplice, sembra talvolta pi grave
della febbre stessa.
Nel XIX secolo, la svolta: grazie alle mole meccaniche, in poco
tempo  possibile ottenere quantit enormi di cortice raffinato.
Il prezzo diminuisce. Nel 1817, Pierre Joseph Pelletier e
Joseph Bienaim Caventou estraggono da quella corteccia il
chinino. Ma solo alla fine del secolo si dimostrer in modo incontrovertibile
il legame tra malaria e parassiti e solo agli inizi
del XX secolo, in Italia, quando ancora muoiono quindicimila
persone all'anno a causa della malaria, lo Stato accetter di
vendere il chinino negli spacci di sali e tabacchi.

Correte, correte, dicono che al porto stanno arrivando le navi
degli spagnoli!
Ma quando mai! Sono napoletane, stanno portando il re
Ferdinando qua, perch a Napoli  scoppiato il finimondo!
Il re? Si veni cc, l'affumicamu!
I soldati sono stati! I soldati a Napoli hanno chiesto la Costituzione,
e il re gliel'ha data!
A iddi s e a nuautri no? Figghi e figghiastri!
Ferdinando ce la deve ridare, la Costituzione, dopo quella
che ci ha tolto nel 1816.  un nostro diritto. Viva il Regno di
Sicilia!
La rivoluzione,  scoppiata la rivoluzione!
Uomini, carri, cavalli. Dal giorno prima, in occasione della
festa di Santa Rosalia, Palermo  in rivolta. Strade e piazze traboccano
di voci.
Ignazio raccoglie i frammenti di grida della folla che sciama
su piano San Giacomo.
Attento! Lo zio spintona Vincenzo appena prima che una
carrozza lanciata a tutta velocit lo travolga.
Chi pu, abbandona Palermo. Altri, invece, cercano l'occasione
per mettersi in mostra e fomentare la rabbia del popolo.
Con la rivolta in corso, non si sa cosa accadr.
Il nipote si toglie un ciuffo di capelli dalla faccia. Dobbiamo
rinforzare le porte dei magazzini! Se a qualcuno venisse in
testa di saccheggiarli...
Se vorranno mettere a ferro e fuoco la citt, non saranno
due assi in pi a impedirglielo. Andiamo!
Risalgono via dei Materassai, andando controcorrente. Ignazio
entra nell'aromateria. Le ante sono chiuse con gli scuri e solo
la porta  aperta, sorvegliata da un garzone.
Ignazio si guarda intorno, e la sua mente corre altrove, a un
luogo e a un tempo lontani. Abitava ancora a Bagnara quando
erano scoppiati i disordini contro i Borbone da cui era nata la
Repubblica Napoletana. Anche allora c'erano stati disordini e
morti in tutto il regno. Ma quella era stata soprattutto l'occasione
per regolare conti privati e vendette familiari. Omicidi e
saccheggi spesso non avevano nulla a che fare con le motivazioni
politiche: rivelavano piuttosto la volont di farla pagare
al proprio nemico, fosse un parente inviso, un contadino che
rubacchiava, un allevatore troppo scaltro od un prete che aveva
ecceduto con le richieste delle decime.
No, stavolta  diverso, si dice.
A Napoli, alcuni reparti dell'esercito si erano ribellati. Si era
venuto cos a scoprire che numerosi ufficiali avevano aderito
alla Carboneria e cos, seguendo i loro comandanti, una buona
parte dei soldati era passata dalla parte dei rivoltosi. Ben presto,
il re Ferdinando si era trovato in difficolt. Era stato costretto,
pochi giorni prima, a concedere una carta costituzionale
che riconosceva diritti alla nobilt e al popolo, e che addirittura
stabiliva la nascita di un Parlamento.
I siciliani non erano rimasti a guardare, anzi. L'insulto del
1816, quando il re aveva cancellato il Regno di Sicilia e abrogato
la Costituzione del 1812, era impossibile da dimenticare. Il
14 luglio 1820, con la citt traboccante di folla per la festa di
Santa Rosalia, la rivolta era scoppiata. Nessuno voleva pi vivere
da prigioniero in casa propria, cos nobili, intellettuali e
popolo avevano approfittato della crisi di Napoli per dichiarare
la Sicilia indipendente.
La vera scintilla, per, era partita dagli aristocratici. Nel
1799, i Borbone in fuga erano stati accolti e protetti, e il loro
ringraziamento quale era stato? Privare i nobili del loro potere,
dei loro privilegi, delle cariche che prima avevano sempre occupato,
perch cos era sempre stato e cos doveva continuare a
essere. I siciliani governavano i siciliani. I nobili comandavano
sui contadini.
Era strana, la Sicilia: il re non aveva alleati tra la nobilt, anzi.
I nobili siciliani erano piuttosto in competizione con la Corona,
perch il re era un estraneo, venuto a imporsi a casa loro.
Iddi, invece, in Sicilia ci vivevano da generazioni, alcuni
dai tempi di arabi e normanni. L'avevano creata loro, quell'isola,
con il loro potere, i riti, il sangue ed i matrimoni, impastandola
con il sale, la terra e l'acqua di mare. Ed erano bravissimi
a muovere le masse di cafoni e poveracci a proprio piacimento.
Loro accendevano il fuoco, ma lo facevano maneggiare
alla povera gente che, inevitabilmente, si bruciava.
Amuninni, dice Ignazio a Vincenzo.
Dove?
Vogliono requisire le merci della Dogana, anche se non si
capisce perch. Non si capisce pi niente, accidenti a loro!
Ma allora il nostro carico...
Tutto fermo. Hanno bloccato le navi in partenza, maledizione!
Ignazio  furioso. Dicono che si sta formando un governo
provvisorio, ma intanto alla Dogana  il caos, me lo ha
appena fatto sapere Ben Ingham. Muoviti, lui ci aspetta l.
Ignazio cammina con decisione. Mentre la folla si accalca
nei vicoli, raggiungono il cortile quadrato della Dogana, invaso
da commercianti e marittimi.
L'entrata  presidiata da soldati con l'espressione di chi vorrebbe
trovarsi in qualsiasi luogo ma non l, e di certo non in
quel momento. Tengono a distanza la folla agitando i fucili,
gridano che spareranno, ma nessuno sembra ascoltarli.
Insisto. Voi ci farete passare perch  nostro diritto.
Vincenzo riconoscerebbe ovunque la voce di Benjamin
Ingham.
Ignazio gli si affianca. Il signor Ingham ha ragione. Abbiamo
una nave in procinto di partire. I nostri documenti sono l
dentro. Indica la mole bianca alle spalle del soldato. Se le
nostre merci non partono, ci causerete un danno di migliaia
di onze.
Non possiamo, signore. A parlare  un soldato. E poi
non vi servirebbe. Un dispaccio militare ha vietato tutte le
partenze.
Si alzano voci.
Ma come? E poi, chi lo ha mandato, 'sto dispaccio?
Vogliamo parlare con un funzionario!
Vogliamo vedere le carte!
Chi  che ha deciso, eh?
I soldati si scambiano un'occhiata terrorizzata.
 quello il momento in cui alcuni impiegati cercano di fuggire
dall'Officina di scrittura. Vengono accolti da urla e qualcuno
butta loro addosso persino dello sterco. I doganieri cercano
di rintanarsi negli anfratti che si aprono lungo le mura seicentesche,
ma invano. La folla vuole risposte.
Alla fine, si fa avanti un impiegato che puzza di sudore e
paura.  inutile che restiate qui! grida. Tutto  bloccato,
non si pu partire. Vi affonderebbero le navi a cannonate!
Perch, di grazia?
Vincenzo guarda Ingham con sincero stupore.  incredibile
come riesca a farsi sentire in quel frastuono senza alzare la voce.
Accuss ci dissiro, urla in risposta il doganiere. Itivinni a
casa! E si allontana.
Avete sentito? Andate via! gli fa eco un piantone, alzando
il fucile.
Alcuni mercanti arretrano.
Vincenzo per non si rassegna. Insegue l'uomo e lo afferra
per il braccio. A mia 'un mi ni cuntate minchiate. Non c' stato
nessun dispaccio, gli sibila. Se lo tira vicino. Sono a pochi
centimetri, possono sentire l'odore di fatica e di collera l'uno
dell'altro. Potete imbrogliare gli altri, ma non me. Nessuno
pu stabilire un bel niente.
Il doganiere prova a divincolarsi. Lasciatemi andare o
chiamo le guardie.
Quanto?
Gli occhi dell'uomo si dilatano. Come? Cosa?
L'altra mano di Vincenzo raggiunge il colletto dell'uomo, lo
stringe. Quanto per lasciar partire la nave?
Ingham lo ha seguito, con Ignazio. Affianca il giovane, tiene
gli occhi fissi sul pavimento. Mi unisco alla richiesta del giovane
Florio, mormora. Quanto?
L'uomo tentenna. Io...
Fate in fretta, per Dio! esclama in un soffio Ignazio, mentre
il comandante di un vascello si sta avvicinando.
Il doganiere alza il mento in direzione dei magazzini. Nei
suoi occhi, panico e cupidigia. Venite l tra un poco. L, alle
porte sul retro. Guarda Vincenzo, poi Ingham. Solo voi tre.
Nel vicolo dietro la Dogana, l'ombra si  ridotta ad una linea. I
minuti si dilatano, diventano ore. La porta Doganella  sprangata,
presidiata da un manipolo di soldati.
Il sole di luglio  una bestia feroce. Il viso di Ingham  rosso
fuoco, tempestato di efelidi. Ignazio si asciuga la fronte con un
fazzoletto.
D'improvviso, uno dei portali si schiude. Il volto del doganiere
 una macchia di bianco nel buio. Trasite.
I tre si scambiano un'occhiata, scivolano dentro, fanno qualche
passo. L'ombra li bagna come acqua fresca, l'odore di umidit
li avvolge.
Quanto? chiede il doganiere.
Vincenzo avverte un moto di piet. Quell'uomo non  che
un poveraccio terrorizzato.
E la conferma arriva subito. Ho tre figli piccoli da campare,
e per voi sto mettendo a rischio il mio lavoro, sussurra.
Vincenzo si avvicina alla porta per controllare che non arrivi
nessuno.  Ingham a fare il prezzo. L'uomo mercanteggia.
Una borsa passa dalle mani di Ignazio a quelle dell'impiegato,
che controlla le monete.
Subito dopo, i permessi.
I documenti sono datati a tre giorni fa, cos non ci saranno
problemi. La nave deve partire con la marea della notte, a luci
spente e con velatura ridotta. Il porto rimarr aperto, almeno
per ora. Far in modo che non ci sia nessun soldato in quella
parte del molo... sempre che non succeda il finimondo.
Il sorriso di Ingham  una lama di coltello. Sono certo che
voi farete in modo che sia cos.
Ignazio chiama a s Vincenzo. Abbiamo i permessi per noi
e per Ingham. Corri alla nave, consegnali al comandante e
spiegagli tutta la faccenda. Mi raccomando, a lui soltanto.
Vincenzo scivola via, seguito dal doganiere. Ingham e Ignazio
attraversano i corridoi e giungono nel cortile deserto, dove
si aprono le porte dei magazzini affittati ai privati. Le serrature
sono chiuse, le porte sbarrate.
Sembra tutto a posto. Tirano un sospiro di sollievo.
Fuori, Palermo giace in un torpore pesante. Caldo ed emozioni
l'hanno lasciata spossata, sfatta, addormentata nell'afa
del tardo pomeriggio. I due seguono il percorso delle mura e
arrivano a porta Felice, l'unica ancora aperta.
Vincenzo mi ha molto colpito, oggi. Ingham cammina
con indolenza, le mani in tasca. Ha avuto una presenza di
spirito notevole per la sua et.  stato molto pragmatico, ma
il momento non permetteva sottigliezze.
Gi.
L'inglese osserva Florio con la coda dell'occhio. Non siete
contento di lui?
Oh, s. Sono orgoglioso, ha avuto fegato.  che a volte...
Si ferma. Non sa cosa dire. Vincenzo agisce con un distacco che
lui non riesce a comprendere sino in fondo.
Arrivano alla Cala. Dal mare giunge il fruscio del vento tra
gli alberi dei vascelli. A poca distanza dalla porta Doganella, ci
sono ancora segni dei tafferugli del mattino.
L'inglese scansa un carretto rovesciato. Vincenzo ha un carattere
molto... ruvido, s. Straordinariamente determinato.
Ignazio individua il vascello che hanno noleggiato. A terra,
il nipote sta parlando con alcuni marinai. Dite?
S. Ingham punta gli occhi verso Vincenzo. Sapete, ho
molti nipoti in Inghilterra, figli di mia sorella, giovani validi
e rigorosi. Per nessuno di loro ha in corpo la rabbia di vostro
nipote.  una rabbia sana, intendetemi, di quella che ti fa arrivare
lontano.
Nella voce del mercante inglese, Ignazio avverte ammirazione,
forse anche una punta d'invidia. Eppure non riesce a
rallegrarsene.

Vincenzo  andato di nuovo in Inghilterra.  stato via tutta l'estate,
ed  tornato da poco, portando con s una grande cassa
di legno e un fabbro inglese con cui solo lui riesce a parlare. Si
sono chiusi nel magazzino di piano San Giacomo per alcuni
giorni. Ed  proprio alla fine di una di quelle giornate, quando
ormai  calato il buio, che Vincenzo va sotto la casa di Isabella
Pillitteri. Si dice che  un caso, che  arrivato l quasi contro la
sua volont. Ma sa che non  cos.
La casa  vuota, le finestre sono sprangate. Gli  giunta voce
che le due donne sono state costrette a trasferirsi poco fuori Palermo:
il parente che aveva concesso loro di vivere in quella dimora
aveva deciso che non poteva mantenerle a vita e le aveva
obbligate ad andarsene, con i loro averi chiusi in pochi bagagli
e caricati su un carretto. Quanto al fratello, si diceva che si fosse
arruolato nell'esercito napoletano per portare un po' di soldi
in casa e stare lontano dai bordelli.
Con gli occhi fissi su quei balconi che tempo e incuria stanno
sgretolando, Vincenzo pensa che esiste una sorta di lenta,
tortuosa giustizia divina. Una legge non scritta del destino:
se si ferisce qualcuno, prima o poi si prova lo stesso dolore.
Quel pensiero gli strappa una considerazione amara: quanto
 diverso dal ragazzino con il cuore spezzato che era andato
in Inghilterra per la prima volta? Allora era un fesso, un pinnulune
che aveva permesso a una vecchia strega d'insultarlo in
pubblico. Adesso  un uomo. Eppure avverte ancora una punta
di rabbia e di rimpianto. Rabbia perch Isabella non aveva
voluto ascoltarlo, perch era fuggita, perch per lei era stato
pi importante il sangue nobile; rimpianto perch la possibilit
di costruirsi una famiglia con lei era nata morta.
Acqua passata, si dice. Ha venticinque anni, e prima o poi si
sarebbe trovato una picciotta con cui fare un po' di figli. Ma non
ora, che complicazioni di fimmine e famigghia non ne vuole. Ma
sarebbe diventato ricco, oh, s, ricco abbastanza da cancellare
quell'aria di sufficienza e fastidio dalla faccia di persone come
la baronessa Pillitteri. Sarebbe diventato cos ricco che non
avrebbe avuto problemi a trovare una ragazza di una famiglia
con tanti titoli e altrettante ipoteche.
Una nobile che si sarebbe abbassata ad un borghese come lui.
I picciuli non mentono, si dice; la robba non ha parole false.
Sono gli uomini ad avere quattru facci. E ci che gli procura il
piacere maggiore, pi del corpo di una donna - che pure ha
imparato a conoscere in Inghilterra - o di una bottiglia di vino,
o del cibo,  il suo lavoro. Il guadagno. Quanto al riconoscimento
sociale, non importa il tempo che dovr metterci per ottenerlo:
lo avr.

La sera seguente, Vincenzo  rientrato a casa sudato, sporco di
grasso, ma soddisfatto. Ha chiesto allo zio di venire con lui la
mattina dopo e di portare Reggio, oltre a un lavorante con un
sacco di cortice.
Alla richiesta di spiegazioni, la risposta  stata: Vedrai.
E ora Ignazio non riesce a credere ai suoi occhi.
La macchina  un guscio di ferro che produce un rumore sibilante.
All'interno, due mole di ferro costituiscono la macina,
chiusa con un coperchio a tenuta ermetica.
Ignazio stende la mano sul coperchio, poi guarda Vincenzo,
che attende la sua reazione a braccia conserte. A poca distanza,
Maurizio Reggio, sbalordito e affascinato.
Vincenzo fa cenno all'operaio inglese di bloccare la macchina.
Ignazio e Maurizio si avvicinano. Con delicatezza, il coperchio
viene sollevato. Entrambi vengono istantaneamente avvolti
da uno sfarfallio scuro, mentre l'odore del cortice si spande
nella stanza. Sotto la placca di metallo, si  accumulata una
polvere dalla consistenza simile alla cenere.
Me lo avevi scritto, ma non credevo che fosse cos veloce,
mormora Ignazio, impressionato. In mezz'ora tritura pi cortice
di cinque operai in un'ora. Fissa il nipote. E in Inghilterra
lo lavorano cos?
Gi, solo con queste macchine; poi lo esportano nelle colonie.
Guarda: la polvere  molto pi pura, dato che la feccia resta
sul fondo, ed  gi pronta per la vendita. Non c' nemmeno
bisogno di setacciarla. Basta raccoglierla in vasetti di vetro.
Maurizio Reggio intinge un dito nella polvere. Impalpabile...
 incredibile, davvero!
Vincenzo si lascia andare a una breve risata. Richiude il coperchio
per non disperdere le sostanze volatili, poi ordina al
lavorante palermitano di prendere dei vasi. Sigilla i tappi e
metti il nostro timbro con la ceralacca. Infine ringrazia il fabbro
in inglese e spiega allo zio: Gli dir di addestrare i nostri
operai a manovrare la macchina, cos potr ripartire con la
prossima spedizione per Leeds.
I tre uomini escono all'aperto.  uno di quei giorni in cui il
sole  ancora caldo, ma la luce non  pi abbagliante e nel vento
si avverte una frescura pungente che sa di mare.
A te l'Inghilterra fa bene. E anche a noi. Ignazio prende
sottobraccio il nipote.  diventato un uomo con i capelli disordinati
di Paolo e gli occhi allungati della madre.
Giuseppina.
Sua cognata sta invecchiando come lui, eppure conserva
quello sguardo indomito che l'ha affascinato sin da quando
l'ha conosciuta. Da anni le rimane accanto e ne ha cura.
Non pu far altro.
Strofina l'anello di sua madre. Paolo - recamatierna -  morto
da molti anni. Vincenzo e lui gestiscono insieme la ditta.
Potrebbe cercarsi un'altra donna: qualcuna che gli dia affetto,
con cui finalmente mettere su famiglia. Avere un po' di felicit.
Forse anche di tenerezza.
Eppure continua a restare con Giuseppina e Vincenzo.
Ha scelto di vivere cos. Pu confessarlo a se stesso con la
tranquillit di chi ha fatto i conti con il passato.
Qualcuno potrebbe dire che  un illuso. Ma Ignazio non finge,
non agisce per senso del dovere.
Ci che prova per Giuseppina non ha pi il sapore della
passione.  qualcosa che ricorda la dolcezza delle sere d'autunno,
con la consapevolezza che l'estate  alle spalle e che l'inverno
attende dietro la porta.

Arrivano all'aromateria che  quasi mezzogiorno.
Quando mi hai scritto da Londra che avevi intenzione di
comprare questa macchina ero perplesso ma, dopo averla vista
in azione, non ho pi dubbi. Ignazio riflette ad alta voce: Se
vendiamo la china gi in vasi sigillati, il mercato non  pi solo
Palermo, ma la Sicilia intera.
L'intenzione mia questa , zi'.
Maurizio li precede, apre la porta del negozio. L'odore di
spezie si mescola all'aria impregnata dal profumo di mare
che arriva dalla Cala. Mah. Per, secondo me, non  ancora
il tempo, Vice', obietta. Soprattutto, non ci sono le teste. E
poi i farmacisti non saranno contenti, vedrai.
Vincenzo scrolla le spalle. Cambieranno idea.  questione
di tempo. Lo dice con sicurezza mentre spalanca la ribalta
che separa il bancone dal retrobottega. E noi gli mostreremo
come fare.
I clienti li salutano, Ignazio stringe delle mani e si ferma a
parlare con un commesso, ma non riesce a scacciare il ricordo
che si  affacciato alla sua mente. Quattro anni prima. La sua
idea di chiedere al Protomedico l'autorizzazione alla vendita
di farmaci. La concessione. E i farmacisti che piombano nell'aromateria,
furenti, zittiti solo dalle cambiali che lui ha sbattuto
loro in faccia... Sono davvero cambiati i tempi? Cambiano mai? si
chiede, avviandosi verso l'ufficio.
Vincenzo  impegnato a far calcoli e ad azzardare previsioni
di vendite. Zio, abbiamo gi l'autorizzazione per le polveri
medicinali. N farmacisti n aromatari ci possono dire niente.
Finora non l'abbiamo sfruttata, ma adesso...
Ignazio si passa le mani tra i capelli macchiati di grigio. Sai
quanta china comprano da noi i farmacisti, e a che prezzo.
Immagini quanto ricavano dalla vendita in negozio? Con la vendita
diretta del cortice, andremmo a colpire la loro sacchetta.
Puoi prevedere quello che succeder, vero?
Il nipote alza le braccia, impreca tra i denti.
Ignazio rimane immobile per un istante. Per... C' una soluzione
per metterci il ferro dietro la porta. Tamburella le dita
sul tavolo. Chiama Maurizio. Dobbiamo preparare una richiesta
al vicer.

Passano i giorni. La richiesta viene preparata con cura, il terreno
sondato con chiacchierate informali.
Infine Ignazio e Vincenzo si presentano di persona da Pietro
Ugo, marchese delle Favare, vicer di Sicilia.
Rimangono a lungo seduti su divani di broccato in una
stanza dal soffitto altissimo, in attesa con altri questuanti. I
commessi di palazzo lanciano loro occhiate equamente divise
tra curiosit e disprezzo. Che vogliono questi facchini vestiti di velluto?
Perch pretendono di parlare con il vicer in persona?
Ignazio rimane impassibile. Non  diventato uno dei commercianti
pi importanti della Sicilia curandosi del pensiero
di lacch che non hanno altra fortuna se non quella di avere
avuto un padre che a sua volta faceva il servitore di palazzo.
Vincenzo, invece, cammina per la stanza con le mani sui
fianchi e si agita quando vede entrare altri arrivati dopo di
loro.
Al passaggio di un prete in mantellina di velluto, sbuffa
ferocemente.
Vice'... Ignazio alza appena gli occhi. Calma.
Ma, zio...
Ignazio alza la mano. Basta.
Con i denti conficcati nel labbro, Vincenzo torna a sedersi
accanto a lui.
Aspettano. Fuori, il giorno scorre addosso a Palermo.
 pomeriggio inoltrato quando Pietro Ugo li riceve.
Un valletto in livrea li fa entrare, poi torna a confondersi con
la tappezzeria dello studio.
Due grandi favoriti, occhi vispi sotto una fronte resa pi
ampia dalla calvizie. Seduto alla scrivania intarsiata di tartaruga
e corno, l'uomo li guarda dall'alto in basso, si concentra su
Ignazio. Lo esamina per una manciata di secondi prima di decidere
che s, quei due possono accomodarsi.
Ignazio parla a bassa voce, con la schiena dritta e le dita che
indicano i documenti. Descrive la macchina, spiega che hanno
gi l'autorizzazione alla vendita di farmaci.
Ma allora cosa volete? Se avete gi un atto ufficiale...
Pietro Ugo lo ascolta con attenzione. Voglio dire, la china 
un farmaco. Non  compresa nell'autorizzazione del
Protomedico?
S e no. Finora la sua vendita  stata una prerogativa esclusiva
dei farmacisti. Ignazio incrocia le mani in grembo. 
una questione spinosa, eccellenza. Non rivendichiamo competenze
mediche che sappiamo di non avere: il nostro investimento
 di natura puramente economica. Non vorremmo trovarci
nelle condizioni di avere un macchinario che non possiamo
usare a causa di un impedimento burocratico.
Capisco. Quindi volete un'autorizzazione ad hoc. Le dita
dell'uomo massaggiano il mento ricoperto da una barbetta caprina,
lo sguardo gi rivolto ad altri pensieri. Dir al mio segretario
di studiare la faccenda e...
Vincenzo appoggia i palmi sulla scrivania, parla con foga.
Vi chiediamo solo di tutelare i nostri diritti, eccellenza.
Vogliamo fare il nostro mestiere di commercianti in pace, e questa
macchina ci permetter di farlo in maniera innovativa. Non
siamo servi di nessuno, non vogliamo favori. Vogliamo che ci
venga riconosciuto il diritto di lavorare.
Il marchese  sorpreso, come se si fosse accorto di lui solo in
quel momento. E voi chi sareste, giovanotto?
Vincenzo Florio, eccellenza.
 mio nipote.
I due Florio parlano all'unisono: Vincenzo con orgoglio, lo
zio con imbarazzo.
Il vicer li osserva, una spolverata di divertimento negli occhi.
Il fuoco e l'acqua, mormora. Lentamente, torna ad appoggiare
la schiena sulla sedia. Lo sguardo  fisso sul bordo
istoriato della scrivania. Sapete, oggi ho ascoltato questuanti
di ogni tipo: gente che chiedeva soldi, assistenza, protezione,
persino un sacerdote che vorrebbe ottenere una certa parrocchia.
Solleva lo sguardo, cambia il tono di voce. Nessuno,
per, mi ha chiesto il riconoscimento di un diritto per poter lavorare
come avete fatto voi.
Si alza.
Ignazio e Vincenzo lo imitano. L'incontro  finito.
Poi, stranamente, il vicer allunga la mano verso di loro.
Quando i due capiscono che non  per farsela baciare, ma per
stringere la loro, sono pi sorpresi che esitanti. Il valletto li accompagna
alla porta. Sulla soglia, la voce del vicer li raggiunge:
Avrete presto notizie.

E le notizie arrivano alla fine del 1824.
Poco prima di Natale, un foglio con il timbro reale viene
consegnato alla direzione dei Rami e Diritti che si occupa - appunto -
dei diritti di vendita.
La novit fa il giro di Palermo, entra nelle stanze dei contabili,
attraversa le drogherie ed infine approda a via dei
Materassai.
Nell'ufficio si festeggia: potranno vendere la polvere di china
della ditta Florio non solo a Palermo, ma anche a Licata, a
Canicatt, a Marsala, ad Alcamo, a Girgenti.
Bicchieri di vino passano di mano in mano. Maurizio Reggio
alza direttamente la bottiglia. Ai Florio e a chi lavora per
loro!
Ignazio ride, beve.  stata una buona annata: non solo hanno
ottenuto la patente di vendita ma, pochi mesi prima, hanno
anche acquistato una quota di propriet di uno schooner, l'Assunta.
Useremo l'Assunta per le consegne in tutta la Sicilia,
annuncia, reggendo il bicchiere con una mano e appoggiando
l'altra sulla cartina dell'isola, distesa sulla scrivania. China
confezionata in boccette sigillate con la cera e il nostro timbro.
Consegne ogni mese.
Vincenzo fa un altro brindisi.
In quel momento, arriva dal negozio il rumore di un vetro
infranto.
Subito dopo, si sente gridare.
Che succede? Ignazio si precipita nell'aromateria, seguito
da Maurizio e dal nipote. Due clienti spaventate stanno sgusciando
via, lasciando sul bancone gli ordini gi confezionati.
Ladri siete, ladri! Farabutti! Chi avete corrotto per ottenere
questo permesso?
Carmelo Saguto sta tentando di devastare il negozio. Francesco,
il capo dei commessi, lo blocca mettendogli le mani sul
petto e cerca di spingerlo via.
Sotto i piedi, Ignazio avverte il crepitio dei vetri infranti, su
cui si  depositata una polvere dorata. I cocci di un vaso di cannella
sono sparsi all'intorno.
Ora cc vinisti, ranni pezzo di curnuto! Imbrugghiuni site!
strilla Saguto. Che fa, siete diventati studiosi tutt'a un colpo?
Perch lo sapete che uno deve aver studiato per vendere farmaci,
e voi niente avete. Volete vendere a purviri di cortice?
 virit, vi siete comprati la licenza?
Con cautela, Ignazio si avvicina. Avevamo ottenuto un
permesso di vendita per le polveri medicinali gi quattro anni
fa, dice a voce bassa. Ve lo ricordate, no? Abbiamo una licenza.
Cosa c' di nuovo?
La china in polvere! E poi, che  'sta storia che avete una
macchina? Che novit , la port quel mezzo inglese di vostro
nipote, eh?
E chi c', questione? Vincenzo avanza, ma lo zio lo blocca.
 canuzzo si misi ad abbaniri. Saguto ride, si asciuga la saliva
con la manica. Li guarda entrambi con malignit, con ferocia.
Caciettu che me lo ricordo. Ce le avete ancora, le cambiali,
ah?
Ignazio non risponde. Ma poi sente Vincenzo che freme dietro
di lui e allora dice, sempre con calma: Si tratta di una macina,
don Saguto. Fa quello che fanno gli operai con il mortaio,
ma pi velocemente, e meglio. Vuole solo che quell'uomo se
ne vada.
Ditelo ai cretini cui la venderete. Una macchina non ha occhi,
pesta tutto allo stesso modo. Anzi sapete che vi dico? Fatelo.
Vendetela, 'sta polvere! Roviner voi prima di tutto, perch,
non appena si capir che lestofanti siete, nessuno vorr
pi quella porcheria. Sputa per terra. Facitivi u' travagghio
vostro, che chisto u' sapiti fare bbonu.
Ignazio lascia cadere le braccia lungo il corpo. Ora avete
sbagliato a parlare, dice, adesso in tono gelido. Gli indica la
porta. Itivinni.
Saguto ride, ed  una risata di disprezzo.
Francesco lo spinge verso l'uscita. Avanti...
'Un mi tuccari, portarrobbe! grida Saguto. Poi liscia la cravatta
che si era sciolta. Lo fa ostentando un'eleganza che non ha.
Lo sguardo di Carmelo Saguto oltrepassa Ignazio, raggiunge
Vincenzo, gli si conficca in faccia. Me ne vado, certo. Tutti i
picciuli di lu munnu putiti aviri, ma quello che eravate restate, e
il vostro comportamento lo dimostra.
Andate via, ho detto!
Vincenzo affianca lo zio, le mani sui fianchi. No, no, aspetta.
Fammi sentire. Cosa saremmo noi?
Pirocchi arrinisciuti. Facchini nascistivu e facchini arristastivu.
Nella stanza cala il gelo.
Il pugno di Vincenzo  talmente rapido e inatteso che Saguto
non ha il tempo di scansarsi. Lo prende in pieno, tra la base
del naso e gli occhi, lo getta a terra.
Subito dopo, Vincenzo lo afferra per il bavero, lo trascina
fuori dal negozio, in via dei Materassai. Lo picchia con metodo,
con violenza, a denti stretti, senza un grido.
Francesco, Ignazio e Maurizio Reggio non riescono a staccarli.
Vincenzo colpisce ancora Saguto che, a sua volta, gli sferra
un pugno all'occhio, lo fa barcollare.
Ma Vincenzo  giovane, agile. Lo centra con una testata
nello stomaco e lo spedisce nel fango della strada.
Ora basta!  Ignazio a gridare. Si mette tra i due uomini,
mentre Maurizio e Francesco riescono finalmente a spingere
Vincenzo contro la porta del negozio. Tu! Dentro! ordina
al nipote, che si agita e ansima. Poi si rivolge a Saguto, rimasto
a terra. I pantaloni sono sporchi, sulla giacca c' uno strappo
che rivela la fodera.
Vincenzo ha colpito per far male.
Non completo l'opera di mio nipote per il rispetto che ho
di me stesso. Siete un vigliacco, Saguto. Per tutta la vita, voi e i
Canzoneri avete sputato veleno su noi Florio, ci avete insultato,
ci avete messo in ridicolo con la vostra arroganza. Ma ora
basta. Mi avete sentito? Basta! Quel tempo  finito. Voi non
contate niente. Se noi siamo facchini, pure voi lo siete. Ma io
e la mia famiglia ci siamo elevati, abbiamo lavorato per questo...
Indica il negozio. Voi, invece, che avete fatto? Quello
che eravate siete rimasto e cio il passacarte dei Canzoneri. E
questo rimarrete per sempre. E adesso sparite, non fatevi pi
vedere qui se non per scusarvi.
Rientra nell'aromateria senza degnare di un altro sguardo
Saguto o il capannello di curiosi che si  raccolto. Respira a fondo.
Ha il battito accelerato, un lieve tremito nelle mani.
Alza la testa, incontra i visi straniti dei commessi e di Francesco.
Tornate a lavorare, ansima. Poi va nell'ufficio da cui
sente provenire una serie d'imprecazioni. Maurizio ha fatto sedere
Vincenzo e gli ha messo sullo zigomo una pezza bagnata.
Ho mandato un ragazzo a prendere del ghiaccio a via dell'Alloro,
spiega Maurizio. Solleva la compressa di stoffa, la
sostituisce con un'altra pi fredda. Razza di farabutto, venire
qui a insultare la gente che lavora onestamente. Ma come si
permette?
Ignazio rimane in piedi. Scruta il nipote seduto accanto alla
scrivania. Fammi vedere, gli ordina. Un livido sta affiorando
tra l'occhio e la mandibola.
Vincenzo non si lamenta, non parla. Fissa il vuoto. Sul viso,
buio: non  rabbia, non  collera.  qualcosa di pi oscuro e
indefinibile.
Vai di l, Maurizio. Qui ci resto io, dice Ignazio.
Reggio sussulta nel sentire quel tono gelido come metallo.
Mai Ignazio ha parlato cos.
Lascia soli zio e nipote.
Ignazio si avvicina a Vincenzo. La sua mano si apre e chiude.
Vorrebbe schiaffeggiarlo come mai ha fatto. Invece parla a
bassa voce, furioso. Non farlo mai pi, hai capito? Non devi
mai far vedere che sei vulnerabile ai loro insulti. Mai.
L'oscurit nello sguardo di Vincenzo si dilata, sembra stia
per esplodere; poi sparisce, sostituita dall'amarezza. Non potevo
sopportarlo. M'ha smosso la rabbia e non ci ho visto pi.
Cosa credi, che io non lo sappia come ci chiamano? Che
per loro siamo stati e rimaniamo facchini? Ignazio lo scrolla,
alza la voce. Lui, sempre controllato, sempre misurato nei gesti.
 da vent'anni che mi ridono dietro e che mi rendono la
vita difficile. Che ne sai, tu, di merci cambiate all'ultimo minuto,
di funzionari che ti mettono in coda ad aspettare mentre gli
altri vengono fatti passare avanti? Prima lo facevano perch io
e tuo padre eravamo due mezzi disperati, poi perch abbiamo
pensato d'ingrandirci e di commerciare con i nobili. Pensavano
di avere a che fare con gente fortunata, e non con due che si
spaccavano la schiena. Cosa credi, che non lo sappia che ci
considerano poco pi del fango? Ma io non sono come loro,
e nemmeno tu lo sei. E ora  diverso. Hanno cominciato a
sparlarci dietro perch... Apri bene le orecchie, Vice': c'invidiano.
Gli facciamo rabbia e paura, e la rabbia brucia. E allora sono
i soldi che guadagni che gli devi sbattere in faccia, perch
sono la misura del loro fallimento. Non i pugni: quelli
s, che sono comportamenti da scaricatore di porto. I fatti devono
parlare per te. Ricordatelo.
Vincenzo si alza di scatto. Avverte un capogiro, deve sedersi
di nuovo. Lo zio Ignazio non gli ha mai parlato apertamente
di quelle cose. Ma allora non... Tu...
La calma, Vice'. Il controllo di te stesso. Io ho ignorato per
anni, ma non ho mai dimenticato. Si tocca la fronte. Ho segnato
tutto qui. Niente mi scordo di quello che mi hanno fatto.
Per mai fargli vedere che sei arrabbiato perch  la collera che
fa fare le peggiori fesserie. Questa  gente che ragiona con la
pancia. Noi no. Ti devi fare venire i cuorna ruri, le corna dure
come quelle dei tori, e non sentire, e andare avanti per la tua
strada.
Si guardano.
Hai capito?
Vincenzo fa cenno di s.
Allora rimettiamoci a lavorare.
Ignazio torna alla scrivania. Ignora il senso di oppressione e
di affanno che gli grava sul petto. Prende dei fogli, una penna
per scrivere, poi la posa. Torna a guardare il nipote, seduto con
la testa abbandonata tra le braccia.
Vincenzo non  figlio suo solo perch non  suo il seme che
lo ha generato. Per il resto, gli ha dato l'anima. E uno a un figlio
vorrebbe risparmiare sofferenze e delusioni, pure sapendo che
l'aiuteranno a crescere, diventare pi forte e scaltro, a farsi crisciri
i 'scagghiuni o a farsi venire su i denti, come dicono i
vecchi palermitani.
Lo guarda e si sente stringere il cuore. Vorrebbe togliergli il
dolore di dosso, ma non  possibile.  una legge dell'esistenza,
uguale a quella che regola il ciclo dei giorni e delle stagioni:
ciascuno porta su di s il marchio della propria sofferenza.

Vincenzo, disteso sul letto, osserva il soffitto rischiarato dalla
luna. Lo zigomo pulsa dolorosamente.
C' vento, sente le lenzuola stese sbattere contro l'inferriata
del balcone.
Si rigira nel letto.
Facchino, lo ha chiamato.
 un istante. Ecco l'ultima immagine di Isabella Pillitteri.
Sua madre, quella megera, l'aveva definito allo stesso modo:
facchino e portarrobbe. E per questo che non ci ha visto pi con
Saguto, pu dirselo. Deve ringraziare suo zio che glielo ha tolto
di sotto, o avrebbe finito per massacrarlo.
Isabella.
Ormai il suo ricordo non fa pi cos male. Rimane la vergogna,
quella s, e la voglia di vendicarsi. Ma lei, non pi. Lei 
un'ombra, un fantasma perso nelle pieghe di un'adolescenza
in cui lui era stato fin troppo protetto. Qualche tempo prima,
ha letto sul giornale l'annuncio del suo matrimonio con un
marchese di vent'anni pi vecchio.
Non  accaduto perch non poteva e non doveva accadere.
La voce di Ignazio gli rimbomba nelle orecchie. Fa una
smorfia e le ombre della biancheria mossa dal vento sembrano
rispondergli.
Con la rabbia, Vincenzo ha grande confidenza.
Se la tiene nel petto da anni. Se la cresce come una figlia.
Un lampo taglia in due la notte. Sta per piovere.
Lui non  come lo zio, che ha pazienza, dominio di s,
coraggio.
Coraggio s, crede di averlo. Calma? Dominio di s? Si tocca
il livido. Deve ancora lavorarci.
Ha venticinque anni.  un uomo. Dorme ancora nella sua
camera di bambino, dentro un letto con la testiera di rame
dipinto.
Ha studiato, ha viaggiato. I suoi abiti sono di buon taglio.
Quanto alla sua famiglia, pensava che fosse rispettata e probabilmente
lo , ma non da tutti, non nel modo giusto.
Ed  questo che lo indigna. Scoprire che non basta mai, che
non  mai sufficiente. Che, qualunque cosa lui faccia, si porta
addosso un peccato originale di cui non ha colpa.
A via dei Materassai, tra i vicoli del mandamento di Castellammare,
loro sono i Florio: intermediari, commercianti, grossisti
per le merci coloniali, persone degne di stima cui rivolgersi
per un consiglio su una partita di merce o una lettera di
garanzia.
Ma quella  una citt dentro la citt,  la Palermo del mare
che ha poco a che fare con quella che vive oltre il Cassaro, la
grande strada che, incrociandosi nello scrigno barocco dei
Quattro Canti con via Maqueda - la grande, elegante strada
di pietra voluta dai vicer spagnoli -, divide la citt nei quattro
mandamenti: l'antica Kalsa, ora sede dei Tribunali; l'Albergheria,
dove si trova il Palazzo Reale; Monte di Piet con il suo
mercato del Capo e, infine, Castellammare, dove vive lui, il
vecchio quartiere della Loggia.
Sbatte la mano sul letto. Fuori, uno scroscio di pioggia colpisce
i vetri.
Le vede, certe facce altezzose che lo sfidano e gli chiedono
di abbassare la testa, di cedere il passo.
Lui, di solito, si volta dall'altra parte. Ora non lo far pi.
Terr la testa alta, far come lo zio che si  trasformato in pietra,
e non guarda pi in faccia nessuno.
Gli far inghiottire la loro arroganza: alla gente comune come
Saguto, ai nobili come i Pillitteri. A tutti.
Se lo giura, e mette quella promessa a sigillo della sua rabbia.
Pazienza deve avere. Pazienza e rancore.

Nell'altra camera, a una porta di distanza, Ignazio  in piedi.
Guarda il temporale.
Sente bussare. Quando si volta, vede Giuseppina sulla soglia,
con i capelli sciolti e gli occhi gonfi.
Se non ci fossi stato tu, si sarebbe messo nei guai gi chiss
quante volte. Parla piano, Giuseppina, e la sua voce quasi si
perde nel temporale. Tu me l'hai cresciuto come se fosse stato
tuo. Inghiotte a vuoto orgoglio e lacrime. Paolo non lo
avrebbe trattato come hai fatto tu.
Ignazio  sorpreso. Dal suo petto rassegnato arriva un sussulto.
Non vuol leggere nelle parole quello che non esiste: Giuseppina
 ancora furiosa per tutto ci che il marito - e la sorte -
le ha imposto, e forse lo sar per sempre.
Eppure.
Io voglio bene a Vincenzo. E a te, le dicono gli occhi. Io ci
sono, un passo indietro.
La donna annuisce. Vorrebbe dirgli altro, molto altro, ma
non lo fa. Perch il rancore  un argine di pietra fra la gola
e l'anima.  la sua sicurezza, il suo alibi per giustificare
l'infelicit.

L'aria di primavera  tiepida. Sa di mare e sangue.
Ignazio guarda i tonni che vengono sbarcati l'uno dopo l'altro,
le vittime della mattanza dopo la festa del Santissimo Crocifisso
di quel maggio 1828. Gli occhi grandi, lucidi, hanno
un'aria quasi stupefatta. La pelle argentea  squarciata dagli
arpioni.
Sul fondo della barca nera, altre bestie attendono di essere
scaricate. Saranno trascinate all'interno della tonnara dove
verranno appese dalla coda a spurgare il sangue ed altri umori
prima di essere eviscerate per due giorni almeno.
Si volta, cerca Ignazio Messina con gli occhi. Lo trova a parlare
con il rais della tonnara.
Ignazio  il loro segretario, assunto da quando Maurizio
Reggio ha lasciato l'incarico. Aveva confessato di sentirsi inadeguato
per la mole degli affari; dal canto suo, Ignazio sapeva
che Maurizio non era pi all'altezza del compito, ma non voleva
metterlo alla porta dopo tanti anni di servizio e dedizione.
Le sue dimissioni erano state un sollievo per tutti: la dimensione
degli affari di Casa Florio ormai richiedeva persone con
esperienza ed entusiasmo, cose che Maurizio non aveva pi.
Ignazio Messina, invece,  scaltro. Gli  subito piaciuto quell'uomo
gi avanti negli anni, ma pieno di energia. Soprattutto
ha uno sguardo che sembra pacifico, ma che in realt scruta nel
profondo.
Il segretario lo raggiunge. Ha un'aria soddisfatta. Anche
questa seconda calata  andata bene. Ho detto a don Alessio
di passare domani dalla ditta a ritirare i soldi per lui e gli
equipaggi.
Ignazio mugugna un: Bene. Si mette una mano davanti
agli occhi per ripararsi dal sole. I tonnaroti stanno terminando
lo sbarco. Alcuni portano secchi per lavare via il sangue, altri
raccolgono le cime.
Dallo scivolo per le barche, lui riesce a vedere la costa fino
quasi alle Madone.
Sotto, la Cala e Palermo con le cupole di maiolica e le mura
ocra. Ricorda il suo arrivo l, l'emozione nel vedere la citt che
gli si offriva, chiassosa e piena di promesse.
E poi la vita che cambiava, gli affari che crescevano e con
loro Vincenzo. Dopo tanti anni, anche il dolore per la perdita
di Paolo ha smesso di essere cocente, e si  trasformato in un
pensiero malinconico, una tristezza che si incastra fra la gola e
il petto, e lo costringe a sospirare.
A volte sente la sua mancanza,  vero: ma, pi che altro,
avverte con forza il rammarico per ci che  stato e che non ritorner
pi, e ricorda il suo corpo forte, la speranza, l'entusiasmo,
persino l'emozione di un amore senza speranza che riusciva a
farlo sentire vivo.
Gli manca essere ci che era.
Gli manca il mare.
 una fitta tra lo stomaco e il costato che glielo fa capire. Avverte
un senso di perdita quando ricorda il rollio della barca
sotto i piedi, o la libert che provava sullo schifazzo, trent'anni
prima.
Lui che era creatura di vento  stato costretto a trasformarsi
in uomo di terra e di denaro.
All'improvviso, il dolore che era solo un gemito dell'anima
si trasforma in una stretta che gli accorcia il respiro. Il sangue
accelera nella gola. Chiude gli occhi, si appoggia al braccio di
Messina.
Non  la prima volta che accade.
Che c', don Ignazio?
La morsa si allenta, la testa torna salda. Stanchezza, fa lui
con un gesto sbrigativo.
Voi lavorate troppo. Date l'anima agli affari e non vi riposate
mai. Il segretario sembra sinceramente preoccupato.
Vostro nipote sa come trattare con i clienti. Potreste...
Sono cose mie, queste, lo interrompe, pi brusco di
quanto sia necessario.
L'altro si zittisce.
A passo lento, i due uomini costeggiano il muro dello
stabilimento.
Mi  sempre piaciuto questo posto. Ignazio lo dice a bassa
voce ed il vento si porta via le sue parole. Qualche anno fa,
quando l'ho preso in gestione, non aveva una buona resa. Si
pescava poco, gli inglesi se ne erano andati e non c'erano pi
soldi. Poi, nel giro di pochi anni... Schiocca le dita. Tutto 
cambiato.
Il segretario si guarda intorno. Non era tempo. Quest'anno,
invece, il mare  stato generoso. Fa un cenno con la testa
verso l'interno dell'edificio, da cui provengono voci, tonfi,
cigolii di catene. Possiamo metterlo sotto sale e venderlo sul
Continente, oltre il Faro.
Gi.
Ignazio si appoggia alla parete. Sotto di lui, acqua nera e
scogli; davanti, il riflesso del sole.
 sempre stata cos la sua vita: un alternarsi di tempi giusti e
sbagliati cui si era dovuto adattare.  diventato bravo forse
proprio per questo, perch s' impegnato a essere ci che
non era.
Si stacca dal muro. Avanti, torniamo a via dei Materassai.
Ho delle cose da finire.
Ma, don Ignazio,  gi pomeriggio. Quando arriveremo in
citt, saranno i vespri!
Ignazio lo precede. Chi ha tempo non aspetti tempo. E poi
c' Vincenzo che mi aspetta per chiudere delle pratiche.
Risale sul calesse. Guarda ancora per un istante il mare della
tonnara dell'Arenella con il cuore pesante di desiderio e
rimpianto.

Il 18 maggio 1828 Ignazio apre gli occhi. Scorge una luce che
trapela dalle persiane del balcone che si affaccia su via dei Materassai:
un chiarore nitido che annuncia l'estate insieme con le
rondini che cantano nel sottotetto.
 stanco. Ha passato una nottataccia. Ha problemi di digestione
da tempo, tanto che a volte preferisce mangiare solo pane
e frutta.
Non vorrebbe alzarsi, eppure deve. Si puntella sul materasso,
avverte un capogiro, ripiomba sui cuscini. Il braccio sinistro
gli fa male, ma  normale, visto che dorme spesso su quel
fianco. Riprende fiato, aspetta.
Si assopisce quasi senza accorgersene.
Quando si sveglia,  trascorsa un'ora. Chiama la cameriera,
Olimpia, e la donna si presenta nella stanza ciabattando.
Eccomi. Cc sugnu.
La serva spalanca gli scuri. Il sole entra a fiotti nella stanza,
illumina le lenzuola in disordine. Don Ignazio, che avete?
Madre di Dio, siete bianco come un muro.
Ignazio soffoca un colpo di tosse, si mette a sedere con fatica.
Niente, non ho digerito. Che fa, mi prepari acqua, alloro e
limone? Si massaggia il petto. Lo stomaco sembra ribollire.
Olimpia raccoglie gli indumenti che lui ha abbandonato alla
rinfusa la sera prima, troppo stanco per metterli in ordine.
Riprende la piega dei pantaloni e intanto continua a chiacchierare.
Vostro nipote  venuto a guardarvi, poco fa. Preoccupato
era, mischino. Vi ha trovato che dormivate e v'ha lasciato riposare.
Ora  al negozio. Adesso datemi un minuto che vi faccio
acqua e alloro.
La donna sparisce. Lui si puntella al comodino per alzarsi.
In piedi respira meglio.
Beve il decotto, si rade, si veste. Le mani gli tremano.
Non sono pi un picciriddo, si dice, guardandosi nello specchio.
Ha le palpebre gonfie, i capelli striati di grigio, le mani
che tremano. Il tempo  un creditore che non accetta cambiali.
Dalla cucina arriva la voce di Giuseppina. Dev'essere uscita
di buon'ora per andare al mercato.  una cosa che le piace fare,
dice. Ignazio sa che in realt non si fida delle cameriere.
Ha appena terminato il nodo alla cravatta quando appare
sulla porta, una mano sullo stipite e l'altra sul pomello. Olimpia
m'ha detto che stai male. Pure io e Vincenzo, quando siamo
usciti, abbiamo pensato...
Sto bene, la interrompe, aspro. Indossa la giacca, ma quel
gesto gli strappa un lamento. Le fitte al braccio sono aumentate.
Ha un conato di vomito. Barcolla.
Lei lo sorregge appena prima che cada. Per la prima volta
dopo molti anni, Ignazio e Giuseppina sono vicini. Lui ne percepisce
il profumo; lei comprende quanto stia male.
Il cuore si fa tamburo sotto lo sterno. Il dolore al petto scoppia
all'improvviso.
Ignazio piomba a terra di schianto. Giuseppina non pu impedirlo:
 troppo pesante, viene trascinata a terra con lui e,
nella caduta, il bacile pieno d'acqua si frantuma. Acqua e cocci
si spargono sul pavimento.
Olimpia! urla Giuseppina. Olimpia!
La serva arriva, si mette le mani in testa. Don Ignazio,
matri mia! Chi fu?
Aiutami, rimettiamolo sul letto.
Ma Ignazio  quasi privo di conoscenza ed  scosso da
convulsioni.
Chiama Vincenzo! Corri in negozio, digli di venire subito.
Chi focu ranni! grida Olimpia. Chi cosi tinti! E davvero
le sue urla sembrano quelle che annunciano una catastrofe.
Giuseppina sta per scoppiare in lacrime. Ignazio  cereo, sudato.
Se lo stringe al petto, gli toglie i capelli dalla fronte. Apre
il colletto, strappa via la cravatta.
Cosa gli sta succedendo? Non pu morire, lui c' sempre stato, lui
... Ignazio! lo chiama, e la voce  pianto. Ignazio mio!
Ormai sta singhiozzando.
Avverte un fremito nella mano del cognato.
Ignazio apre gli occhi, incontra i suoi. Le dita di lui si aprono,
le sfiorano la guancia.
Per un istante, Giuseppina vede tutto di lui. Quanto e cosa,
e come, e per quanto tempo. E capisce quanto sar povera lei
da quel momento in poi, e quanto ricca  stata, pur senza
saperlo.
Zio! Vincenzo si precipita nella stanza, si getta a terra accanto
a Ignazio. Zio, che hai... Gli mette le mani sul petto
mentre sua madre continua a tenerselo stretto e si dondola.
Quasi glielo strappa dalle braccia. Zio! No!
No, grida ancora, e lo chiama ancora. Non pu morire cos,
non lui. Come far da solo?
Ignazio sembra guardare Vincenzo per un momento. Accenna
persino un sorriso.
Il cuore cede in quel momento.

 Ignazio Messina a comunicare la morte di Ignazio Florio
all'ufficiale dello Stato Civile.  sempre lui a chiamare il notaio
Serretta perch venga a via dei Materassai il giorno dopo il funerale
a dare lettura del testamento.
Vincenzo, con la cravatta da lutto, aspetta in salotto, gremito
di bagnaroti e dipendenti della Casa. In un angolo, in nero,
Giuseppina. Sembra invecchiata di colpo.  addolorata, spenta,
lei che  sempre stata dura, combattiva. Da due giorni, va
nella stanza del cognato, poggia la mano sul letto, si lascia andare
a un sospiro amaro e ne riesce. Avanti e indietro.
Dopo l'arrivo di Serretta, parenti e impiegati si siedono intorno
al tavolo. Tutti tranne Vincenzo, che rimane in piedi accanto
alla finestra e guarda fuori. Tiene le braccia incrociate sul
petto, sembra impassibile.
La luce di maggio allaga le pareti, si sparge sugli arazzi
fiamminghi comprati anni prima, sui tappeti acquistati dai comandanti
che commerciavano con l'Oriente, sui mobili di ebano
e noce. Ogni cosa  stata scelta da Ignazio, ora Vincenzo se
ne rende conto.
In trent'anni, grazie a lui, tutto  cambiato: ha trasformato la
loro puta in un'impresa, li ha resi ci che sono.
I Florio di Palermo.
Quanto a lui, l'ha fatto diventare uomo.
Il notaio scandisce cifre, quote di propriet, lasciti e legati
per i nipoti di Bagnara, una somma per Mattia e i suoi figli.
Vincenzo non si  mosso.
Avete sentito cos'ho detto, don Vincenzo?
Don Vincenzo. Tutti gli occhi sono puntati su di lui. Ora  il
capofamiglia.
Il notaio Serretta  in attesa.
S, risponde Vincenzo.
Conosce il testamento dello zio. Avevano redatto due documenti
simili, anni prima, in cui l'uno nominava erede l'altro.
Ma c' una clausola che Ignazio ha fatto introdurre da poco.
 un segno, un messaggio. Quando il notaio pronuncia quel
codicillo, a Vincenzo sembra quasi di sentire la presenza solida
e gentile di Ignazio proprio l, accanto a lui.
Che la ditta continui sotto la ragione medesima di Ignazio
e Vincenzo Florio.
Firma l'accettazione dell'eredit senza una parola. Stringe la
mano al notaio. Bacia la fronte della madre che piange. Si avvicina
ad Ignazio Messina. Occupati tu dei documenti. Ci vediamo
tra poco al negozio.

Esce.
I suoi piedi sanno dove andare.
A testa bassa, avanza deciso, scansando i passanti. Arriva
alla Cala, prosegue sino alla fine del molo.
Si siede a terra, come aveva fatto tanti anni prima, quand'era
morto suo padre.
Allora, aveva detto allo zio Ignazio: Ora siamo soli.
Ora sono solo, pensa.
Una lacrima, una sola, gli scivola lungo la guancia.
...
ZOLFO. aprile 1830 -febbraio 1837.

Addisiari e 'un aviri  pena di muriri.
Desiderare e non avere  una pena da morire.
PROVERBIO SICILIANO.

Nel 1830 sale al trono del Regno delle Due Sicilie il ventenne
Ferdinando II, che si dimostra incline a favorire il rinnovamento
economico e sociale. Viene avviata un'accorta politica fiscale e,
soprattutto, si d notevole impulso al rinnovamento delle infrastrutture.
Il regno borbonico si trasforma in un luogo in cui tecnologia
e scienza sono ampiamente valorizzate: viene dato impulso
all'industria metalmeccanica, alla creazione di ferrovie ed alla
costruzione di vascelli militari con scafo in metallo. Si crea il primo
sistema pensionistico d'Italia e si d inizio alla prima rete
elettrica d'illuminazione pubblica. Si cerca inoltre di migliorare
lo sfruttamento delle solfatare, e ci conduce a uno scontro aperto
con inglesi e francesi, determinati ad acquistare lo zolfo a prezzi
inferiori a quelli di mercato.
Fra il 1830 e il 1831 scoppiano moti rivoluzionari in Francia
(con l'ascesa al trono di Luigi Filippo d'Orlans, monarca costituzionale)
e in Belgio (che ottiene l'indipendenza). Nel luglio
1831, a Marsiglia, Giuseppe Mazzini fonda la Giovine Italia,
che si prefgge l'indipendenza dallo straniero, l'unit della
patria e la costituzione della repubblica; tuttavia i moti rivoluzionari
che vengono organizzati dai mazziniani nel 1833 e nel
1834 finiscono tutti nel sangue.

Zolfo.  srfaru in siciliano.
L'oro del diavolo.
Pietre che accendono il fuoco.
La ricchezza maledetta dei mercanti.
Il tesoro che i possidenti terrieri si sono trovati sotto i piedi
dopo averlo maledetto per secoli; la sua presenza rendeva le
terre sterili, nemmeno buone per il pascolo a causa delle esalazioni
del terreno.
Ora, invece, corridoi tortuosi scavano la terra. Bambini e uomini,
in fila come formiche, ne riemergono con cesti di pietre
gialle che deformano le schiene.
Le zolle vengono pesate, raccolte in sacchi, pronte per essere
vendute.
Una volta stivato, lo zolfo parte dalla Sicilia e arriva nel resto
d'Europa: in Francia e, soprattutto, in Inghilterra, che si 
assicurata la maggior parte della produzione; ma vi sono anche
altre destinazioni, tra cui il Nord Italia.
Lo zolfo viene bruciato in una camera di piombo e, tramite
il calore ed il vapore acqueo, si trasforma in olio di vetriolo, il
prezioso acido solforico, usato per produrre tinture, oppure
utile per processi di trasformazione nelle fabbriche chimiche
che stanno spuntando ovunque in Europa.
L'oro del diavolo fa arricchire. Crea benessere e lavoro.
Ovunque. Tranne che in Sicilia.
Ma, di questo, i siciliani non se ne rendono conto.
Non tutti, almeno.

 da poco sorto il sole. Porta con s una luce tiepida, quieta,
tipica delle mattine di primavera, com' quella giornata di aprile
del 1830.
A via dei Materassai, la vita si  gi messa in movimento.
Giuseppina prende un tricotto, lo inzuppa nella tazza di latte.
Nel liquido galleggiano briciole. Tornerai a pranzo,
figlio?
Vincenzo non le risponde. Severo, in redingote scura e stivali
lucidi,  immerso nella lettura di un messaggio che un fattorino
gli ha portato.
Hai sentito che ti ho detto?
Lui le fa cenno di tacere. Poi, d'un tratto, appallottola il foglio,
lo getta via. Dannazione!
Che ? Giuseppina lo raggiunge. Che hai?
Niente. Lasciate stare.
Olimpia sceglie quel momento per entrare nella sala. Che
fa, le posso togliere, le tazze? chiede, quasi cantilenando. Poi
si accorge che il padrone  teso e che la padrona  in ansia, e le
muore il sorriso sulle labbra. Raccoglie le stoviglie e sparisce
senza far rumore.
Giuseppina insiste: Cosa ci fu? La sua voce preoccupata
insegue Vincenzo. Il vestito nero produce un fruscio di sabbia
contro il pavimento.
Niente, v'ho detto. Lui raccoglie il soprabito, le d un
bacio.
Ma...
Statevene tranquilla e fate le cose vostre.
La donna rimane con le mani strette sul petto. Vincenzo,
carne della sua carne, non  pi suo da tempo. Nulla e nessuno
pu entrare in quel mondo fatto di soldi, uomini, merci.
L'unica persona che ha avuto cura di lei  morta da quasi
due anni. Lei  vecchia, ormai.
Lenta, con il cuore pesante, torna a sedersi.

Vincenzo apre il negozio, proprio come faceva lo zio. Una
manciata di minuti dopo arrivano i lavoranti; poi entra Ignazio
Messina, che  gi andato alla Cala per conoscere le ultime
nuove.
Vincenzo accoglie tutti con un saluto che  pi un grugnito.
Chiama il segretario. L'uomo lo osserva per un momento e tanto
gli basta per capire. Che succede, don Vincenzo?
Lui si siede alla scrivania che era dello zio Ignazio. L'Anna
 perduta.
Madonna Santissima! Come? Il segretario si batte la mano
sulla fronte. Chi successi?
Pirati. Aveva lasciato il Brasile da nemmeno tre giorni.
Probabilmente l'hanno seguita dalla costa e l'hanno attaccata
non appena s' messa sulla rotta per l'Europa.
Sangue di Dio! esclama Messina. Chiederanno un riscatto,
'sti vigliacchi. Ci sono morti, hanno fatto del male a
qualcuno?
Pare di no, almeno stando a quello che dice il dispaccio di
stamattina. Vincenzo si abbandona sulla sedia. Sono dei
cornuti, ecco cosa sono. Era una nave europea senza scorta,
che non si era mai spinta fin l, e l'hanno notata subito.
Certo, cos dev'essere stato... Questa cattura non ci voleva,
ci far assai danno. Per guardiamo alle cose buone. Avevate
ragione a voler mettere sotto contratto il comandante Miloro: 
uno che sa cosa fa ed  da tenerselo stretto. Il segretario poggia
i gomiti sulla scrivania. Siamo arrivati fino in Brasile senza
conoscere le rotte dei clipper americani e senza cercare l'intermediazione
degli inglesi. Questa  una cosa importante assai.
Potete piangere con un occhio solo, don Vincenzo.
Miloro  uno che conosce i venti e le correnti, e che ha studiato.
Non  un mozzo arrinisciuto. Tamburella le dita sul tavolo
dov' distesa una carta geografica dell'Atlantico. Non mi
preoccupo per il carico:  una grossa perdita, ma era assicurato.
La cosa importante  che adesso sappiamo di poter comprare
caff e zucchero nelle colonie senza passare attraverso gli inglesi
e i francesi. Cos, anche le cose nostre come l'olio e il vino
possono arrivare fino in America. Il sorriso di Vincenzo 
amaro, quasi una smorfia. Anche se  finita com' finita, ormai
la strada  aperta. Pu instaurare relazioni commerciali con gli
americani, e non solo. Pu arrivare in America con le sue navi
e le sue merci, come fa da tempo Ben Ingham, che ha gi delle
partecipazioni nelle ferrovie che partono dalla costa est degli
Stati Uniti alla volta dell'Ovest.
D'istinto, Messina guarda verso il corridoio, fuori, dove Palermo
attende notizie di cui parlare e sparlare. Per, quando
si sapr in giro...
Vincenzo si alza. Accarezza l'anello dello zio, quello che apparteneva
alla madre di Ignazio e che lui gli ha tolto quand'era
gi nella bara. Immagina come lo zio sarebbe stato soddisfatto
del risultato, come l'avrebbe guardato, nascondendo l'entusiasmo
sotto una scorza d'imperturbabilit. Quando si sapr in
giro, gli stupidi esulteranno perch abbiamo perso un carico. I
pi furbi cercheranno d'imitarci. Si dirige verso l'uscita. Pi
tardi, andrete a fare la denuncia alla compagnia di assicurazioni.
Intanto venite con me.
Dove? Il segretario ha a malapena il tempo di raccogliere
cartella e documenti. Deve inseguirlo lungo il corridoio. A volte
non riesce a star dietro a quell'uomo.
Alla tonnara.

La Casa Commerciale Ignazio e Vincenzo Florio  molto ricca
per essere una casa d'affari di Palermo. Commercio di spezie
e beni coloniali, una partecipazione in una compagnia di assicurazioni
costituita tra commercianti palermitani e stranieri, quote
di propriet di vari piroscafi e navi da carico. Gestisce le tonnare
di San Nicol l'Arena, di Vergine Maria, e da poco quella di
Isola delle Femmine: investimenti tornati redditizi dopo anni di
magra.
Per Vincenzo, per, la tonnara  lo stabilimento dell'Arenella.
L'unica, vera, grande passione di Ignazio che aveva voluto
tenerla in affitto anche nel periodo in cui la pesca del tonno
era in profonda crisi.
 una questione d'amore, diceva suo zio.
E di quel luogo si  innamorato anche lui, senza saperlo, e lo
vuole come si desidera il corpo di una femmina. Come accade
con certi amori che crescono dentro finch  impossibile soffocarli,
e che durano tutta la vita.
Ignazio Messina scende dalla carrozza, seguito da Vincenzo.
Il segretario si appoggia ad un bastone, Vincenzo lo supera,
cammina a passo svelto. Oltrepassa la porta del marfaraggio, lo
stabilimento, dipinta con lo stesso nero degli scafi da pesca.
Arriva alla trizzana, l'arsenale in cui sono ricoverate le barche,
dove si lavora alacremente. Dentro, voci di uomini, odore
secco di mare ed alghe. I marinai si stanno preparando per la calata
in mare della tonnara.
Don Florio! Un tonnaroto a piedi scalzi gli va incontro.
Vi porto un messaggio di sua signoria. Vi aspetta alla discesa,
dove c' la tenda.
Grazie. Vincenzo fa cenno a Ignazio Messina di seguirlo.
Il barone? chiede l'uomo, perplesso.
Mercurio Nasca di Montemaggiore, s. Vincenzo oltrepassa
un gruppo di uomini che stanno rammendando le reti
per la pesca in andata, quella che approfitta dell'arrivo dei tonni
nel Mediterraneo per accoppiarsi.  uno dei proprietari pro
quota della tonnara insieme con il monastero di San Martino
delle Scale.
S, lo so, che  uno dei padroni... Ma come mai vi ha convocato
qui? Voglio dire,  strano che un aristocratico si abbassi
a chiedere un incontro in una tonnara.
Oltrepassano i tonnaroti che stanno calafatando le barche.
Vincenzo, che  pi alto di una spanna di Messina, lo guarda
al di sopra della spalla. Nell'aria, odore di pece e catrame.
Provate a immaginare: cosa pu chiedere un barone a un
commerciante come me?
Solo una cosa.
Esatto. Vincenzo inclina la testa verso il segretario. Alcuni
giorni fa, Nasca di Montemaggiore mi ha mandato un biglietto:
chiedeva un incontro. E di agire con discrezione.
Ah. Quindi le voci su di lui...
Sono vere.  con l'acqua alla gola. Ho scontato alcune delle
sue cambiali, e lui l'ha saputo.  per questo che vuole parlarmi:
credo stia cercando chi tra noi, poveri mortali, possa prestargli
del denaro.
Nella discesa pavimentata a ciottoli e malta, una tenda bianca
splende contro il blu del mare.
Seduto a un tavolo da campo c' il barone.  un uomo di
mezza et e indossa abiti un po' lisi, che rivelano un gusto legato
al passato: una camicia bordata di pizzo e una marsina
dai bordi ricamati. Dietro di lui, un servitore in livrea; accanto,
un uomo distinto, forse il suo factotum.
Intorno, brandelli di reti e ancore lasciate ad arrugginire.
Signor Florio. Il tono  quello di un sovrano che d
udienza. E infatti l'uomo porge la mano per ricevere l'omaggio
dell'uomo comune. Vincenzo l'afferra, gliela stringe con forza.
Il nobile la ritira, la chiude a pugno contro il ventre.
Poi, senza attendere l'invito, Vincenzo si siede. Si rivolge al
cameriere. Una sedia per il mio segretario, cortesemente.
L'altro obbedisce.
La fronte del barone  imperlata di sudore. Troppo, per
quell'aprile soltanto tiepido. Dunque... Si ferma.
Vincenzo  impassibile. Dunque.
Il factotum mormora qualcosa all'orecchio del barone, che
annuisce con visibile sollievo e gli fa cenno di continuare.
Sua signoria desidera chiedere la vostra collaborazione.
Aspira le vocali, nella tipica parlata dell'interno della Sicilia.
Il barone ha dovuto affrontare spese impreviste a causa di
congiunture economiche sfavorevoli, cui si  aggiunta la necessaria
risistemazione del palazzo di Montemaggiore. La situazione
dei suoi fondachi  particolarmente delicata in questo
momento e si trova in una temporanea crisi di liquidit...
Insomma non ha pi soldi. Vincenzo si rivolge direttamente
al barone, che tiene gli occhi fissi sul mare. Comprendo
benissimo. Anche la mia attivit imprenditoriale mi espone
a gravi rischi. Avete tutta la mia comprensione, signore.
Il barone si schiarisce la gola. Parole roche rotolano via. Vi
parler con schiettezza, signor Florio: abbisogno di un prestito,
s.  per questo che vi ho chiesto un abboccamento in questo
luogo. Non mi sembrava acconcio discutere un accordo d'affari
nel mio palazzo.
Vincenzo non replica.
Il silenzio diventa sale. Secco e amaro.
Quanto? chiede Messina.
Il factotum esita. Almeno ottocento onze. Sua signoria 
disponibile a offrire in garanzia la sua quota di propriet della
tonnara. Estrae da una cartella di pelle alcuni documenti e li
allunga ad Ignazio Messina, che comincia a leggerli.
Dovete darci qualche giorno per valutare l'entit del prestito
e delle garanzie offerte, commenta Messina alla fine.
La voce del barone si vena di timore e vergogna. Io...
Abbiamo spese ingenti assai e... Mi trovo costretto a chiedervi di
giungere a una decisione entro domani.
Domani? Non pensavo foste cos in ambasce. Lo stupore
di Vincenzo sembra autentico. Si volta verso Messina, ma l'altro
scrolla la testa, indica le carte.
Troppo poco tempo.
Vedete? Anche il mio segretario dice che non  possibile.
Una settimana  il minimo indispensabile per valutare le vostre
garanzie. Non attende un cenno di congedo, si alza.
Conoscerete la risposta tra una settimana. Signori, buongiorno.
Il barone allunga la mano verso di lui. Aspettate! Afferra
la manica del factotum, lo strattona. No! Per l'amor del cielo,
no! Quasi grida. Sar gi troppo tardi, diteglielo!
Il factotum tenta di placarlo, mentre Messina, sconcertato,
raccoglie i documenti, accenna un inchino e, senza dire neppure
una parola, si allontana.
Raggiunge Vincenzo davanti alla carrozza. Sceglie di non
vedere quel fantasma di emozione che appare nello sguardo
dell'altro. Ma, don Vincenzo, non credete che... Non sarete
stato troppo... ansima.
No. Vuole quei soldi, far di tutto per averli. E li avr, ma
alle mie condizioni.

A garanzia della somma, sono ceduti gli attrezzi di mare e di
terra, il barcarizzo, le ancore, il corpo, i bottacci, il mare antistante
ed i magazzini della tonnara...
Il notaio Michele Tamajo legge in tono monotono; pare quasi
il salmodiare dell'ufficio dei defunti.
Vincenzo, in abito scuro,  assorto in un pensiero segreto.
Ignora il ronzio di una mosca prigioniera nella stanza, il fruscio
delle pagine dell'atto, gli scricchiolii delle sedie.
A debita distanza, il barone Mercurio Nasca di Montemaggiore
lo fissa con odio. Ha le guance arrossate, le palpebre pesanti.
Se le occhiate potessero uccidere, Vincenzo Florio sarebbe
gi morto tra atroci sofferenze.
E questo  tutto. Il notaio si rivolge al barone. Siete certo
di voler firmare?
L'uomo indica Vincenzo. Non mi ha lasciato scelta, questo...
strozzino! La voce  un distillato di rancore.
Vincenzo sembra accorgersi di lui solo in quel momento.
Uno strozzino, io? Barone, non sono una congregazione di
carit.
Voi state approfittando del mio stato d'indigenza! Il barone
storce la bocca. Mi state costringendo a svendere.
No, signore. Non mentite. Ho chiesto una settimana per
valutare le vostre garanzie, e bene ho fatto perch ho scoperto
che gli attrezzi dello stabilimento erano in condizioni pietose.
Allora mi sono offerto di acquistare la vostra quota della tonnara
per venirvi incontro. Per tutta risposta, voi mi avete chiesto
il pagamento in contanti per tacitare i creditori. L'avete
avuto. E ora avete pure il coraggio di dire che non vi ho lasciato
scelta?
Non avete sangue nobile e si vede! Siete un individuo meschino
e senza rispetto. La voce diventa un sibilo. Vous tes
un parvenu insolent!
Vincenzo, che ha preso la penna d'oca per firmare il contratto,
si ferma. Non importa che siano passati anni o che al posto
del dialetto ci sia il francese. Quell'insulto brucia ancora, sempre.
Potete ritirarvi, se lo credete, mormora, gelido.
Nella stanza, il silenzio diventa pesante, spezzato solo dal
ronzio della mosca. Una goccia d'inchiostro cade sul foglio.
Lo sanno tutti e il notaio Tamajo non fa eccezione: il barone
 rovinato. Ma sa pure che quell'uomo  orgoglioso come pochi.
A voi la parola, signor barone, s'intromette allora, per
salvare le apparenze. Cosa scegliete?
La tentazione  forte. Il barone probabilmente sta pensando
che forse pu resistere ancora un poco, vendere gli ultimi
gioielli della moglie, o cedere la sua quota della tonnara ai monaci
di San Martino delle Scale, che sono gi proprietari di una
parte dell'edificio. Ma sa bene che i monaci tengono i cordoni
della borsa ben stretti e che i gioielli della moglie sono poco
pi che paccottiglia. Trattiene un singhiozzo di umiliazione.
Firmate, per Dio, sibila poi. Firmate e sparite dalla mia
vista.
Vincenzo firma con uno svolazzo sotto la macchia d'inchiostro.
Cede il posto a Ignazio Messina e al factotum del barone
perch sbrighino le faccende burocratiche e si rifugia in fondo
alla stanza, le braccia incrociate sul petto, le sopracciglia aggrottate
che gli danno un'aria da rapace.
Alla fine, Messina si avvicina. Potevate restare in ufficio,
avevo la procura. Non avreste dovuto assistere a questa
scenata.
Ma Vincenzo continua a fissare Nasca di Montemaggiore.
In futuro, forse. Non oggi. Tende la mano. Datemi la
borsa.
Ma...
La sua occhiata non ammette repliche.
Vincenzo si avvicina al barone, accasciato sulla sedia, e gli
fa cadere la borsa sulle gambe. L'uomo non fa in tempo a prenderla
e le monete cadono a terra, sparpagliandosi sul tappeto.
Vincenzo Florio lascia la stanza mentre il barone Nasca di
Montemaggiore, in ginocchio, sta raccogliendo il denaro dal
pavimento.

Piano, piano... Madonna Santa, ma che fa, non riuscite ad
avere cura delle cose altrui?
Giuseppina si agita, prova a guidare i portarrobbe lungo i
corridoi della nuova abitazione.
Una casa grande, a un piano alto. Sempre in via dei Materassai,
ma al numero 53.
Vincenzo l'ha comprata da un vicino di negozio, Giuseppe
Calabrese. Per essere precisi, si tratta di una datio in solutum per
un debito che Calabrese non  riuscito a onorare in tempo. Gli
affari sono affari e l'onore non c'entra nulla.
In realt, si trattava di due appartamenti che lui ha fatto
unire, abbattendo qualche muro. Se ci si affaccia dal tetto, si
vede la Cala fino all'orizzonte e, dietro, la citt e le montagne.
E, poich gli piace la vista, far costruire anche un terrazzino
dove trascorrere i pomeriggi d'estate.
Giuseppina si lascia cadere su una sedia e si limita ad indicare
la stanza dove collocare i mobili. Le cameriere si occuperanno
di ramazzare e di mettere in ordine.
Vincenzo appare sulla soglia. Allora, mam? Vi piace?
Eccome.  grande... quanta luce.
Il pensiero  un ladro che corre alla stamberga a piano San
Giacomo; poi ancora all'altra, gi in via dei Materassai, dov'
morto Ignazio. Case in affitto, buone per gente che lavora.
Bella , annuisce Giuseppina, e si guarda intorno. Suo figlio
l'ha fatta ristrutturare; ha cambiato gli infissi e ridipinto le
pareti e i soffitti con disegni di fiori e cieli azzurri. Ha persino
l'acqua corrente ed una carretteria. Certo, non c' l'aria che
avevo a Bagnara, ma...
Ancora? Il figlio alza gli occhi al cielo. E come non v'annoia
parlare sempre del paese? Questa  casa nostra. Basta
pensare agli affitti e alle casuzze in Calabria. D'ora in poi, vivremo
qui.
E Giuseppina, ancora una volta,  costretta ad abbassare la
testa. Non ha mai avuto diritto di parola su dove vivere, lei.
Anzi.
Quando aveva chiesto se potevano permettersi un appartamento
cos lussuoso, Vincenzo aveva sollevato la testa dalle
carte e l'aveva guardata con una calma tanto placida quanto irritante.
Da quando mi fate i conti in tasca, mamma? aveva
chiesto. Certo che possiamo. Non siamo pi putiri. Giusto ieri
abbiamo fatto sdoganare il carico della Santa Rosalia e non
avevamo nemmeno finito di scaricare la merce che gi si era
aperta l'asta per la vendita del cotone. Con gli anni, la risata
di Vincenzo  diventata roca. Ha trentatr anni, ormai. Ci
vuole una casa degna di questo nome, per noi. Finch ci sar
io, non vi mancher mai nulla.
Un operaio chiama Vincenzo, che si allontana.
La donna si rimette in piedi, guarda da una finestra: pu vedere
un buon tratto di via dei Materassai e una parte di piano
San Giacomo.
Ne hanno fatta, di strada.
Anche il suo rancore si  diluito con gli anni, fino a sparire
con la morte di Ignazio.
Non le  rimasto pi nulla, se non se stessa e i suoi ricordi.
Suo figlio - la sua creatura, la sua ragione di vita -  un'isola,
proprio com' stata lei per tanto tempo. E ora deve farsi coraggio,
perch c' qualcosa che la preoccupa e che non la fa dormire
la notte. A cinquantaquattro anni si sente vecchia e sa che
Vincenzo non pu restare solo. Ogni uomo ha bisogno di una
femmina che gli tenga compagnia, che gli scaldi il letto e si
prenda cura di lui, che lo sopporti quand' di malumore.
Che gli dia dei figli, degli eredi, perch di questo Casa Florio
ha bisogno, ora.
Quello che Ignazio e Vincenzo hanno costruito non  cosa
da lasciare all'acqua e al vento.  un patrimonio che va tramandato
e custodito, e ci vorr del sangue buono per farlo.
Ci vorr una femmina educata come una signora. Suo figlio
dovr costruirsi una famiglia. Se lo dice a denti stretti. Dovr
parlargliene.
E lei dovr farsi da parte. Presto.
Le resta la consapevolezza di essere sola e un'altra, pi amara,
pi sottile, pi dolorosa: quella di aver rifiutato l'amore della
sua vita.

Quella sera, a cena, madre e figlio siedono l'uno di fronte all'altra,
soli, come accadeva nella vecchia casa. Un lume bagna
di luce la tovaglia, le stoviglie, le mani. Olimpia, troppo vecchia
- e troppo rozza - per servire in casa Florio,  stata sostituita
da una ragazza dal viso lentigginoso e da sua madre, che
si occupa della cucina e dei lavori di fatica.
L'esordio di Giuseppina  cauto. Volevo parlarti, Vice'.
Lui solleva la testa dal piatto. La linea tra le sopracciglia diventa
pi marcata. Problemi?
Nessuno. Ma potrebbero essercene, ed  bene pensarci
per tempo. Sente un tarlo che le scava la carne, ma deve farsi
forza.  qualcosa che va oltre la sua vita, quindi bisogna affrontarlo.
Hai pi di trent'anni. Fa una pausa. Devi pensare
al futuro, non solo tuo.
Vincenzo posa il cucchiaio nel piatto. Una moglie, intendete?
chiede poi, senza alzare lo sguardo.
S. Giuseppina respira profondamente. Una donna che
condivider quella casa con lei, che sar seduta alla medesima
tavola, che divider il letto con suo figlio...
Non sar facile.
Vincenzo afferra il calice di vino, ne beve un sorso. Il collo
di Isabella Pillitteri  il ricordo di un istante. Sapete, c' stato
un momento in cui avevo sperato di sentirvi dire questa frase.
Ma quel tempo  passato. Occhi di onice si fissano in quelli
marroni della madre. Ma  solo un momento. Si alza, le d
un bacio. Pensateci voi. Cercatemi una sposa che sia adatta
a me e che sia di vostro gradimento, che sia di buona famiglia
e che abbia una dote adeguata. Poi sappiatemi dire. Sulla
porta, aggiunge: Non aspettatemi alzata. Ho un
appuntamento.
Con chi?
Vedrete.  una sorpresa.

Sulla scalinata di San Giovanni dei Napoletani ci sono alcuni
uomini. Sono commercianti, per lo pi di origine calabrese e
napoletana, insieme con i loro figli. Condividono le origini, il
mestiere, il luogo in cui vivono. La scusa  la preghiera, lo scopo
 guardarsi in faccia, chiacchierare di affari, mormorare
pettegolezzi.
Si squadrano con occhiate prive di cortesia. La preghiera dei
vespri non sembra aver sortito nessun effetto su di loro.
Il sacrestano bofonchia un: 'Un hannu tiempu di perdiri, chisti?
e chiude il portone della chiesa, lasciando in eredit l'eco
di un tonfo.
Vincenzo  immerso in una fitta conversazione con un uomo
dalla mandibola squadrata e dal forte accento calabrese.
Sembrano molto in confidenza, cosa che non manca di suscitare
la curiosit di altri commercianti. A differenza dello zio
Ignazio - recamatierna - che era sempre affabile, Vincenzo Florio
ha un carattere spigoloso. Tiene il mondo a un braccio di
distanza.
Per, maledizione,  uno scaltro, pensano tutti.
Vincenzo sente le loro voci: rumori di fondo, echi di un'invidia
che si mescola con l'ammirazione. La sua attenzione 
concentrata sull'uomo che gli sta davanti. Come vedi, di bagnaroti
e di napoletani che trafficano sulla costa ce ne sono a
bizzeffe. Ma non sono loro a interessarmi. Io guardo oltre.
L'altro, di poco pi basso e muscoloso, si guarda intorno.
Me ne avevi accennato in una delle tue lettere. Allora di
che...
Un occhio attento noterebbe che i due hanno alcuni tratti in
comune. La fronte alta, le mani larghe e forti, i colori scuri.
Tuttavia il taglio degli abiti e la minore sicurezza dei gesti indicano
che il nuovo arrivato non gode dello stesso benessere del
Florio.
Vincenzo lo prende per il gomito, lo guida verso palazzo
Steri. Questa  la Dogana, spiega. Ma non  sempre stato
cos. In origine, era il palazzo di un nobile, poi  diventato un
tribunale e poi ancora un carcere per eretici, assassini e ladri.
Si ferma. Il palazzo, ombra nera di pietra, incombe su di loro.
Io non voglio un Caino in casa mia. Mi porti rancore per quello
che  successo quand'eravamo piccoli?
Forse in passato, risponde l'altro in tono sincero. Di
quel periodo, ricordo la disperazione di mia madre, e la fame,
e l'umiliazione di dover chiedere soldi ai parenti. Abbiamo
venduto la casa e siamo andati a vivere a Marsala... S, sono
stato arrabbiato con tuo padre e con lo zio, anche perch tutti
ci dicevano che le cose vi giravano bene.
Poi, per, hanno cominciato ad arrivarvi piccole somme,
vero? Vincenzo parla sottovoce. Era lo zio Ignazio che le
mandava, senza dire nulla a nessuno. Ho trovato le rimesse di
pagamento nei registri degli anni passati. Mi ricordo ancora
quando tu e la zia Mattia siete venuti a Palermo. Mio padre
stava morendo. Era strano, per me, sapere di avere una famiglia.
Dopo, ho pensato spesso a cosa sarebbe accaduto se fossimo
stati pi vicini. Ma ormai  andata cos.
L'altro gli fa cenno di s, che ha capito. Mia madre vi voleva
bene. Vi ha sempre pensato, ha sempre detto una preghiera
per tuo padre e per lo zio.
Vincenzo avverte un'emozione che resta impigliata a met
tra lo stomaco e la gola. La scaccia. Io non sono lo zio Ignazio,
ricordatelo. Sono uno che non vuole fermarsi a quello che ha.
Nemmeno io.
E in quella frase, nel tono deciso, Vincenzo trova la certezza
che stava cercando.
Domani mi raggiungerai a via dei Materassai. Ti presenter
Ignazio Messina; sar lui a spiegarti tutto.  anziano, d'esperienza,
e dovrai affiancarlo. Gli tende la mano. Poi verrai a
casa mia. Mia madre non sa ancora nulla, ma sar felice di ritrovare
il figlio di Mattia.
Raffaele Barbaro, figlio di Paolo Barbaro e Mattia Florio,
finalmente sorride.

La stradina  silenziosa, quieta, pur essendo a poca distanza
dalle mura della citt e dalla Dogana. Via della Zecca Rgia
 fatta di case strette che si affacciano in parte su via dell'Alloro:
case tranquille, per piccoli commercianti. Nulla a che vedere
con i palazzi nobiliari che la circondano.
Nello studio dell'appartamento al primo piano, il buio sta
prendendo il posto della luce del tramonto. L'autunno del
1832 avanza a grandi passi e accorcia le giornate, portando
con s folate di tramontana.
...
.
...
FINE Parte 1.